Ritorno alle origini

Ritorno alle origini
(parete nord del Blümlisalphorn)

Lettura: spessore-weight*, impegno-effort*, disimpegno-entertainment**

10 agosto 1995. Mentre risalgo il lungo sentiero che da Kandersteg porta al Blümlisalphornhütte, nel cuore del mondo ghiacciato dell’Oberland Bernese, mi domando cosa significhi oggi una grande parete di ghiaccio. Perché ad esempio si è sempre parlato dei grandi problemi delle Alpi facendo cenno quasi esclusivamente alle pareti di roccia o al massimo a quelle pareti dove il ghiaccio è una figura di secondo piano? Perché la Nord del Lauterbrunnen Grosshorn, del Nesthorn, del Gross Fiescherhorn, del Lauter­brunnen Breithorn (e questo solo per citarne alcune anche rima­nendo solo nell’Oberland) non hanno mai conquistato i primi posti nella graduatoria sempre cangiante dell’alpinismo di punta? Colo­ro che superarono per primi queste grandi pareti erano degli specialisti, proprio come quelli che hanno fatto la storia dell’al­pinismo su roccia. La differenza è che su ghiaccio è molto più difficile fare il record. Mentre la roccia si presta ad essere classificata, nei suoi passaggi, nel suo insieme e tende a la­sciare inalterato il grado che le si è voluto dare, il ghiaccio non accetta che suddivisioni generali. Ogni anno, ogni stagione, ogni giorno la parete può essere diversa.

Oberland Bernese. Dallo Schwarzhorn, veduta sul Blümlisalpgletscher. Il corno roccioso dell’Ufem Stock divide in 2 rami il ghiacciaio. A sinistra, poco sopra alla depressione dell’Hohtuerli, si nota la Blümlisalphuette. Da qui, salendo da sin a ds, la tozza Wildi Frau e i nevosi Morgenhorn e Wyssi Frau; poi la vetta più alta, il Blümlisalphorn con la sua bella parete nord. Più a ds e in basso, a chiudere il ghiacciaio, è il Blümisalp Rothorn. A ds, seminascosto dalla nuvola, lo slanciato Doldenhorn. Foto: Marco Milani.

Paolo Lucioli in arrampicata sulla parete nord del Blümlisalphorn. Foto: Marco Milani.

Nella prima metà del secolo scorso, dal sesto grado si è passati al sesto superiore e da lì a poco a poco alla progressiva artificializzazione della salita su roccia (perché aumentavano strapiombo e difficoltà). Per arrivare al settimo si è dovuto ab­bandonare l’artificiale e così per i gradi di difficoltà sempre più spinti e acrobatici; il ghiaccio poteva al massimo offrire pendenze sempre superiori che però si potevano affrontare con tecnica adeguata e buona resistenza. Era l’impegno psicologico che doveva adeguarsi al dislivello e ai pericoli oggettivi. Non esiste una salita di puro ghiaccio assolutamente verticale alta mille metri. Solo le cascate hanno portato avanti il discorso, molti anni dopo e con l’uso di altre tecniche particolari, la piolet traction. Oggi si pratica un’arrampicata su ghiaccio che tende a eliminare al mas­simo l’appendere il proprio peso agli attrezzi, quindi un’arram­picata più “libera”. Ma il peso sui ramponi lo si mette eccome, perciò di libera assoluta su ghiaccio non si potrà mai parlare.

Sarebbe molto bello se l’uomo potesse arrampicare su ghiaccio così in libera come una scimmia sale sugli alberi e sulla roccia. Sfortunatamente il ghiaccio non è un terreno molto adeguato all’uomo (Yvon Chouinard)”.

In conclusione si può dire che il ghiaccio è meno classificabile, spesso irride ad ogni tentativo di graduatoria: quindi le cronache e la storia se ne sono sempre interessati meno. Data la generale tendenza odierna ad affrontare più che altro pareti di roccia (e di questo ha anche responsabi­lità la mutazione graduale del clima), chi pratica il ghiaccio è in genere un alpinista completo, un ribelle a quella strisciante specializzazione in ogni campo che oggi invade il sapere e le av­venture umane. È abbastanza evidente che si riesce a evitare una bella fetta di attitudine competitiva allorché l’esperienza è globale, cioè quando si ami percorrere ogni tipo di terreno, sen­za duri allenamenti specialistici.

L’Oberland Bernese è la culla dell’alpinismo su ghiaccio, non so­lo perché i viaggiatori inglesi s’interessavano ai ghiacciai di Grindelwald ancora prima che si conoscesse Chamonix e la potenza glaciare del Monte Bianco; non solo perché le prime grandi con­quiste di montagne di 4000 metri ebbero come teatro principale l’Oberland: ma perché è in questa regione che i colossi si espri­mono al meglio, con una serie di strutture ghiacciate senza pari nelle Alpi.

Alessandro Gogna in arrampicata sulla parete nord del Blümlisalphorn. Foto: Marco Milani.

Raggiunto il rifugio, e lasciati lì i compagni Roberto Corsi e Paolo Lucioli, Marco Milani ed io con la nostra attrezzatura fotografica al gran completo saliamo sul vicino Schwarzhorn, una montagnola abbastanza anonima posta di fronte a una serie di belle montagne ghiacciate tra le quali domina una bella parete di ghiaccio, la Nord del Blümlisalphorn 3664 m. Ed è sempre a questo che penso dal mio balcone di detriti nerastri: confronto la parete come la vedo con le fotografie di un tempo. Non ha subito grandi regressi, al contrario di altre. I seracchi hanno perso un po’ di volume, la pendenza perciò si è uniformata maggiormente e in media è aumentata a 55°/60°. Il ghiaccio d’ago­sto è ben manifesto, domani forse troveremo delle buone condizio­ni. Per me è come un ritorno alle origini. Per uno che ha sempre seguito la sua strada è piacevole seguire le orme di quelli che ai loro tempi erano veramente avanti: sulle loro tracce mi sento nel loro spazio, il tempo non è lo stesso ma cerco di annullarlo con la curiosità e l’immedesimazione. Sono due le figure che si rincorrono nei miei pensieri, Hans Lauper e Willo Welzenbach. Do­mani saranno nostri compagni di cordata in un’ascensione che for­se non hanno mai fatto, almeno a me piace pensare così. E vedran­no come salgono oggi gli alpinisti che li evocano con l’immagina­zione.

Marco vuole attendere il tramonto, quello vero per gli scatti fotografici che dobbiamo fare. Ciò significa ritornare al rifugio in forte ritardo rispetto all’orario di cena. Essendo un rifugio svizzero, siamo pronti a saltare il pasto caldo… ma poi alla fine il custode, impietosito, ci concede di poter sfruttare la nostra mezza pensione.

11 agosto 1995. Sveglia del tutto antelucana, come ai vecchi tempi. A giudicare dall’equipaggiamento, noi quattro italiani saremo i soli ad affrontare la Nord del Blümlisalphorn, a dispetto del fatto che siamo invece in tanti a camminare al buio sul ghiacciaio e a fermarci assieme agli altri in una specie di Frühstückplatz.

Lauper e Welzenbach ci assistono mentre facciamo gli ultimi preparativi… Adesso vedo anche W. Richardet, W. Amstutz e H. Salvisberg, cioè i primi salitori, 1 luglio 1924. Vedranno i nostri delicati colpi di rampone, in punta di piedi; vedranno le becche delle piccozze, in grado di costituire da sole una sosta, se piantate bene. Corde asciutte. I chiodi leggeri e cavi, con la filettatura a vite esterna, sistematica­mente avvitati ogni 20 metri di dislivello e poi coscienziosamen­te svitati dal secondo di cordata. Siamo ben distanti da quei 3.000 gradini che Welzenbach con i suoi compagni Alfred Drexel, Hermann Rudy ed Erich Schulze dovettero scavare sulla storica parete nord del Lauterbrunnen Grosshorn 3762 m!

Questo pendio uniforme di quasi seicento metri, di mano in mano che saliamo e che si rischiara alla luce dell’alba, diventa sempre più grandioso. E’ un ambiente che da tanti anni non frequentavo più e che non mi lascia indifferente. Il timore che una punta di rampone scivoli, o che un volo anche di 40 metri possa sradicare una sosta mi attanaglia e, francamente, nelle ultime lunghezze non vedo l’ora di uscire sulla cresta sommitale, su un terreno assai meno minaccioso e più facile.

Marco e io siamo davanti, tutto procede regolarmente a parte i miei timori. E quando arriviamo in vetta è gioia doppia: scampato pericolo e soddisfazione di essere su una vera montagna, su un colosso dell’Oberland.

Arrivo in vetta al Blümlisalphorn. Foto: Marco Milani

Vetta del Blümlisalphorn, 11 agosto 1995. Da sinistra, Marco Milani, Paolo Lucioli, Alessandro Gogna e Roberto Corsi. Foto: Marco Milani.

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Ritorno alle origini ultima modifica: 2018-01-21T05:18:05+00:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Ritorno alle origini”

  1. 2
    Alberto Benassi says:

    “In conclusione si può dire che il ghiaccio è meno classificabile, spesso irride ad ogni tentativo di graduatoria: quindi le cronache e la storia se ne sono sempre interessati meno.”

    Questo è proprio vero. Spesso e volentieri l’attività alpinistica su ghiaccio e misto viene rilegata in secondo piano rispetto a quella su roccia.

    Faccio l’esempio della parete N.E. della Pania Secca in Apuane. L’itinerario Frisoni-Stagno è diventato una classica dell’alpinismo invernale su misto.

    Qualche ano fa questo  storico itinerario aperto negli anni 20, è stato ripreso e riattrezzato a spit, perchè, a detta di questi riattrezzatori, era caduto nell’oblio.

    Come nell’oblio ??? Dal momento che è un’itinerario oramai classico d’inverno!

    Evidentemente la considerazione che questi hanno dell’alpinimso su ghiaccio e misto, non è proprio la stessa di quello praticato sulla roccia.

  2. 1
    Giancarlo Venturini says:

    Raccontare..e Arrampicare..due cose che sono riuscite benissimo,,non è un complimento solo , la realtà Grazie..”Alessandro….per tutto…G.C.

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