Sentieri evoluti

Sentieri evoluti
(scritto nel 1994)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(2)

La prima volta che Marco Milani si recò al Lac Blanc arrivò alla Flégère in funivia. Era proprio l’ora in cui gli addetti facevano la so­sta per pranzo. Marco, uscito dalla stazione, non si avviò subito per il sentiero. Preferì aggirarsi nei dintorni alla ricerca di spunti per una fotografia. Osservò i manovratori che si allonta­navano verso il bar, scherzando con la signorina che chiudeva a chiave il gabbiotto del­la cassa. D’improvviso Marco sentì un la­mento collettivo, una specie di urlo rauco. La gente era stravac­cata sull’erba e sui sassi a prendere il sole e fare il picnic e nessuno pareva accorgersi di quella gente che protestava sempre più forte. Marco focalizzò una telecabina dell’impianto superio­re, quello dell’Index, sulla quale una classica famigliola, pa­dre, madre e bambino, era in preda al terrore. Si sentivano ab­bandonati nel vuoto. L’incredibile scena diventava grot­tesca pro­prio perché non importava a nessuno, anzi alcuni ridevano di gu­sto… Marco vinse la naturale ritrosia di denunciare, in lingua straniera, il fatto e si precipitò al bar dove “mademoiselle” la cassiera degustava un toast appetitoso. I manovratori erano poco discosto a sghignazzare rumorosamente. In un fran­cese improbabile Marco farfugliò che c’era gente sull’impianto, che il bambino stava piangendo. Naturalmente non gli volevano credere poi, di fronte al fatto, corsero tutti a riaccendere i motori… Nel frattempo nessuno si era anco­ra mosso dal prato.

Dal Lac Blanc, belvedere su Aiguille Verte, Grandes Jorasses e Monte Bianco

In gran parte i frequentatori degli impianti a fune sono turisti che non fanno dif­ferenza tra un’affollata spiaggia di Rimini e i praticelli della Flégère, affollati pur’essi. Perciò non bisogna stupirsi se pensano che non sia loro compito ascoltare delle in­vocazioni d’aiuto. Come sulla spiaggia ci sono i bagnini, qui ci sarà pur qualcuno che provvederà…

Una selezione si può avere solo a mezz’ora, un’ora di cammino. Là i primi segni di un’evoluzione della specie si manifesteranno. Ed è per quest’ultimo tipo di turisti che i sentieri oggi sono con­servati e mantenuti efficienti. Io credo che sia molto importante il modo in cui si presentano alla gente i mezzi per il suo cam­mi­nare. I sentieri possono anche essere tutti uguali nella sostan­za, ma certa­mente differiscono nella forma e nella filosofia di presentazione. Una giusta educazione dell’escursionista passa at­traverso la consegna nelle sue mani di strumenti che dovrebbero indirizzarlo a un uso corretto.

Quasi tutti i sentieri delle nostre Alpi sono stati tracciati molto tempo fa da pastori, agricoltori e boscaioli per poter svolgere il loro lavoro. Anche i cacciatori hanno contribuito a creare percorsi che servissero ai loro scopi. Solo re­centemente, per motivi turistici, sono stati ricavati alcuni tracciati nuovi, in gene­re per collegare rifugi o stazioni di funivie. Ex novo so­no anche alcuni sentieri attrezzati. Attrezzature, migliorie e nuovi percorsi sono oggi pensati per gli utenti più numerosi, cioè i turisti a piedi. Proprio perché il turismo riversa sempre maggiori quantità di escursionisti sulle montagne e nelle aree a wil­derness, lo stru­mento “sentiero” continua a seguire la sua vocazione di servizio.

Purtroppo il turismo di consumo richiede servizi sempre più fun­zionali alle proprie divoranti esigenze: e così è sempre più ge­nerale la tendenza a stravolgere le caratteristiche originarie del sentiero e della sua filosofia.

Troppi cartelli e diversi, segnavia ripetuti e di esagerate di­mensioni, numerazioni che cambiano e si sovrappongono nel tempo, segnali colorati inutili quan­to importuni, “Alte Vie” con nomi altisonanti, panchine in eccesso, cestini della spazzatura ogni cento metri sono visibilmente in contrasto con l’idea di una mon­tagna o di un bosco allo stato naturale: di quel passo l’ambiente si avvicina sempre più a quello dei giardini pubblici di una città.

O l’amministrazione comunale è efficientissima, e allora i cesti­ni della spazzatura hanno un senso, oppure è meglio incoraggiare la gente a riportare a valle i rifiuti. Ma percorrere la strada del “servizio efficiente” può portare assai lontano: qualcuno ha già parlato di sentieri palinati con posti di chiamata telefoni­ca. È pur vero che la vita umana dev’essere protetta, ma è al­trettanto vero che gli eccessi snaturano gli intenti. Ed è fuor di dubbio che camminare in montagna dev’essere diverso dal pas­seggiare in un giardino pubblico col vigile che fischia l’ora di chiusura dei cancelli.

Non appena il massiccio del Monte Bianco divenne l’attrattiva del nascente turismo alpino, fra le escursioni del visitatore più preparato e ambizioso ci fu subito il periplo completo. Tra i primi illustri viaggiatori che compirono quella che per allora era già una bella impresa, dobbiamo ricordare Horace-Bénédict de Saussure. Per studiare da ogni angolazione la montagna dei suoi sogni, lo studioso ginevrino fece il giro ben tre volte, nel 1767, nel 1774 da solo e infine nel 1778, allo scopo di riempire “molte lacune e dubbi” in vista della pubblicazione di una de­scrizione del massiccio. Si viaggiava allora con una piccola carovana di muli, ingaggiando guide e aiutanti fra gli abitanti dei paesi attraversati. I muli erano fondamentali, non solo per por­tare attrezzi scientifici, viveri di con­forto ed equipaggiamento, ma anche per essere caricati dei campioni di roccia che lo stu­dioso raccoglieva. Il giro era molto più ampio di quanto oggi ci pro­pongono le guide specializzate. Più o meno coincideva da Cha­monix a Cour­mayeur, attraverso il Col du Bonhomme e il Col de la Seigne, ma poi non risali­va la Val Ferret per tornare a Chamonix attraverso la Fenêtre d’Arpette. Si preferiva invece scendere ad Aosta ed entrare in Svizzera attraverso il Gran San Bernardo per raggiungere Martigny. Allora non c’era fretta e percorsi come questo erano momenti di studio e riflessione; non un bene di con­sumo da bruciarsi nelle nostre poche giornate di ferie annuali.

Dal Lac Blanc, belvedere su Aiguille Verte, Grandes Jorasses e Monte Bianco. Foto: Sven Mueller

Per comune buon senso è meglio non abbandonare i sentieri per se­guire va­rianti ispirate dal momento: perché fuori dai sentieri è più facile perdersi, il cammino è più disagevole, si possono ave­re infortuni che nessuno segnala. Lo svago si trasformerebbe in una brutta avventura.

Ma ci sono altre ragioni per non allontanarci dal percorso segna­lato. Così eviteremmo di danneggiare i prati e il sottobosco; così aiuteremmo a prevenire l’erosione da viottolo. Tagliare per scorciatoie crea seri problemi di erosione e si dovrebbe anche evitare di duplicare la traccia. Una scorciatoia su terreno ripi­do danneggia di più di quella su pendenza lieve.

Correre in discesa sui sentieri può essere tollerato ma di solito contribuisce a sbriciolare le zolle e a smuovere i sassi; inoltre è un agire pericoloso per chi sta camminando più sotto.

I sentieri sono la via maestra al fecondo contatto con la Natura. Con essi noi percorriamo il territorio e, sempre tramite loro, la Natura ci può beneficamente percorrere. Non abdichiamo a que­sta possibilità convertendo pian piano i sentieri in sviliti per­corsi, magari a pedaggio.

A proposito di pedaggio, o di numero chiuso, la gita al Lac Blanc nei due mesi della stagione estiva ripropone il tema scottante della folla. Chi percorre il Gi­ro del Monte Bianco troverà qui uno dei tratti preferiti dalla maggioranza, forse proverà del di­sagio.

Marco e Luisa consigliano a tutti, sperando che non tutti seguano l’indicazione, di aspettare sulle rive del Lac Blanc che giunga il tramonto. L’ora è magica, lo spettacolo merita quel piccolo sacrificio. Ma soprattutto si assisterà, come per incanto, alla scomparsa della folla, che preferirà correre a prendere l’ultima funivia. Chi rimane, sazio di luci e di colori, un po’ infreddoli­to, dovrà scendere a piedi, forse un po’ al buio.

L’enorme massa dell’Aiguille Verte e dei Dru invade il cielo come una macchia scura, più vicina, ancor più presente di quel vago biancore di calotta nevosa che il Monte Bianco emana a gonfie ve­le su poderosi ghiacciai e possenti seraccate. I profili delle Aiguilles de Chamonix, al crepuscolo tagliati con l’accetta nel cielo, si scontornano e si confondono lenti in un inchiostro me­lenso e punteggiato di stelle.

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Sentieri evoluti ultima modifica: 2018-10-07T05:30:19+00:00 da GognaBlog

1 commento su “Sentieri evoluti”

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    Daniele Piccini says:

    Uno scritto di 24 anni fa, chiaro e realistico, i sentieri sono la via per arrivare a conoscere le montagne ed il loro ambiente, qualsiasi attività si voglia fare bisogna servirsi di loro, se sono antichi percorrono le strade migliori, più sicure e meno faticose per salire in alto, sotto le pareti per gli alpinisti, nei punti più panoramici e talvolta distanti per gli escursionisti e ti riportano a valle anche nelle condizioni più difficili, non serve crearne di nuovi, basta riscoprire e conservare i vecchi  perchè gli animali e gli uomini di fatica li hanno tracciati da sempre. Comunque dopo 24 anni lo scritto risulta profetico, oggi l’autore rileverebbe che il degrado avanza incontrastato.

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