Sette alpinisti a confronto

Ci sono diversi modi di fare informazione, uno di questi è l’intervista comparata. Nel 2007 fui incaricato da ALP di redigere una serie di domande a sette alpinisti italiani per raccoglierne le risposte, tutte assai valide anche oggi.

1. Quale delle tue salite (compiute tra dicembre 2005 e dicembre 2006) ritieni più importante?

Fabio Valseschini
1. Ritengo tutte le mie salite “importanti”, nel senso del progetto da vivere durante la preparazione e poi durante l’esecuzione. L’importanza del dopo, quindi il paragone con le altre, mie o di altri alpinisti, ha per me un interesse relativo, anche nel senso che a volte non mi sento di fare paragoni, sono restio. Darei il voto, ma soprattutto per le conseguenze mediatiche che ha avuto e non tanto per l’importanza che le ho dato io personalmente, la mia salita in prima solitaria invernale alla via del Fratello della parete nord-est del Pizzo Badile.

Fabio Valseschini

Intervista a Fabio Valseschini


Simone Moro

1. Di sicuro la traversata da solo della più alta montagna della terra, l’Everest. Era la terza volta che raggiungevo la vetta dopo le precedenti salite da sud e nord del 2000 e 2002.

Andrea Giorda
1. Forse Stairway to heaven aperta con Adriano Trombetta sul Becco di Valsoera, nel versante canavesano del Gran Paradiso, 500 m fino al 7b+.

Rossano Libera
1. Personalmente considero importante qualsiasi salita. Anche quella meno impegnativa può insegnare molto. Se ci si riferisce a quella che ha suscitato maggiore interesse dal punto di vista mediatico, allora non posso che rispondere Bocconi amari all’Emilius.

Rolando Larcher
1. Le mie salite che ritengo più importanti di quest’anno sono tre nuove vie di alpinismo che potremmo definire “sportivo” e la prima in libera della via Marampon che ho liberato.
Delle tre vie nuove, di completa vi è solo quella aperta e liberata, assieme all’amico Maurizio Oviglia, in Turchia. Poi ne ho aperte altre due, che essendo da liberare sono progetti ancora in corso. La prima è in Sardegna, sulla Punta Giradili, terminata in giugno, con Roberto Vigiani e con Oviglia. Facendo un paragone con Hotel Supramonte, forse sarà mezzo scalino inferiore, per la minor lunghezza e sostenutezza. Purtroppo non ha ancora un nome e soprattutto, nemmeno la rotpunkt, ma spero di risolvere la cosa nel prossimo aprile. La terza è La Svizzera. Anche questa è una via bella, dura e completa, per la lunghezza e l’ambiente alpino del Wenden.

L’importanza di queste salite per me è dovuta, non essenzialmente all’indiscutibile valore ed impegno delle stesse, ma dall’occasione di vivere delle giornate con gli amici migliori.

Ezio Marlier
1. Dare troppa importanza all’aspetto tecnico delle salite in se stesse non credo possa lasciare niente. La crescita personale che ne ricaviamo deve essere l’obbiettivo. Ho incentrato la mia attività sulla ricerca di vie nuove. Ogni prima salita lascia un suo segno… dissimile l’uno dall’altro, un puzzle che deve essere ancora composto perché mancano dei pezzi… che troverò nelle prossime. L’ultima in tempo cronologico, Bocconi Amari all’Emilius è sicuramente una delle più ricche dal punto di vista emozionale.

Ermanno Salvaterra
1. Sicuramente El Arca de los Vientos, la salita al Cerro Torre sulla tanto discussa linea che Maestri disse di aver percorso con Toni Egger nel 1959.

2. Ritieni che l’impresa da te compiuta quest’anno sia un passo avanti nella tua evoluzione personale? E perché sì o perché no?

Fabio Valseschini
2. Sicuramente sì, nell’ambito della mia crescita personale. Era la prima volta che mi mettevo in un impegno del genere, dove era programmato ben più di un bivacco, per di più invernale. Ho maturato la convinzione che l’evoluzione passi sempre obbligatoriamente attraverso un sempre maggiore adattamento dell’individuo alle condizioni e all’ambiente che lo circondano. Far tesoro delle esperienze precedenti è solo l’inizio: poi si va avanti col procedimento mentale di adattamento.

Simone Moro
2. Se non avessi usato ossigeno per quei 180 minuti, di sicuro sarebbe stato qualcosa di molto notevole nel panorama mondiale dell’alpinismo. Avendolo invece utilizzato, alla mia traversata solitaria nella parte più impegnativa, possiamo togliere la parola “molto” e lasciare l’aggettivo notevole, visto che dalla cima della montagna alla tenda del campo base ho impiegato meno di 5 ore, di cui 3 nel buio totale e senza mai incontrare nessuno.

Simone Moro

IMS 2010, Simone Moro


Andrea Giorda

2. Arrampico da più di trent’anni e mi è difficile dire cosa sia un passo avanti.
Il mio è un alpinismo rubacchiato, il lavoro non mi lascia molto spazio e solo la passione mi porta ancora ad aprire una via, anche con il brutto tempo, se sono gli unici giorni che ho. Ma nel mio piccolo ho avuto la fortuna di attraversare tante “epoche e stili”, per questo non ho verità assolute da comunicare e l’unica cosa di cui sono certo è che mi interessa capire e vedere quanto c’è di nuovo divertendomi, senza ansie per il risultato. Di sicuro però, la novità rispetto al passato è stata la ricerca dell’arrampicata libera senza compromessi.

Rossano Libera
2. Assolutamente sì, dal momento che mi ha impegnato a fondo sia sotto l’aspetto tecnico che quello psicologico. Ma l’evoluzione maggiore l’ho vissuta a livello emozionale perché ero in compagnia di un vero amico (Ezio Marlier), col quale ho condiviso momenti speciali.

Rolando Larcher
2. Passi in avanti decisivi sono difficili da farsi, più facile è comporre dei piccoli tasselli che permettono di migliorarsi ed evolversi; penso, o per lo meno mi illudo, siano la motivazione e lo scopo del nostro agire. L’anno appena trascorso lo definirei la stagione delle “clessidre”, ne ho trovate un sacco in apertura ed in ripetizione. Le definirei un regalo di madre natura, un ripetersi forse casuale che però mi ha fatto ritornar la voglia d’aprire in tradizionale senza spit, ma anche senza artificiale, vedremo.

Ezio Marlier
2. Definire imprese delle salite credo non dia il giusto valore alle stesse. Proprio perché hanno un valore che va oltre all’aspetto sportivo, almeno per me. L’alpinismo è un ideale, è sugli ideali che si sono fatte le rivoluzioni. Oggi purtroppo diamo valore ai numeri, sono gli stessi numeri da cui scappiamo andando per montagne. L’evoluzione mia personale è un percorso in cui la montagna è solo parte.

Ermanno Salvaterra
2. Da un lato sicuramente sì, visto il modo in cui l’abbiamo effettuata cercando cioè di salire nel modo più veloce possibile. Mai fino a quel momento avevo effettuato una salita in Patagonia con quello stile.

3. In che misura ritieni che quest’impresa sia all’altezza o meno di ciò che si fa a livello mondiale? E perché?

Fabio Valseschini
3. I complimenti fanno sempre piacere… L’interessamento di tutti a questa salita, da me assolutamente non previsto, mi ha certamente inorgoglito. Devo quindi pensare che ci sia un valore, in questa che loro definiscono “grande impresa”, che io non riesco a vedere completamente. Anche se ho usato grande determinazione nella realizzazione di questo “sogno” io pensavo, e continuo a pensare, che altri avrebbero potuto fare da soli e slegati quello che ho fatto io…

Simone Moro
3. Pensare di scavalcare l’Everest facendo tutto da solo rimane sempre qualcosa che vorrei rimanesse ben chiaro e distinto nelle menti generaliste di molti “spettatori” d’alpinismo. Trovare gli sponsor, organizzare tutta la logistica, trasportare i materiali in quota, agire completamente da solo da 8000 metri fino in vetta e per tutta la discesa fino a campo base cinese e rientrare in Nepal, presuppone una certa dose di intraprendenza e capacità. O mi sbaglio? Di sicuro per realizzare e definire solitaria una scalata all’Everest e sugli altri 8000 della terra bisogna ormai andare d’inverno dove si è davvero completamente soli, proprio come sto facendo io ora che vi sto scrivendo dal Pakistan durante il mio avvicinamento invernale al Broad Peak e K2…

Andrea Giorda
3. Anche se molti vanno fino in Pakistan per molto meno, il livello mondiale è assai più elevato di quanto abbiamo fatto io e Trombetta. Il vero valore di questa impresa è quello di aver dimostrato che la bella avventura, se si hanno gli occhi per vederla, la si può trovare dietro casa. È sempre stato così, venticinque anni fa i forti dell’epoca dicevano che sul Becco di Valsoera non c’era più spazio per vie nuove e allora scalai con l’amico Sandro Zuccon Il Filo a Piombo e Sturm und Drang, due classiche dove si misurano ancora i giovani alpinisti.

Andrea Giorda

SetteAlpinisti-Giorda-image


Rossano Libera
3. Non posso rispondere ad una domanda del genere, non ne posseggo i requisiti. Il mio è e rimane un alpinismo dilettantistico, non ho capacità mondiali, non posso quindi avere termini di paragone…

Rolando Larcher
3. Già il nome “impresa” mi da noia, o per lo meno lo trovo assai inflazionato.
Se il metro di paragone è l’aspetto eroico della cosa, più o meno enfatizzato, cedo il passo ad altri più capaci di me. L’alpinismo oramai ha diverse branche ed è difficile fare dei paragoni: come si fa a confrontare i 100 m in atletica con la maratona, sempre di corsa si va, ma poi… Alla luce di ciò, penso che la salita al Giradili e quella in Svizzera, una volta liberate, nell’ambito dell’alpinismo “sportivo”, possano essere, per la difficoltà ma soprattutto per il rigore etico d’apertura, a livello mondiale.

Ezio Marlier
3. Non lo so e sinceramente neanche mi interessa, l’alpinismo italiano ha scritto pagine indelebili su tutte le montagne del mondo, ma come si dice… “l’erba del vicino è sempre più verde”. Robert Jasper nella sua ripetizione di Bocconi Amari ha colto esattamente il punto. Montagne dimenticate, a due passi da casa per continuare il gioco degli avventurieri. Nella maggior parte dei casi però pensiamo di poter trovare quello che cerchiamo lontano da casa, forse perché fa figo… Credo manchi quella sana cultura alpinistica da cui deriviamo, le nostre radici insomma.

Ermanno Salvaterra
3. La tecnica che abbiamo adottato per quella salita, fix-rope, non è comunque nuova rispetto ad altre salite effettuate su altre pareti patagoniche o nel mondo. Certamente non è un sistema che offre tanta sicurezza ma sicuramente uno dei sistemi più veloci per salire una parete. Le prime salite con un sistema simile sono state effettuate sulle pareti del Capitan.

4. C’è qualcosa che ritieni sia mancato nell’esecuzione di quest’impresa, a livello tecnico o a livello umano? In altre parole, quanto la ritieni “perfetta” per questo tempo che stiamo vivendo?

Fabio Valseschini
4. Quasi perfetta. O meglio, perfetta fino in vetta. Poi, il brutto tempo e la mia sosta forzata nel bivacco fisso in vetta al Pizzo Badile hanno determinato l’allertamento del soccorso. Alle 16.30, alla prima schiarita nella giornata del 1° di gennaio, l’elicottero è venuto a cercarmi. Non me la sono sentita di allontanarli, sentivo che era tutto il giorno che aspettavano di poter alzarsi in volo. Mi son fatto prelevare, tra l’altro con qualche rischio. Avevo ancora viveri e bombolette di gas per qualche giorno…

Simone Moro
4. Di sicuro l’utilizzo per 3 ore di ossigeno artificiale ha un po’“macchiato” la traversata anche se al Colle Sud, a 8000 m, sono rimasto 2 notti e la bombola che ho usato era piena a metà e a 8400 metri era già bella che finita. Essere stato da solo ed arrivare sulla cima alle 3.15 della notte non è stato comunque come fare il giro dell’orto di casa ed avere la freddezza e gli attributi per scendere dal lato opposto senza alcuna traccia visibile non è stata una barzelletta (se nessuno lo aveva mai fatto prima forse un motivo c’era). Comunque sia su quella montagna tornerò a fare ancora qualcosa, nel modo più pulito e limpido possibile.

Andrea Giorda
4. L’alpinismo non ha regole e scale di valore assolute, gli stessi gradi sono il frutto di una sensazione soggettiva, per dire se una via è perfetta occorrerebbe un unico modello di riferimento che per fortuna non esiste.
Una via è come uno spartito che altri, ripetendola, interpreteranno e giudicheranno secondo il proprio metro. Quando si utilizzano protezioni fisse, a maggior ragione aumenta la responsabilità dell’apritore che decide arbitrariamente il livello di difficoltà e di rischio da superare.

In ogni caso, le regole che ci siamo dati Trombetta ed io sono state: seguire una linea esteticamente valida, mettere spit solo dove non ci sono fessure per nut e friend, non barare con il trapano e salire solo in libera, non fare soste appese rispettando il criterio ledge to ledge. Su Stairway to heaven tutto OK, ma con un piccolo neo: uno spit, vuoi per il freddo o per incapacità, ha resistito ed è ancora lassù da “liberare”.

Rossano Libera
4. Ecco, Bocconi amari è proprio una di quelle salite che io definisco “perfette”, e nella mia vita non ne conto più di quante siano le dita di una mano. Perfetta perché ciò che univa me ad Ezio non era solamente la corda ma un insieme di emozioni sincere e profonde, proprio ciò che cercavamo in quella salita ma soprattutto in noi stessi. Ecco,
penso che in questo tempo che stiamo vivendo si inseguano troppo degli stereotipi e troppo poco i propri sogni…

Rossano Libera

Convegno Badile, Fòrcola 26.01.2009, Rossano Libera, A. Gogna, Renata Rossi


Rolando Larcher

4. Non è mancato nulla, né di umano né di tecnico. L’unica cosa che ci avrebbe fatto comodo, sarebbe stato un po’ più di tempo per liberare le vie, ma forse è meglio sia andata in questo modo, così troveremo più motivazione per prepararsi quest’inverno.
Di perfetto non c’è nulla, è un concetto troppo soggettivo e spero di non raggiungerlo mai. Mi basterebbe solo sfiorarla la perfezione, perché nel momento che t’illudi di averla raggiunta, hai finito anche le motivazioni, quelle più intime e sane, quelle che ti spingono a fare sacrifici col sorriso sulle labbra.

Ezio Marlier
4. Bocconi Amari si trova sulla Nord del Mont Emilius, una montagna dimenticata che tutti vedono passando per Aosta. Io abito ai piedi di questa montagna nel comune di Pollein. Tutti i giorni da che mi ricordo rientrando nel mio paese questa Nord mi sbatte sulla faccia questa linea. Avrei avuto 100-1000 occasioni per andarci, ma non era ancora il tempo. Il caso ha voluto che dovessi incontrare Rossano Libera proprio nei giorni in cui la vedo meglio “formata” degli ultimi 10 anni. Un sogno lungo 10 anni che si avvera grazie al tuo compagno di cordata. Rossano ha colmato le mie fragilità, i timori e le incertezze che una morte come quella di Massimo Farina ingigantiva. Grazie a questa salita ho trovato un amico, uno di quelli che quando guardi in sosta in un momento di crisi… c’è.

Ermanno Salvaterra
4. Sicuramente ritengo che il modo in cui abbiamo realizzato quello che era il nostro progetto è stato il migliore che potevamo adottare. Credo che su quella parete ritornerei con lo stesso stile cercando semmai di migliorare ancora qualche cosa per poter fare in modo di essere ancora più veloci. Già in quell’occasione eravamo molto leggeri, più leggeri rispetto al nostro primo tentativo ma cercherei di salire ancora con meno peso.

5. In che misura ti riterresti responsabile nel caso succedesse un incidente più o meno grave nel tentativo di ripetizione di altri, specialmente se questi effettuassero il tentativo nelle medesime condizioni di mezzi e metodi impiegati nella “prima”?

Fabio Valseschini
5. Ognuno è responsabile di se stesso. In una cordata lo si è a metà. Per le altre cordate non esistono responsabilità dei primi salitori al di fuori del dire con chiarezza quali mezzi sono stati usati.

Simone Moro
5. In nessuna misura! Andare in montagna e agire su di essa è sempre frutto di una libera scelta che può nascere da una pulsione emulativa o da una ricerca personale. Io non mi sognerei mai di definire assassino o responsabile colui che mi ha preceduto su un itinerario e la ripetizione del quale mi comportasse un incidente o una tragedia. Ma anche se l’itinerario non fosse mai stato tracciato prima e mi capitasse qualcosa, non definirei mai “assassina” la montagna. Chi lo fa è un laureato in idiozia.

Andrea Giorda
5. Mi spiacerebbe, ma non mi sentirei responsabile, l’alpinismo è un’attività rischiosa dove saper valutare è una componente importante quanto saper scalare.

Rossano Libera
5. Suvvia… Abbiamo semplicemente aperto una via alpina su una montagna, non abbiamo offerto caramelle avvelenate ad un bambino! È ovvio che chiunque voglia salire lassù per una ripetizione sia automaticamente consapevole e responsabile di ciò che questo comporta.
La via, comunque, è già stata ripetuta nientemeno che da Robert Jasper! Mi risulta gli sia piaciuta molto ed ha affermato una cosa a mio avviso davvero importante e cioè che non è necessario dover andare dall’altra parte del pianeta per cercare l’avventura perché questa, spesso, la si trova proprio dietro casa. . . Che classe, Jasper!

Rolando Larcher
5. Sarei alquanto dispiaciuto, ma difficilmente mi riterrei responsabile: si sa, l’attività che pratichiamo è bella ma anche molto rischiosa con l’imponderabile sempre in agguato.

Rolando Larcher

Turchia, Rolando Larcher su Come to Derwish, prima ascensione (foto R.Ince)


Ezio Marlier
5. Questa domanda mi fa male, la disciplina che più amo, la cascata di ghiaccio, mi ha portato via la persona più cara che avevo, su una linea aperta da me 10 anni prima e mai ripetuta: non credo di dover dire altro…

Ermanno Salvaterra
5. Perché mi dovrei ritenere responsabile di qualche cosa? Ognuno in montagna è libero di andare nel modo che ritiene più opportuno a se stesso.

6. Più in generale, cosa pensi dell’alpinismo di oggi? Si sta evolvendo, involvendo o è fermo?

Fabio Valseschini
6. Non so. Di certo, dal punto di vista umano, non si sta evolvendo. Spesso noto critiche, invidia del tutto inutili, che fanno male. Ci vorrebbe maggiore limpidezza e naturalezza. Un po’ di competizione è giusto che ci sia, ma nei ranghi dell’onestà e della chiarezza. Non ci può essere evoluzione se rimangono ancora così forti queste pulsioni negative. Direi che non ci può essere evoluzione senza divertimento: e critiche e invidia non divertono nessuno.

Simone Moro
6. A parte alcune rare eccezioni, è parecchio fermo, statico, vittima delle collezioni e del successo a tutti i costi. Non si ha più voglia di perdere e si preferisce clonare l’alpinismo del passato o quello in coda lungo le corde fisse messe da altri o su vie di salita aperte mezzo secolo fa. Anche io quest’anno ero sulla montagna più battuta del mondo ma poi ho messo qualcosa di mio per fare una scalata diversa. Nel mondo dell’arrampicata e del dry tooling qualcosina si muove orientando le abilità e le difficoltà su pareti più grandi e riducendo i tempi di percorrenza ma in quella specifica e difficile fetta d’alpinismo manca l’appeal e il messaggio con il grande pubblico (ammesso che lo si voglia). Rimane vivo l’alpinismo patagonico di alcuni personaggi, quello dell’est e di rari scalatori occidentali. Si sta insomma attraversando già da parecchio un periodo di bonaccia. Sono però ottimista, perché sento fermento e voglia di evitare l’omologazione: alcune pungenti riflessioni e scossoni spero sortiscano un certo effetto…

Andrea Giorda
6. L’alpinismo di punta attuale, rispetto al passato, si differenzia soprattutto per l’estrema specializzazione. È sempre più difficile capire il vero valore di un’impresa, non so se sia evoluzione ma di sicuro il livello di difficoltà è cresciuto.

Rossano Libera
6. La storia ci insegna che qualsiasi movimento (letterario, artistico, psicologico, etc.) è sempre stato in continua evoluzione anche quando lo stesso poteva apparire stagnante o involutivo.
Credo che l’alpinismo non faccia eccezione in questo, dal momento che ha in comune il fatto di venir portato avanti dalla stessa “materia prima”: l’uomo.

Rolando Larcher
6. Penso che sia un alpinismo composto di varie sfaccettature, alcune più attive, altre meno, che però poco o tanto, sono in contatto e contaminate l’una dall’altra. Involvendo non direi, fermo nemmeno, l’alpinismo continua per la sua strada, che però talvolta esce dai comuni canoni di giudizio e pertanto non viene subito riconosciuto come tale, sarà sempre il tempo che poi chiarirà le novità.

Ezio Marlier
6. Penso si debbano rivedere un po’ di cose, fare ordine, dare il giusto valore a cosa si fa. Tranne qualcuno che pratica il vero alpinismo, che vedo solo nell’apertura di vie nuove o nella solitaria integrale, il resto è solo massa ripetitoria. In una ripetizione mancano i cardini dell’incertezza legata al non si sa che cosa si trova, si sa tutto, se non passi è solo una questione puramente tecnica. Quando apri non sai niente, sei in completa balia dei casi e lotti metro dopo metro, devi vedere lontano, cercare oltre: e oggi solo in pochi lo fanno.

Ermanno Salvaterra
6. Facile domanda e difficile risposta. Non so se l’alpinismo si stia evolvendo. Se parliamo di alpinismo nel vero senso della parola vediamo che le grandi salite che vengono effettuate in quest’epoca si differenziano da quelle del passato solo per le difficoltà che ora si superano, la velocità in cui si effettuano o per la tecnica di salita che viene adottata. E questo, se solo la nostra mente torna al passato, lo abbiamo visto sulle nostre Alpi, al Bianco, al Cervino, in Himalaya, in Patagonia, in Alaska… Sulle stesse montagne lo vediamo ora. E che differenza c’è? Certo non possiamo fare paragoni. Non possiamo paragonare i 2,20 metri di salto in alto di allora con i 2,40 di ora. Solo tempi diversi. Bravissimi a quei tempi e bravissimi ora. Se parliamo di alpinismo italiano, extraeuropeo, mi sento di dire, a parte forse qualche rarissima eccezione, che sicuramente si sta facendo veramente poco. Forse la poca voglia o la scarsa fantasia.

7. Quanto pensi sia importante la contaminazione con l’arrampicata più o meno sportiva, con spit piazzati più o meno lontani?

Fabio Valseschini
7. Per aprire certe vie si è obbligati a usare spit. Per me non dovrebbe essere sistematico, magari ci si dovrebbe imporre di piazzarli a mano e non con il perforatore. E magari in arrampicata libera, da primi di cordata. Ma questo è solo il mio modo di vedere, non pretendo debba essere il criterio generale, così da non esagerare mai nell’integralismo. Anche sulle richiodature la mia opinione è che le vie dovrebbero essere risistemate senza spit, magari attrezzando con questi solo le soste.

Simone Moro
7. L’arrampicata sportiva è stata e rimane sempre una figata. Ci si diverte e ci si avventura a seconda del luogo e della distanza delle protezioni. Sarebbe però bello che essa costituisse anche un punto di partenza per poi trasferire il “gioco”sulle grandissime pareti non alpine, quelle dove non esiste la possibilità di chiamare un elicottero per farsi togliere potenzialmente dalle rogne.

Andrea Giorda
7. L’arrampicata sportiva ha avuto il merito di valorizzare e teorizzare l’arrampicata libera, negli anni ’70 era più rischioso scalare e ci voleva più coraggio, ma non c’era chiarezza sul fatto di tirare o meno un chiodo. La distanza degli spit è una questione soggettiva, per me l’importante è che siano messi dal basso e in libera.

Rossano Libera
7. Può rivelarsi importante dal momento in cui siamo noi a ritenerlo tale, da quanto ci facciamo influenzare da mode, tendenze, etiche…

Ezio Marlier e Rossano Libera dopo Bocconi amari

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Rolando Larcher

7. Penso di aver già risposto a questa domanda definendo alpinismo “sportivo”, la maggioranza delle vie aperte da me. L’arrampicata sportiva all’alpinismo ha tolto, a ragione, quel falso misticismo, che ha fatto comodo a molti delle passate generazioni.
Ha anche però interferito negativamente sull’ovvio, importante ed insito concetto di “rischio” dell’alpinismo, tentando di ridurlo ed ammansirlo. Cosa sbagliata e fuori dal proprio ambito, perché rischiare è una scelta personale cui nessuno obbliga e per tanto va rispettata.

Ezio Marlier
7. Uno deve fare come si sente. Io apro per me e faccio come mi pare, gli spit me li pago e costano. Se in una ripetizione il ripetitore trova la via chiodata male, beh, può richiodarla, a me non da fastidio.

Ezio Marlier

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Ermanno Salvaterra
7. Forse io sono ancora un po’ all’antica. Forse perché anche io sono un po’ antico. Sicuramente l’arrampicata sportiva ha alzato il livello di arrampicata anche di chi si sente ancora alpinista e non solo arrampicatore. Sicuramente questo ha portato a fare salite alpinistiche con livello molto più alto di difficoltà anche usando mezzi, diciamo, tradizionali. Solo che i chiodi sono stati rimpiazzati da stopper e friend. Certamente dovremmo distinguere le salite di arrampicata pura da quelle alpinistiche. Anche se effettuiamo una via di alta difficoltà su una grande parete con l’uso sistematico degli spit, certamente non la possiamo paragonare ad una salita, sì tecnicamente meno difficile, ma effettuata con l‘uso di materiali normali e senza le corde fisse.

8. Per precisare meglio determinati concetti, ritieni sia più opportuno parlare di “arrampicata d’avventura (ciò che una volta era l’alpinismo su roccia) o di “arrampicata plaisir” (protezioni preconfezionate anche su vie lunghe in montagna)? Oppure secondo te entrambe queste definizioni sono oggi necessarie?

Fabio Valseschini
8. La distinzione ha senso e utilità se si è competenti nel giudizio. È senz’altro utile, anche se si rimane nell’ambito delle parole e delle schedature. Io ho sempre pensato che, per qualcosa di davvero importante, è meglio andare a cercare i primi salitori o qualcuno dei ripetitori: parlare con loro e farsi trasmettere emozioni in anticipo, ben superiori alle fredde note di una relazione tecnica.

Simone Moro
8. Odio le definizioni e le acrobazie intellettuali per definire e discutere l’azione verticale dell’uomo. Io sono un pragmatico, uno che ama agire e lascio ai personaggi paffuti questi discorsi. Per me rovinarsi fegato e neuroni nella diatriba spit si o spit no, vicini o lontani, solo in sosta o solo per le calate, è da perditempo. Ognuno faccia quello che gi piace e lo dichiari chiaramente. Si rispettino il passato, la storia, gli stili e tutto sarà più semplice e meno paranoico. Il resto è solo pane per chi preferisce stare al chiuso nelle belle giornate di sole o di tormenta.

Andrea Giorda
8. Stairway è l’esempio di una via non estrema con alcuni spit e soste sicure, ma non è di certo una via plaisir. In generale, credo debba esserci spazio per tutte le forme di espressione, le vie plaisir e le vie d’avventura. La cultura poi ti impone di rispettare il passato, qualcuno, nonostante oggi vi siano microfriend miracolosi vorrebbe mettere gli spit su Sturm und drang, certo sarebbe più sicura che con i vecchi rurp, ma sarebbe come voler riscrivere una musica perché non si è in grado di suonarla.

Rossano Libera
8. Ritengo tutti questi dei “distinguo” assolutamente importanti se non basilari dal momento che possono fare la differenza.
Credo però sia necessario soprattutto trovare se stessi in qualunque cosa si faccia. Ritengo l’alpinismo un ‘cammino’ marginale all’interno di un ‘cammino’ ancora più grande ed importante che è quello della vita. Se le nostre esperienze che viviamo in questa passione non ci fanno crescere come uomini prima che come alpinisti, ecco,
credo che si stia facendo un grosso errore: dell’alpinismo inutilmente…

Rolando Larcher
8. Io so solo che le vie plasir stanno dilagando per il successo che riscuotono. Il “voglio ma non posso” è lo stile che sta imperando ed imperversando in questo ultimo decennio. Il concetto di “rinuncia” non è più né previsto né concepito.
Io sono innanzi tutto un integralista della libera e per me le vie vanno aperte e protette, fin dove si può con protezioni naturali. Dove non ci sono altri sistemi di protezione, trovo lecito usare gli spit, evitando l’A0 e ricercando un minimo d’obbligatorio.
L’unica cosa che può aiutare a catalogare le vie e quindi a capire e scegliere la salita che più ci aggrada (mi piace questo termine, quasi onomatopeico in questo contesto), sta nel redigere relazioni precise, corrette ed oneste.

Ezio Marlier
8. L’importante è dare maggior informazioni possibili perché nessuno si faccia male, se queste definizioni sono utili ben vengano. Ritengo che si debba uscire da certi stereotipi che tendono a banalizzare l’esperienza personale nel salire una via. In fin dei conti sono solo delle linee tracciate con la penna su delle fotografie e, se non andiamo oltre, questo resteranno. Per troppo tempo abbiamo usato l’alpinismo per questioni puramente personali, onore e rispetto oggi sembrano essere solo parole. Faccio alpinismo per uscire da una società moderna che mi sta stretta, quindi meno è codificato meglio sto.

Ermanno Salvaterra
8. Credo che ogni definizione possa essere usata. Il mondo cambia continuamente ed anche i nostri obiettivi possono fare lo stesso. Anche non volendo, chiunque è influenzato da ciò che succede, da come gira il mondo. Certamente però ci dovremmo dare delle regole. Certamente in ogni cosa che seguiamo e facciamo dovremmo seguire una certa etica. Certo che, spit o no, alpinismo o arrampicata, se seguissimo almeno un po’ la bella e pura etica inglese, tutto il nostro operato sarebbe senz’altro di più soddisfazione e lasceremo che il lungo cammino del mondo alpinistico possa continuare anche per il futuro.

Ermanno Salvaterra e Alessandro Gogna

Ermanno Salvaterra e A. Gogna, Milano. 24.01.2013. Foto Donatella Scaglioni


Conclusioni di oggi, 2014
di Alessandro Gogna

Costringere sette grandi alpinisti a riflettere per un momento e in pubblico con domande a volte scomode non è compito facile, si sa che la verità vera a volte è più dietro un bicchiere che sui tasti di una corrispondenza e-mail. Avevamo provato comunque a sapere come la pensavano sull’alpinismo sette tra i più grandi protagonisti italiani di quell’anno 2006. Le risposte sono state fedelmente riportate devo dire che la buona volontà di tutti ha almeno uguagliato quella segreta tendenza a fare più che a parlare che è la vera forza dei grandi. Pur ponendo sul giusto piano anche le altre tre domande (la prima è di servizio), le questioni davvero essenziali alla nostra inchiesta sono la 3, la 5, la 6 e la 7.

Alla domanda 3In che misura ritieni che quest’impresa X sia all’altezza o meno di ciò che si fa a livello mondiale? E perché?due intervistati (Moro e Larcher) rispondono di sì, Valseschini nettamente no, Libera dice “non so”, Giorda e Marlier vedono la novità nell’avventura vicino a casa e infine Salvaterra vede il nuovo nell’aspetto tecnico della velocità. C’era da aspettarsi un certo ritegno a rispondere del tutto sinceramente a questa domanda, è ovvio che non sempre si hanno le idee così chiare da non avere paura dell’immodestia. La domanda comunque non aveva tanto lo scopo di sapere l’oggettivo grado d’importanza mondiale quanto indagare quali sono i pregiudizi e le paure che impediscono una serena valutazione personale.

In un’epoca in cui ogni attività è sottoposta a giudizio, a volte in tempo reale, e questo giudizio può comportare anche conseguenze legali, è importante aver posto la quinta domanda In che misura ti riterresti responsabile nel caso succedesse un incidente più o meno grave nel tentativo di ripetizione di altri, specialmente se questi effettuassero il tentativo nelle medesime condizioni di mezzi e metodi impiegati nella “prima?. Il controllo esercitato dalla pubblica opinione sulle attività della guida alpina, del direttore di gita, dell’accompagnatore della scolaresca in luoghi naturali impone grande attenzione a ciò che si mette in programma e a come lo si realizza o meno. Il criterio morale e il buon senso non bastano più ad una società che vorrebbe tutto schedato e “sicuro”. Coloro che aprono un nuovo itinerario e coloro che fanno una grande impresa sono sempre stati possibili esempi da imitare, ma solo da due o tre lustri si tende a dare loro anche una responsabilità legale, quasi come ulteriore ostacolo ad una legittima volontà di esprimersi. Come dire che se uno si è buttato dalla finestra sarà colpa sua se un altro farà uguale.

Con questa considerazione ben presente, l’alpinismo attuale poteva essere “sospettato” di vincoli del genere. Invece per fortuna i sette che rispondono sono quasi concordi nel non doversi ritenere responsabili. Solo Marlier, per via della dolorosa tragedia di Massimo Farina, ammette il dubbio senza dare una risposta finale. Inoltre molti sottolineano la grande importanza che ha la chiarezza nelle relazioni, perché è essenziale far sapere quali mezzi e quali tecniche sono stati usati.

Alla domanda 6Più in generale, cosa pensi dell’alpinismo di oggi? Si sta evolvendo, involvendo o è fermo?nessuno si spinse a fare affermazioni decise, preferendo i distinguo. Ma anche con le dovute distinzioni, le risposte sono assai diverse e sfumate: Valseschini sottolinea che senza progresso dell’uomo e della sua sensibilità non c’è vero avanzamento; Moro condanna l’odierna tendenza a non mettersi nella condizione dei perdenti, Giorda stima che la difficoltà è cresciuta, Libera vede progresso nel meccanismo dialettico che è comune a tutte le attività umane (cioè dare valore positivo anche ai momenti creduti di stasi); Larcher considera il tempo che dovrà passare il vero giudice delle attività odierne, Marlier esclude il progresso da tutto ciò che non sia prima ascensione o solitaria; infine Salvaterra è abbastanza scettico su quest’epoca, che lui bolla di “scarsa fantasia”. La conclusione potrebbe favorire mediamente la tesi dell’evoluzione, anche se non è ben chiaro per quali ragioni.

Alla domanda 7 “Quanto pensi sia importante la contaminazione con l’arrampicata più o meno sportiva, con spit piazzati più o meno lontani?si nota nelle risposte un orientamento liberale (nel senso che ciascuno deve poter scegliere e decidere per proprio conto) che però non cancella la riflessione che lo spit potenzialmente ammorbidisce (a volte addirittura addomestica) quello spirito alpinistico che alcuni vorrebbero sempre indomito e altri accettano invece solo in quanto facente parte della storia (e quindi “superato”). Quest’ultimo quesito è probabilmente l’essenza di una diatriba che si trascina da anni: ciò che si è voluto fare qui non è certo stabilire una verità ma semplicemente riportare in modo fedele la voce di alcuni tra i migliori. Al lettore (ed eventualmente ad altro spazio dedicato) l’ardua sentenza.

postato il 29 maggio 2014

 

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Sette alpinisti a confronto ultima modifica: 2014-05-29T04:25:13+00:00 da Alessandro Gogna

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