Rolando “Roly” Galvagni

Rolando Roly Galvagni
Intervista di Giacomo Rovida

Il chiodatore è una figura che mi ha sempre affascinato, soprattutto mi ha affascinato l’idea che qualcuno potesse passare del suo tempo a creare qualcosa per gli altri.

Sì, perché siamo tutti contro gli spit, tutti contro le funivie però alla fine le vie protette bene dove c’è uno spit in più piuttosto che uno in meno e dove l’arrampicare diventa un piacere sono anche quelle più frequentate.

Anche in Dolomiti negli ultimi anni stanno nascendo tantissime vie impegnative ma con protezioni buone o ottime e dove l’arrampicata è un piacere verticale. Forse alpinismo e l’arrampicata sportiva possono convivere?

Purtroppo il mondo della montagna spesso è dislocato dalla realtà, sembra quasi che assumersi una dose maggiore di rischio, affrontare qualcosa di “mortale” sia un valore, qualcosa che renda speciale chi lo fa. Spesso i “massimi” sistemi dell’alpinismo nostrano sputano sentenze su chiodature e su etiche dimenticandosi che c’è una bella fetta di torta (forse la più grande) che cerca di divertirsi senza rischiare troppo. Arrampicata e alpinismo possono convivere, basta conoscere la storia e capire dove si può fare una cosa e dove un’altra.

Roly Galvagni e Diego Filippi, gli “Amici del Sottobosco”
Galvagni-Roly&DiegoGli amici del sottobosco.

Forse tirare una riga di spit sulla Sud della Marmolada (che ha una storia e una tradizione) è sbagliato, ma valorizzare una parete sconosciuta dolomitica con una bella via magari plaisir può essere una bella idea e perché no può incentivare il turismo della zona.

Rolando Galvagni (conosciuto da tutti come Roly) è uno dei chiodatori più prolifici e apprezzati della Valle del Sarca e delle Dolomiti. Le sue vie sono ripetute e amate da tantissimi arrampicatori.

Ho deciso di intervistarlo (senza conoscerlo di persona) perché mi dava l’idea di incarnare perfettamente l’ottica del chiodatore per gli altri, del creatore di opere verticali pronte per essere ammirate e gustate da tutti noi.

Per fortuna in giro per l’Italia ci sono tanti “Rolando” che si impegnano nel chiodare e che fanno divertire tutti noi peones, perché l’arrampicata è un gioco e niente di più.

E se a qualcuno non va bene, beh, ci sono tantissime vie con spit a 15 metri, con passaggi di VIII obbligati e senza soste ma, chissà come mai, là non c’è mai la coda.

Roly Galvagni su Kill, Rupe di Terlago
Galvagni--Born to kill Rupe di Terlago

 

Come sempre iniziamo dalle presentazioni. Chi sei? Dove vivi? Cosa fai nella vita?
Roly Galvagni, 48 anni, agricoltore. Vivo a Egna, un paese a sud di Bolzano.

Come hai conosciuto la roccia e hai iniziato a scalare?
Ho conosciuto la montagna frequentando la locale sezione del CAI. Per alcuni anni ho fatto solo ferrate e salite di alta montagna, poi ho iniziato ad arrampicare ma in maniera molto incostante e spesso con compagni occasionali.

Sei uno dei più prolifici chiodatori della zona di Arco e non solo. Quando è scattata la passione per la chiodatura?
Grazie del complimento. Non sono proprio così prolifico, le mie vie sono in genere molto ripetute e danno l’impressione di essere molte di più.
La passione mi è stata trasmessa vedendo l’amico Florian Lindner, infaticabile chiodatore locale, dal quale ho imparato molto anche se le sue vie erano dannatamente dure e demodé (ha sempre avuto una passione per i camini ostici).

La maggior parte delle tue vie sono un piacere verticale, ben protette e su roccia ottima, sono insomma vie aperte “per gli altri”. Perché hai scelto questo stile?
Penso sia un po’ l’obbiettivo di ogni apritore, cercare una linea possibilmente sana con una chiodatura rapportata alle difficoltà. Non conosco chiodatori che aprono vie solo per se stessi. Senza una prospettiva di condivisione queste vie non avrebbero senso.

Da Arco alle Dolomiti: come sono state accettate le tue vie in quel contesto alpino così ricco di storia e tradizioni?
Il mondo dell’arrampicata è uno spaccato di varia umanità e di conseguenza queste vie vengono considerate in maniera soggettiva. C’è chi le apprezza e chi si sente in dovere di schiodarle, e, come qualche anno fa, farsi promotore di una raccolta di firme per salvaguardare “la sacralità delle rocce”.

Per la chiodatura che materiali (trapano anche) usi? Ritorni mai sulle tue vie a sistemarle o a controllare lo stato dei materiali?
Uso un trapano Makita. In montagna, se riesco, uso anche chiodi normali o protezioni veloci. Mi è capitato spesso di tornare a risistemare delle vie, rettificandole o per aggiungere qualche protezione.

Come decidi dove aprire una via? Quando scatta la scintilla per una parete?
Penso sia una questione di stati d’animo. A volte ci capita di vedere una certa parete con occhi nuovi, magari colpiti da un dettaglio o incuriositi da qualcosa che non ci si può spiegare. E’ un bel gioco che ha a che fare con l’immaginazione, creatività e passione.

In un posto come le Dolomiti c’è ancora spazio per aprire nuove vie?
Penso proprio di sì. In questi ultimi dieci anni sono state valorizzate tante strutture nuove in montagna e per chi avrà voglia di superare la fatidica soglia dell’ora, o dell’ora e mezza di avvicinamento, si aprirà tutto un mondo.

Uno dei problemi dei chiodatori è sicuramente il costo del materiale. Tu come ti muovi? Riesci a trovare dei finanziamenti per i tuoi progetti?
E’ da anni che il CAI Bolzano ci viene generosamente in aiuto per buona parte delle esigenze. Abbiamo ricevuto materiale da alcuni negozi di Arco e dal progetto Bolt for book di Versante sud. Con i proventi di una serata con Diego Filippi abbiamo acquistato del materiale inox per richiodare la parte bassa di Destinazione paradiso a Cima Coste. Ci sono stati anche bei gesti di generosità da parte di singole persone. Ringrazio tutti di cuore.

 Roly Galvagni su Indian Summer, Val di Mezdì (Sella)
Galvagni-Indian summer.Val Mezdi (1)

Credi che l’arrampicata possa valorizzare il territorio? Vie ben protette sono un’attrazione turistica non indifferente, visto i numeri che sta avendo l’arrampicata. Non credi ci debba essere un rapporto più fitto tra enti e chiodatori?
Ma tu stai parlando di massimi sistemi! La mia è una modesta attività sottotraccia. E poi, per esperienza, so che quando entrano in ballo enti o istituzioni le cose prendono una piega… diciamo strana. Grazie all’interessamento di Marco Furlani qualche anno fa siamo stati invitati a una cena con alcuni amministratori del comune di Dro che ci hanno ringraziato per l’attività svolta.

Hai voglia di consigliarci le tue tre vie che reputi più belle?
Ogni via è stata una piccola grande esperienza umana con cari amici, quindi hanno un valore più affettivo che tecnico. Ne dico tre con diversi compagni. Delenda Carthago con Max Maceri alla I Torre del Sella, L’impero dei sensi al Monte Casale con Michl Pfitscher, Casino Royale a Cima Coste con Diego Filippi.

Che progetti hai per il futuro? Continuerai a chiodare?
Non so cosa farò da grande e non so che piega prenderanno gli eventi in una società che non sa riconoscere personalità, ma solo moduli e attestati. Un chiodatore in fondo è una figura astratta, un qualcosa di non “inquadrato”. Continuerò a chiodare finché ne trarrò piacere personale, finché non ci saranno “saggi” a scrivere 10 comandamenti e finché non mi sequestreranno il trapano.

Roly Galvagni su Orizzonti di Gloria, Lagazuoi
Galvagni-orizzonti di gloria

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Rolando “Roly” Galvagni ultima modifica: 2015-05-21T07:00:05+00:00 da Alessandro Gogna

22 thoughts on “Rolando “Roly” Galvagni”

  1. 22
    Alberto Benassi says:

    “Non capisco perchè si vada sempre a parare sullo stesso noioso discorso degli spit o non spit…l’estremismo è una cosa negativa in qualsiasi materia…andate a divertirvi e basta!”

     

    Anche parlare di politica è spesso noiso. Ma la politica fa parte della nostra vita.

     

    “Spit si e spit no” fa parte del come una persona  concepisce un certo modo di andare in montagna rispetto ad un’altra.

    Avere un’idea,  crederci, comportarsi di conseguenza e parlarne confrontandosi con gli altri che la pensano diversamente , non vuol dire esserre estremisti. Caso mai interessanti a  quello che ci avviene intorno.

    Chi pensa solo a divertirsi, forse è un pò menefreghista. Poi non ci lamentiamo se si creano dei vuoti.

     

  2. 21
    Federico S. says:

    Bell’articolo per una bella persona e grande apritore.
    Tutte le sue vie che ho ripetuto sono davvero delle perle, dalle Dolomiti ad Arco.

    Non capisco perchè si vada sempre a parare sullo stesso noioso discorso degli spit o non spit…l’estremismo è una cosa negativa in qualsiasi materia…andate a divertirvi e basta!

    Ciao Roly e grazie per il tuo instancabile lavoro

  3. 20
    Lusa says:

    La Montagna deve – e qui uso un’imperativo categorico – rimamere integra!
    Ovunque si vada, il passaggio umano ha voluto lasciare le sue tracce (cementizie, ferrose, ecc.) deturpando e “inquinando” l’ambiente naturale, la wilderness.
    Al naturale si è aggiunto il disvalore “artificiale”. Perchè ciò che viene intrepretato come valore in effetti per la Montagna è un disvalore
    La montagna deve essere “disumanizzata” ovvero ripulita da tutte quelle protesi e orpelli artificiali edificati.
    In montagna si va al servizio della montagna e il più grande servizio che possiamo farle è non lasciare alcuna traccia del nostro passaggio.

  4. 19
    Alberto Benassi says:

    e dai con quel “RIVALORIZZARE” una parete. Come già ti ha ben scritto Stefano meglio dire utilizzare. Poi se ci sono angoli poco conosciuti, ben vengano con la speranza che rimangano tali.

    Quanto ai soli “noti” guarda che ci sono anche i soliti “ignoti” che le cose le fanno, eccome s ele fanno e anche belle. Ma siccome sono “ignoti” nessuno se li fila.

    Io di vie dei soliti noti ne ho fatte tante, anche in sarca . Ce ne sono di belle e ce ne sono di brutte. Che bisogna fare, dire che son tutte belle?

  5. 18

    Non ho mai parlato di “montagna al servizio di un rifugista” ma di rivalorizzare una parete (che tanto gli spit che c’è li ha già su) per rendere così un angolo di territorio più fruibile, dando magari lavoro a chi ha il rifugio (e perchè no permettendo di assumere altro personale). Le montagne selvagge ci sono e ci saranno sempre e lì di rifugi non ne abbiamo, di spit nemmeno. Però sinceramente tra una cava e un rifugio pieno di gente oppure l’ennesima inutile funivia preferisco tutta la vita il rifugio. A me piace pensare che l’arrampicata può essere un potenziale turistico e non è una cosa brutta e non è è stato nemmeno questione di chiodare tutto. E, visto che è stato frainteso, nell’introduzione non volevo dire che siccome le vie sportive sono le più ripetute dobbiamo chiodare tutto, ho solo detto quello che ho notato girando un pò. Anche perchè, tutti i puristi del caso, poi li trovi sempre sulla Fehrman fermi in sosta, relazione alla mano, a capire quanto è lungo il tiro, quanti chiodi ha e dove mettere il friend!!! E per quello che dice Giando, SPERIAMO, speriamo che 1000 arrampicatori traccino una via così possiamo continuare a divertirci, invece, aimè sono sempre i soliti noti sui cui tutti sparano a salve, anche se dopo, quando ripetono le vie dicono bhe non era poi così male!!!!!

  6. 17
    Alberto Benassi says:

    “la montagna al servizio del rifugista”….e bravo Giacomo.

  7. 16
    e n says:

    leggendo certi discorsi, io capisco anche chi preferisce l’itinerario “via tutt”

  8. 15
    Luca Visentini says:

    Mi preoccupano alcuni termini del giovane e simpatico (non è ironico, sono andato a vedere la sua bacheca Facebook e lo trovo davvero simpatico e dall’entusiasmo contagioso) Giacomo: cash, valorizzare (un verbo per me oramai equivalente a una parolaccia), la montagna al servizio del rifugista e non viceversa…
    Che poi, siccome così fan tutti… e no, io per esempio non voto uno come Matteo Renzi! E che belli che sono certi angoli delle Dolomiti proprio perché dimenticati.

  9. 14
    GIANDO says:

    Sono fondamentalmente d’accordo con Alberto e Stefano. Personalmente non ho mai avuto una visione integralista nè con riguardo all’alpinismo nè con riguardo all’arrampicata sportiva però ho sempre ritenuto che ciascuno di noi dovrebbe sviluppare un senso del limite. Cosa intendo con ciò? Facciamo degli esempi numerici. 100 arrampicatori tracciano ciascuno una via utilizzando 10 chiodi. Totale dei chiodi utilizzati: 1.000. Con gli stessi prametri 1.000 arrampicatori piazzerebbero 10.000 chiodi e se ciascuno di essi tracciasse 10 vie anziché 1 i chiodi ammonterebbero a 100.000! A questo puntoi si potrà obiettare sul fatto che un chiodo tanto fastidio poi non lo dà, che le pareti di roccia sono di fatto immense, ecc. ecc.. Certamente è di gran lunga peggio andare ai 200 in autostrada, magari dopo aver sniffato cocaina.
    Il senso del limite dovrebbe portare le persone a comprendere che se si moltiplicano le singole attività alla fine possono nascere dei problemi, non necessariamente catalogabili fra quelli di vita o di morte ma comunque aventi una loro dignità. Secondo il mio modesto punto di vista esiste anche un inquinamento di tipo visivo. La Valle del Sarca la conosco piuttosto bene anche se ormai non arrampico praticamente più da diversi anni a causa di infortuni vari i quali, sebbene non gravi ed invalidanti, hanno ridotto notevolmente le mie già scarse potenzialità e francamente credo si sia esagerato. Ci sono dei tragitti da percorrere a piedi o in mountain bike dove si vedono brillare gli spit baciati dal sole. Non è proprio il massimo, almeno per me.
    Se poi qualcuno mi chiede se preferisco l’Arco dei sanatori di fine ottocento primi novecento o l’attuale, una delle mecche dell’arrampicata mondiale, la risposta è scontata: preferisco quella attuale. Ciò non significa però che il senso del limite non sia stato superato, almeno per come la vedo io.
    C’è poi un altro aspetto da evidenziare. Non conosco Roly e le sue vie ma mi fido di quello che dice Giacomo. Il problema è che in giro non c’è solo Roly, purtroppo ci sono anche dei cagnacci che tracciano o hanno tracciato delle vie orride e che magari, dal loro punto di vista, si sentono anche degli artisti. Ma come esiste il pittore da quattro soldi allo stesso modo esiste il tracciatore da due lire, con la differenza che un quadro brutto lo si imbosca molto più facilmente.
    Il problema è che il senso del limite non lo si insegna e non lo si impara facilmente. Bisogna fare determinati percorsi e avere anche una certa dose di umiltà.

  10. 13
    Alberto Benassi says:

    quanto al fatto che il mondo sta cambiando ne siamo più che consapevoli. Ma non è che tutto quello che è nuovo è giusto e va accettato solo per il semplice fatto che accade. Almeno dire come la si pensa mi sembra che si possa ancora fare. Oppure non è permesso nemmeno più esprimere la propria opinione? certamente sempre con rispetto del prossimo.

  11. 12
    Alberto Benassi says:

    guardate che qui nessuno ha criticato le aperture di Rolando Galvagni. Ci mancherebbe altro. Le critiche sono state rivolte al modo di presentarlo. Questo almeno per me. Ma mi sembra anche per Stefano.

  12. 11
    macroby2014 says:

    Conosco Roly attraverso Facebook e amicizie comuni, e penso di condividere lo spirito che lo anima.
    I tempi cambiano e anche le modalità di fruizione delle montagne. Tra i nostalgici dell’alpinismo eroico e chi ama un po’ di avventura senza prendersi troppo sul serio, c’è un mondo infinito dalle mille sfaccettature in cui chiunque può riconoscersi oppure no. Per quanto mi riguarda e riferendomi alle vie di Roly che ho ripetuto, ho trovato sempre buone linee di arrampicata divertenti e sicure (per quanto possa essere sicuro l’ambiente alpino). Considerato che, l’uso del risultato del suo impegno, come quello di tanti apritori a volte chiacchierati come ad esempio Grill, è totalmente gratuito, lascerei le polemiche alle spalle e consiglierei ai critici irriducibili di non andare a ripetere queste vie.
    Chi è contrario a certi modi di fare può sempre farne a meno e salire in solitaria percorsi vergini e non chiodati. Fortunatamente nel nostro paese la scelta può essere infinita. Complimenti a Rolando che ha contribuito fino ad ora a farmi divertire.

  13. 10

    Sono veramente felice che sia stato dato spazio ad uno dei più bravi apritori (lo preferisco a chiodatori) che ci siano il carissimo Roly Galvagni.
    Roly è modestissimo forte ed altruista.
    A quelli che criticano come sempre dico invece di far girare la lingua in bocca cercate di andare ad arrampicare, oppure ad aprire qualche via che poi veniamo a ripeterla, Roly continua così che sulle tue magnifiche linee è proprio bello scalare si vede che lo fai con passione ed amore.

  14. 9

    Caro Giacomo, il tuo discorso sta già prendendo una piega diversa rispetto all’inizio… 😉
    Sarà dovuto sicuramente alla tua giovane età che vive le emozioni in maniera fortissima ed esplosiva /fa parte dell’evoluzione umana…) ma se accetti un consiglio da parte mia, che ho passato come te e tutti i ragazzi la stessa fase, cambiando, limitando e moderando poi in altre fasi evolutive il mio modo di fare (e ti assicuro che molti, anche qui dentro, sanno bene di ciò che parlo… 😀 ) se vuoi scrivere (si vede benissimo che ti permette di esprimerti e ti piace) e farti capire nei concetti da chi legge, non buttare sulla carta o oggi sulla tastiera, le tue convinzioni così come ti vengono… tu sai certo di cosa stai parlando ma spesso chi ti legge può equivocare e scrivendo in maniera così “aggressive” come il “cappello” dell’articolo, va a finire che invece di contribuire ad un dibattito, crei polemica…!
    Tralasciando consigli e “saggezze” dell’età (chissà magari diventerò saggio anch’io prima o poi… 😉 ), dirò che l’arrampicata e l’alpinismo che hanno la stessa mamma, sono da sempre state considerate attività anarchiche e da vecchio anarchico convinto che considera quindi di conseguenza l’anarchia non come prepotenza e menefreghismo (come è stata ben disegnata ad arte dai suoi denigratori per ovvi interessi politico-storici e da chi ci marcia sopra, sui quali certo ora non mi soffermo e rimando a De André per la comprensione… ), ma difficile esercizio di autodeterminazione e rispetto delle libertà altrui.
    Occupare quindi anche fette di pareti che potrebbero essere utilizzate in modo tradizionale permettendo la pratica di un modello calssico dell’ambiente, volendo portare nello stesso una visione contrapposta mi sembra non corretto.
    Parli di rivisitazione delle strutture su vie preesistenti e ti do ragione, nei limiti che determinano una revisione originale e non con cambiamenti e migliorie per permetterne la fruizione alla massa. Come detto i diritii o i limiti in questo caso, si conquistano e non si pretendono già definiti, anche perché altrimenti l’anarchico sentimento alpinistico e la sua libertà di espressione finiscono per diventare omologati ed imposti…!
    Il rifugista che vuole propagandare la sua zona ha mille diversi modi per farlo e per attirare al curiosità del turista, allo stesso modo la Guida Alpina che voglia proporre itinerari poco noti ma bellissimi…
    Personalmente ho scritto due guide di arrampicate scelte in Dolomiti con relazioni perlopiù sconosciute o in zone poco frequentate e vedo che alla fine sono state apprezzate, ciò significa che esiste la volontà di esplorare (sintomo gravissimo del virus alpinistico…). Ho accompagnato diversi clienti su itinerari di questo tipo e ne sono stati sempre entusiasti, non a caso ritornano a chiedermene altri, così come ho avuto modo di conoscere persone appassionate della “loro” montagna passare intere giornate isolati e soli nel rifugio che si sono scelti come mezzo di sostentamento senza lamentarsi della scarsa frequenza, anche se è ovvio ci fosse una frequentazione maggiore i loro proventi ne gioverebbero.
    Dipende sempre dall’ottica con cui si guardano le cose…!
    Se a noi affascinano dei luoghi non è detto che siamo obbligati a farli ammirare a tutti, ognuno deve scegliere il proprio cammino utilizzando ciò che la natura ci offre. Altrimenti si va a finire con pretese come quella che ho dovuto sentire tempo fa espressa da un disabile e dai suoi famigliari, che avrebbero voluto una funivia su tutte le cime dolomitiche alla stregua di quella del Pordoi, perché secondo loro, era giusto, anzi sacrosanbto, che lui potesse raggiungerle, arrivando a tirar fuori le barriere architettoniche…
    Questo per dire che si arriva dove siamo in grado, oltre se anche rimane un sogno, sarà certamente bello sognare. altrimenti la notte rimane vuota…
    Roly e le sue vie non intaccano queste situazioni perché si snodano in ambienti che convenzionalmente sono stati dedicati a questo tipo di salite, dando quindi lo spazio necessario a tutte le espressioni. Non a caso quando parla di montagna, anche lui dice di salire il più possibiile con mezzi tradizionali…!

  15. 8

    Mah… A me sembra che con la scusa dello sfruttamento, del “potenziale turistico” e del “portare soldi” si facciano sempre più porcherie.
    E non si salvano più neanche le “zone sfigate”…

  16. 7
    Alberto Benassi says:

    Premesso che non voglio rifare la solita dispusta… spit si…spit no. Anche perchè li uso quindi sarei disonesto.

    …”forse tirare una riga di spit …. è sbagliato….” Non forse. E’ sbagliato!

    “valorizzare” . già la parola valorizzare mi da noia. Mi sa di politichese. Non c’è nulla da valorizzare . A valorizzare ci ha già pensato la natura. L’uomo può solamente scoprire e spesso e volentieri purtroppo la fa facendo danni violentando l’ambiente.

    “la maggioranza predilige itinerari bene attrezzati” Bene e allora che dobbiamo fare? omologare tutto creando un parco giochi!
    Ognuno gioca a modo suo certo ma lo deve fare nel rispetto di certe regole che sono quelle di fare le cose che è in grado di fare e non perchè qualcuno è in dovere di spianargli la strada. L’alpinismo è un gioco ma come tutti i giochi ha delle regole che vanno rispettate altrimenti si bara con gli altri ma sopratutto con se stessi.

    C’è il diritto al divertimento? si ma andiamoci piano con solo i diritti di noi arrampicatori. Perchè ci sono anche i doveri . I doveri di rispettare la roccia e l’ambiente che ci circonda. La montagna non può essere sempre e solo usata. E’ li prima di noi e ci sarà dopo di noi. Quindi credo che abbia qualche diritto in più.

    Ho aperto diverse vie in Apuane. Sinceramente durante l’apertura ho solo pensato a me stesso e ai miei compagni. Ho agito in base al nostro stile e alle nostre esigenze del momento. Se avevo bisogno di proteggermi l’ho fatto altrimenti no.
    Per gli altri mi sono solamente preoccupato quando ho fatto la relazione. Cercando di fare una relazione più veritiera e onesta possibile in modo che i ripetitori potessero valutare bene prima di impegnarsi nella salita.

  17. 6

    Ciao Stefano,
    non riesco a essere d’accordo sulla tua completa avversione al turismo “rampicatorio”.
    Non stiamo parlando di cemento e catrame ma del fatto che l’arrampicata può essere un potenziale turistico, può portare soldi.
    In Dolomiti forse con tutta la fama che hanno tra escursionisti, arrampicatori, cazzeggiatori e chi ne ha più ne metta il turismo e i rifugi saranno sempre pieni però ci sono altri posti che potrebbero sfruttare molto di più l’arrampicata..
    Ti faccio un esempio? Senza nomi ne cognomi qua nelle Valli Adamelliche c’è un rifugio con attorno un potenziale arrampicatorio incredibile, potrebbe essere un oasi di granito frequentata da tantissimi arrampicatori e con un comodo rifugio sotto le pareti.
    Purtroppo molte vie si intersecano, hanno spit dell’8, cordoni penzolanti, relazioni sparse in giro. Fatto sta che delle 100 persone che potrebbero arrampicarci ne contiamo 10, quelli che conoscono l’amico che l’ha aperta o sono della zona. E se il comune e il rifugio insieme pensassero a una riattrezzatura? Lasciando le vie “Hard” “Hard” (sostituire uno spit dell’8 con un fix nel 2015 credo sia buon senso) e quelle più tranquille con una chiodatura decente? E se al rifugio al posto di 10 arrampicatori c’è ne fossero 100? Forse al posto che costruire l’ennesimo palazzetto dello sport (questo è cemento!!!) si potrebbe pensare a valorizzare quello che si ha. Rimarrebbe integro come dici tu ma vivo perchè a me, nonostante tutto (al di là delle schifezze che qualcuno sta facendo), piace vedere le persone che camminano felici in Val di Mello. E se accanto alla via di Tondini (ormai userò loro come personaggi del mio racconto, mi odierranno 😉 c’è n’è una del Roly (PERDONATEMI!!!) vuol dire che c’è spazio per tutti, e se questo mi porta anche soldi, bene, meglio, avanti così!!

  18. 5

    Giacomo, perché sulla sud della Marmolada no ed invece sul campanile Vatelapesca sì? Chi decide e qundi si erge a giudice supremo per definire ciò che è storico e non va toccato mentre si può sforacchiare liberamente un’altra parete?
    Discorsi sentiti più volte, quindi attuali e non esempi “pour parler”!
    Se non si parte da un’etica condivisa e quindi comune non arriviamo da nessuna parte, perché ognuno troverà mille motivi per dissentire e crearsi il suo spazio con le sue motivazioni e poi andare a schiodare le vie tipo “Spada nella roccia” in Marmolada diventerà routine…
    Giocarla sul rientro economico come ho già espresso, non fa che aumentare un tipo di turismo comodo, stile spiaggia di Rimini che se ne frega di ambiente, tutela del territorio e via dicendo… La pulizia della S’cesora (il canalone sotto la funivia della Marmolada) , tu probabilmente eri troppo giovane o non ancora nato, ma è stata un’impresa titanica che ancora oggi non è terminata, dato dall’ottica del turismo di massa e del rientro economico delle valli (guardiamo i bilanci delle amministrazioni locali e vediamo quale rientro hanno avuto…). Che facciamo? Continuiamo ad impestare l’unico terreno dove ancora si può trovare un minimo di integrità?
    Vuoi giocare con qualcosa per cui non hai la capacità? E perché mai te ne senti in diritto? Chi o cosa definisce questo diritto?
    Non hai il livello? Scegliti qualcosa di relativo oppure allenati e alzalo! Sarà più gratificante che voler a tutti i costi vincere facile…!
    Quando sento il termine SFRUTTARE, mi viene l’orticaria! Nell’ottica dello sfruttamento stiamo radendo al suolo il pianeta e le nuove generazioni di cui tu fai parte, dovrebbero sensibilizzarsi su questi temi, non continuare su strade ghià percorse in passato e per le quali oggi si tenta di metterci una pezza…!
    UTILIZZARE, si differenzia nel concetto, perché non implica la manomissione di ciò che il pianeta ci offre.
    Cambiamo un po’ tutti modo di pensare, tralasciando i piccoli interessi personali e vedrai che staremo meglio con noi stessi, con gli altri e soprattutto con l’ambiente che ne gioverà appieno!
    E lo dico da interessato, visto che come sai, credo, sono Guida Alpina a tempo pieno e quindi la mia minestra la gaudagno accompagnando persone in giro per i monti dall’escursione semplice all’arrrampicata più difficile…! Ma preferisco una misera zuppa di verdure ogni giorno, all’arrosto di maiale, se questo permette di vivere meglio e lasciare un’eredità ai posteri che non sia cemento e catrame sparso un po’ ovunque, visto che lo sfruttamento turistico a questo sta portando!

  19. 4

    Ciao, Rispondo sia a Stefano che a Alberto.
    Nella mia introduzione volevo solo esprimere l’idea che alpinismo e sportiva possono convivere. Non sto dicendo che queste vie “sportive” siano più sicure, dico solamente che l’impegno generale è sicuramente minore. E andando in giro (fortunatamente ho la possibilità d farlo) mi sono accorto di come buona parte (la fetta più grande?) degli arrampicatori prediliga itinerari ben attrezzati. Non sto dicendo con questo prendiamo il trapano e andiamo in giro a trapanare tutto infatti nel testo dico: “Forse tirare una riga di spit sulla Sud della Marmolada (che ha una storia e una tradizione) è sbagliato, ma valorizzare una parete sconosciuta dolomitica con una bella via magari plaisir può essere una bella idea e perché no può incentivare il turismo della zona”. Invece l’arrampicata come turismo la sostengo, dove turismo non significa garantire una “falsa” sicurezza a tutti ma garantire un offerta varia e sopratutto valorizzare un territorio. In Dolomiti le vie classiche abbondano e da qualche anno anche le vie sportive, le cose convivono e offrono un offerta varia. Che male c’è? Guadagnare sull’arrampicata è un male? Secondo me no e se un offerta varia di vie (rispettose le une delle altre) porta cash nelle casse di rifugisti, guide, albergatori e campeggi dico solo BENE!!!
    L’arrampicata può e deve essere un potenziale turistico da sfruttare, da sfruttare bene, ma da sfruttare.
    Detto ciò io sono contento che ci sia in giro gente che quando chioda lo fa anche “per me” e permette di divertirmi e di scalare, magari di osare su quel grado che se fosse protetto lungo e a chiodi propio non farei.
    E’ sbagliato? va bene, una delle prime interviste l’ho fatta a Tondini (sto cercando di intervistare un pò tutte le voci del coro verticale), le sue vie di ripetizioni non ne hanno, e se ne hanno ne hanno poche, chi cerca l’avventura può trovarla e può convivere con noi “peones” che le vie di Tondini possiamo solo sognarle!!

  20. 3

    Conosco Roly, persona molto modesta e conosco bene le sue vie che scalo molte volte.
    Sono salite che spesso riescono a valorizzare muri, i quali altrimenti nell’ottica alpinistica non sarebbero valutati, mentre nell’ottica un po’ diversa dell’arrampicata sportiva convivono tranquillamente con salite di stampo diverso, presenti nella stessa zona, dando spazio all’estetica del gesto ancor prima che all’avventura.
    Non trovo differenze tra le sue “creazioni” e quelle di gente ben più blasonata (di vescovi e papi siamo pieni) se non per i livelli di “obbligatorio” i quali però dovrebbero esulare dall’opportunità o meno di aprire una via sportiva su una parete o su un’altra.
    Certamente però non condivido l’ottica espressa nel “cappello” all’articolo che, probabilmente senza volerlo, elogia la banalizzazione dei limiti (piaga sociale moderna e soprattutto nei confronti della salvaguardia dell’ambiente montano) confondendo in un unico calderone sicurezza (salire vie premasticate non salva dal farsi male ed è un’informazione scorretta, fuorviante e pericolosa, lasciarlo intendere), richiamo turistico, rientro economico ma tralasciando o addirittura denigrando un modo di arrampicare alpinistico che malgrado tutto è molto più rispettoso dell’ambiente rispetto alla sportiva e non lascia spazio al banale (se sei capace affronti la salita altrimenti cambi obiettivo).
    Tursimo e benessere economico non devono essere scusanti per quanto riguarda una massificazione selvaggia dei monti e non lasciano spazio, visti da questa angolazione, ad una cultura diversa rispetto a quella di piste, alberghi 5 stelle travestitti da rifugio alpino tipo passo Sella o, visto che su questo blog appare spesso l’argomento, heliski.
    Abbiamo pareti in giro per le Alpi,per poter arrampicare senza interrruzione per i prossimi 4000 anni, questo è certo, lo spazio non manca, ma è anche certo che se vogliamo preservare ciò che vi gravita attorno (l’ambiente) non dobbiamo sfondare i muri dati dalle difficoltà che si risontrano superando la soglia della comodità…!
    Guadagnarsi gli obiettivi sfruttando le proprie capacità e non sfruttando quelle degli altri ci permette di entrare in simbiosi con ciò che ci circonda, apprezzarlo e rispettarlo (malgrado pesso si incontrino esempi di arroganza umana anche nei posti più impensati ma sono episodi ancora isolati).
    La Valle del Sarca di cui Roly è frequentatore assiduo, è ormai da molti anni considerata un territorio d’incontro tra sportivo e alpinistico. Le due specialità vi convivono benissimo, ma questo è dovuto anche all’antropizzazione del territorio che non è certo integro come invece molti ambienti montani di quota. Quindi direi che se sappiamo scegliere i nostri obiettivi, la parete di San Paolo a Ceniga è un esempio di come si possano sfruttare zone impensabili fino a qualche anno fa e renderle fruibili come piccole Mecca dell’arrampicata con i due stili che scorrono appaiati tra vicine linee, non facciamo male a nessuno, anzi, ma mettiamoci dei limiti etici in tutti i sensi, visto anche, che l’elisoccorso su quella parete svolge la maggiorparte del suo lavoro di recupero infortunati (alcuni deceduti…) tra gli arrampicatori, il che significa che banalizzare dicendo che si rischia meno non risulta poi così “produttivo”… !

  21. 2
    Alberto Benassi says:

    Non discuto sull’attivita di Roly Galvagni che è libero di fare quello in cui crede, tanto di cappello per la sua attività ma l’articolo introduttivo di Rovida è solamente polemico.
    Se si spera in una convivenza, non si può scrivere un articolo del genere in cui non si fa altro che sputare sentenze contro coloro che la pensano diversamente .

    Chi cerca una forma di arrampicata tranquilla dove si cerca il solo divertimento può benissimo farlo, non c’è nulla di male. Certo non può pretendere di farlo su itinerarari, magari classici, storici che sono nati in un certo modo, in un certo stile. E siccome ha questa pretesa ma non il livello, andare li è sforacchiare tutta la via per adattarla alle capacità di tutti.
    L’ omologazione, l’ appiattimento non è un valore.
    E non mi sta bene nemmeno la scusa del turismo e dell’economia. Non si può ridurre tutto al solo denaro.

  22. 1
    ivo says:

    Roly è semplicemente bravo perché è nato modesto e senza fare tanto rumore ogni anno e da tanti anni regala belle linee, la sua semplicità come persona gli facilità sicuramente il tutto. Una brava persona è sempre facilitata! Bravo Roly ti ammiro e GRAZIE da parte di tutti noi che a volte siamo solo capaci di giudicare senza capire.
    ivo

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