Sicurezza e rischio: il tema educativo

Sicurezza e rischio: il tema educativo
di Sandro Aita (responsabile di zona capi scout Agesci) da L’Adige 25 marzo 2014

Ho letto con molta attenzione e condivisione l’articolo del direttore dell’Adige di domenica 23 marzo intitolato «L’ossessione della sicurezza “totale”», trovandovi interessanti spunti di riflessione. Quello trattato è un tema che ha implicazioni molto rilevanti, non solo per l’ambito esposto da Giovanetti relativo alle attività sportive in montagna (da cui l’articolo ha preso spunto, per le vicende di inchieste penali per incidenti, valanghe, ecc.): come ha bene accennato il direttore vi sono ampie ricadute di ordine sociale, economico, giuridico, ecc. che determinano una fitta rete di relazioni e conseguenze, spesso paradossali.

Il gruppo scout di Melfi sul Monte Pollino
Scout-patriarca pollino scout melfi

Un aspetto mi preme segnalare, proprio legato al tema della «sicurezza» e del «rischio»: il tema educativo. Si tratta di una declinazione o conseguenza sempre più diffusa di un approccio «legalista» al modo di affrontare la vita, di far crescere i ragazzi oggi.

Le famiglie, la scuola, le agenzie educative in genere tendono, per varie ragioni (tutte «ragionevoli»…) a ridurre e tendenzialmente escludere ogni forma di «rischio» nelle attività ordinarie che vengono proposte ai ragazzi. Questi ultimi sono sempre più spesso «impacchettati» in attività preordinate e strutturate, dove la libertà d’azione è sempre più ridotta e le «cautele» sono estremizzate per evitare loro non già di «esplorare il mondo» ma di incorrere in potenziali incidenti, fonte di contenzioso legale e/o assicurativo, con ricadute pesanti sulle famiglie, le scuole e le altre realtà educative.

Si trascura così di agire da un lato sulla reale prevenzione del rischio, ossia sulla preparazione e l’organizzazione competente di chi si prende cura dei ragazzi (siano essi insegnanti o educatori in genere) e dall’altro lato si perde la potente e determinante esperienza di responsabilizzazione dei singoli e dei gruppi, dando loro la necessaria e calibrata fiducia, nei diversi ambiti operativi.

È infatti dimostrato che negare esperienze di «rischio» misurato e appropriato ai minori, in età ed esperienze individuali, pone i ragazzi a non sapersi poi rapportare positivamente con la realtà della vita.

Quando saranno grandi troveranno così ogni sorta di scusa o di timore per affrontare con la necessaria audacia le avventure belle e meno belle che la vita vera proporrà loro. Uno studio in tal senso è stato di recente pubblicato sulla rivista Internazionale del 20 dicembre scorso (dal titolo esortativo «Lasciateli giocare»), dove si dimostra, con dati alla mano, quanto la nostra società occidentale negli ultimi decenni si sia via via «impigrita» in modalità sempre più chiuse e prive della necessaria interazione col mondo naturale e relazionale. Quando si lasciando i bambini giocare tra loro, spontaneamente, e agendo in rapporto con i potenziali «rischi» del confronto con la diversità in genere (di ambienti urbani e naturali, di rapporti con i loro simili dove possano sperimentare esperienze giocosamente «paurose», capaci di misurare la loro crescita e preparazione alla vita…), si accresce infatti la loro capacità di gestire positivamente emozioni e relazioni anche stressanti, senza il rischio (quello sì, vero) di soccombere alla prima – reale – difficoltà che la vita vera proporrà loro.

La ricerca di emozioni «forti» che i ragazzi d’oggi trovano sempre più spesso in ambiti «estremi» (delle varie dipendenze oggi appunto sempre più disponibili, anche nel mondo del «virtuale») li espone così davvero a rischi per la salute individuale e sociale di estrema gravità e conseguenze di lungo termine, ben più pesanti e «costose» (anche in termini di spreco di risorse umane, della loro stessa esistenza), spesso devastanti.

Occorre allora riflettere, credo, sulla capacità della società e di ogni livello formativo (scolastico, famigliare, associativo, politico…) di cogliere questi segnali, interpretarli ed agire per evitare queste gravi conseguenze: di trasformare cioè in una società passiva e succube di logiche perverse di «legalismo» (dove alcune responsabilità del mondo giuridico e assicurativo non paiono secondarie) il tessuto sociale che sarà la classe dirigente di domani. La conseguenza potrebbe essere quella che già si prefigura: la deresponsabilizzazione diffusa e la stasi della chiocciola che per proteggersi dal mondo fa crescere oltre ogni limite ragionevole il proprio «guscio protettivo», restando soffocata dal proprio peso! Il movimento, il cambiamento sempre necessario deve essere ancora riconosciuto come valore e non costretto da logiche paradossali come quelle ora accennate.

L’audacia che è richiesta a ogni esperienza di vita in crescita evolutiva non deve quindi essere preclusa dal «pericolo di temerarietà», ossia del rischio di proporre attività inutilmente rischiose senza la necessaria preparazione.

Deve insomma essere tutelata la creativa esperienza della crescita attraverso «esperienze audaci» ed emozionanti, positivamente, che mettano alla prova i ragazzi, nel contesto organizzato e tutelato da adulti responsabili, che sanno però anche dare loro la giusta fiducia, nei tempi e nei modi opportuni: usando una nota metafora, la bicicletta con le rotelle, se è pure necessaria per l’apprendimento iniziale dell’abilità per condurre in sicurezza la bici, va poi liberata per tempo e lasciata alla responsabilità del bambino che deve presto, da solo, imparare a farne senza. Qualche ginocchio sbucciato all’inizio farà risparmiare, da grandi, conseguenze ben più rischiose ad adulti preparati dalla loro giovanile conoscenza del «rischio», vissuto allora come avventuroso gioco della vita, rischiosa fin dalla nascita ma con la quale occorre sapersi misurare e rapportare con preparazione adeguata, fin da piccoli! Un educatore di vasta esperienza, Robert Baden-Powell, fondatore del movimento e del metodo scout, raccomandava ai suoi ragazzi: «Ricordatevi del vostro motto Estote Parati (siate pronti); siate dunque preparati per eventuali incidenti, imparando in anticipo che cosa si deve fare nei diversi casi che vi si potranno presentare». E in un altro suo famoso detto ricordava che «Non esiste buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo equipaggiamento!».

Questa citazione per segnalare quanto possa essere importante, per crescere armoniosamente, vivere fin da piccoli esperienze concrete di attività e di avventure, calibrate sulle diverse età e maturità, che allenino i ragazzini alla responsabilità, alla gestione dell’imprevisto, alla capacità di affrontare l’ignoto con maturità e competenza, senza attendere «tempi, luoghi, occasioni migliori»: la realtà della vita rischia di presentare il suo conto che nessun avvocato, giudice o assicuratore saprà garantire meglio dell’allenamento vissuto giocosamente fin da piccoli nell’affrontare le sfide (reali e non virtuali) della vita.

Sandro Aita Responsabile di zona capi scout Agesci

postato l’8 aprile 2014

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Sicurezza e rischio: il tema educativo ultima modifica: 2014-04-08T08:43:05+00:00 da Alessandro Gogna

9 thoughts on “Sicurezza e rischio: il tema educativo”

  1. Questo articolo, a mio avviso, ha il pregio di evidenziare la grande problematica di “educare al rischio”.
    Il rischio, come osservato da Aita stesso e da vari commenti, è un elemento ineliminabile delle nostre vite, difficilmente misurabile e impossibile da escludere completamente.

    “Educare al rischio” credo significhi soprattutto trasmettere la consapevolezza stessa del rischio, l’essere coscienti del rischio e trarne, nell’accettarlo, i migliori insegnamenti per poter fare, nella propria vita, un passo in più: se non si prendono scelte che comportano anche una possibilità di fallimento, l’occasione di realizzarsi per le proprie capacità e di crescere nell’interesse proprio e della collettività non si presenterà mai.

    La tendenza attuale alla “ossessione della sicurezza totale” che investe, nel bene e nel male, anche il diritto porta ad una lettura distorta della realtà rendendo astrattamente possibile un mondo in cui il rischio è sempre eliminabile adottando tutte le misure idonee ad evitarlo. Una tale tendenza non fa altro che disincentivare pesantemente chi promuove attività che richiedono “grandi responsabilità” e che magari hanno un’utilità sociale da non sottovalutare, specialmente in campo educativo.
    Il tema secondo me è proprio questo, qual è il modo per educare al rischio? O meglio, per dare maggiore concretezza al concetto, riformulerei:
    “qual è il modo per educare positivamente al fallimento?” in special modo i ragazzi?

    Rafforzare il guscio di questa “società sicura” è la strada migliore?

    PS
    Sento poi di commentare l’affermazione di Michelazzi “l’indottrinamento che associazioni tipo scout promuovono da sempre su soggetti deboli (bambini ed adolescenti) e quindi facilmente malleabili” che ritengo particolarmente audace ed evidenzia una conoscenza limitata e superficiale di una realtà come lo scoutismo.
    Riporto un estratto del cosiddetto “Patto Associativo” che i capi scout (in questo caso AGESCI) sottoscrivono nel compimento della loro attività educativa:

    “I Capi, donne e uomini impegnati volontariamente e gratuitamente nel servizio educativo, offrono alle ragazze e ai ragazzi i mezzi e le occasioni per una maturazione personale e testimoniano le scelte fatte liberamente e vissute con coerenza.
    […] Lo scopo dell’Associazione è contribuire, secondo il principio dell’autoeducazione, alla crescita dei ragazzi come persone significative e felici. […]”

    Le eccezioni esistono in ogni campo (Lei che è Guida Alpina lo può confermare) e permettono ad un’associazione significativa di migliorarsi ed evitare per quanto possibile ulteriori episodi negativi (eliminarli come abbiamo detto è impossibile).

  2. Continuo a non allarmarmi per il discorso di Aita, perchè non ha mostrato contenuti o pretese da tecnico di alpinismo e perchè ritengo che la montagna sia buona per tutti (ovviamente, come ho già scritto, se ciascuno sta al posto suo). In lui e nei suoi mi pare comunque sottinteso – per quante astuzie e guai possano ordire – il non sostegno a metodi educativi da Crypteia (per i curiosi rinvio a Wikipedia); e a credere ad esoneri da responsabilità si è fuori sistema.
    Che vi siano associazioni o singoli che “indottrinano soggetti deboli” è vero ma anche qui non vedo come possa essere diversamente, è sempre successo da che è nata l’umanità (i Greci sapevano che quel che si insegna lascia un’impronta nelle menti dei bambini; i quali però magari poi cominciano a ragionare da soli): si tratterebbe piuttosto di vedere che dottrine vengono somministrate. Ma, a questo punto, c’è pure caso che si esca dall’ambito della “critica alpinistica” per entrare in quello delle più generali convinzioni personali, religiose, ideologiche, ecc: allora è un discorso diverso.
    Personalmente ho fatto il Lupetto, poi un po’ il Boy Scout, poi mi sono stancato e liberamente me ne sono andato (ricordo che il caro Padre Pippo, un vero educatore, col quale mi ero sul punto spiegato – Ciao, son più di quarant’anni che non ci vediamo! – se ne disse contento, perchè constatava che anche così stavo diventando più grande): ne ho però un bel ricordo nè ricordo di averne avuta una “pressione” anamala rispetto al fatto stesso di avere vissuto quella stagione, resto anzi sempre grato a chi si è impegnato per consentirmela (nota: pure se in effetti ci portavano a messa ed anche se sono un po’ ateo).
    La riassumo diversamente: per me è importante quell'”… uomo… nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità…” (da art. 2 Costituzione) e quindi che queste abbiano le condizioni per esistere ed operare, fatte ognuna in maniera diversa dalle altre e non necessariamente, per quanto si avvicina ai nostri interessi, con esperti di montagna.
    Gli spunti di Michelazzi (anche altri che ho trascurato) sono sempre vari, interessanti, direi che normalmente in sostanza li condivido: non scrivo su ognuno, mi è bastato rilevare che in una società complessa i punti di vista si intrecciano, e, almeno in certi limiti, possono convivere.
    P.S. quanto al “subdolo marketing”: tempo addietro mi sono preso un libretto di Simona Ironico (“Come i bambini diventano consumatori”, Laterza 2010, pagg. 05-06), ormai uno dei molti a loro volta profiferati sull’argomento specifico: lì, tra le altre, c’è scritto che “… come hanno messo in evidenza diversi sociologi… l’addestramento alla morale del consumo ha inizio sin dall’infanzia”, ed anzi che, per un A. (McNeal) “… il nostro ruolo di consumatori comincia a strutturarsi sin dalla culla, se non addirittura precedentemente”. Evidenzio in aggiunta io che ora i “persuasori” non sono nemmeno più “occulti”.
    Qui sì ritengo la “cera” mal pestata; se poi si nota che oggi l’educazione e/o formazione (bla, bla) la si impone/beve non solo “dalla culla” ma anche “fino alla tomba”, è per altro dai Boy Scout che c’è da essere arrabbiati.

  3. Carlo Bonardi, il mio commento non è opposto al tuo anche se come dici di primo acchito potrebbe apparire: valuta l’articolo in modo diverso.
    Un articolo come questo, che all’apparenza vorrebbe rappresentare la difesa della libertà personale e contestare la sempre crescente richiesta di sicurezza, aldilà delle incongruenze, sulle quali non mi sono soffermato, ma che hanno poi evidenziato bene sia Vinicio che Paola, a mio avviso sembra più un tentativo subdolo di marketing che un affrontare una situazione ormai dilagante in tutti i campi e quindi montagna inclusa.
    Credo, come ho scritto, che sia importante definire la differenza tra sicurezza e certezza i quali possono essere sinonimi ma anche no… e la seconda opportunità a mio avviso è quella che ci può interessare.
    Purtroppo viene spesso parlato in termini di sicurezza in modo generico ma argomentando in termini di sicurezza pubblica, nel primo caso ci potrebbe tranquillamente stare, nel secondo come sta accadendo siamo fuori dal seminato.
    La mia idea di associazionismo è quella di una collettività non omologata e soprattutto non istituzionalizzata altrimenti, e di esempi in Italia ve ne sono una miriade, ci troviamo a convivere con situazioni subdole che vivono con il piede in due scarpe.
    Oltre a ciò contesto fermamente l’indottrinamento che associazioni tipo scout promuovono da sempre su soggetti deboli (bambini ed adolescenti) e quindi facilmente malleabili.
    “… esperienze di «rischio» misurato e appropriato ai minori… ” è già solo questa una frase che fa comprendere l’assoluta incongruenza con ciò che si vuole far intendere ed un’assoluta ignoranza nei confronti del rischio, della fatalità e via dicendo, tutti fattori che in ambiente sono sempre ed assolutamente presenti, non sempre (e comunque non del tutto) valutabili…

  4. Ueh! L’Estote parati l’aveva tirato fuori prima Baden-Powell (anche se non l’ha inventato nemmeno lui).
    Circa il commento contrario di Michelazzi (uno che se ne intende, quindi è da meditare), a prima vista opposto rispetto al mio, per me occorre una precisazione: se gli Scout fanno davvero gli Scout è un conto, se fanno altro e di più (esempio: si mettono ad arrampicare) le condizioni e le conseguenze cambiano, quindi cambia anche il discorso.
    Per me l’associazionismo non tecnico (anche se in montagna) è prezioso e va salvaguardato ed è bene che possa operare coi mezzi suoi. Ovvio che deve stare al posto suo.

  5. Non comprendo il significato di questo concetto esposto nell’articolo: “la realtà della vita rischia di presentare il suo conto che nessun avvocato, giudice o assicuratore saprà garantire meglio dell’allenamento vissuto giocosamente fin da piccoli nell’affrontare le sfide (reali e non virtuali) della vita”
    La realtà della vita non presenta alcun conto. L’uomo è ciò che si fa.
    Cosa c’entrano gli avvocati, i giudici e gli assicuratori nel garantire un conto, associati ad un allenamento.
    Chi proibisce di vivere giocosamente fin da piccoli!!?
    L’accompagnare ragazzi minorenni è una “grande responsabilità”. L’accompagnatore che compie errori causando incidenti è giusto che compaia davanti ad un giudice e paghi per l’azione compiuta.

  6. Ancora: «Ricordatevi del vostro motto Estote Parati (siate pronti); siate dunque preparati per eventuali incidenti, imparando in anticipo che cosa si deve fare nei diversi casi che vi si potranno presentare».

    Un motto più adatto a tecnici del Soccorso Alpino che a dei ragazzi minorenni.

  7. Leggo nell’articolo: “…esperienze di «rischio» misurato e appropriato ai minori,…”.
    E’ possibile misurare il rischio? E con quale metro?
    Inoltre un rischio appropriato ai minori? E quale sarebbe?

    Nell’articolo viene citato un detto: “Non esiste buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo equipaggiamento!”
    Ciò potrebbe indurre a pensare che basti essere ben equipaggiati per affrontare qualsiasi situazione meteorologica avversa e “pericolosa” quale per esempio l’imperversare di un temporale.
    Un buon equipaggiamento può tenere al riparo dai fulmini? Forse l’equipaggiamento comprende anche una gabbia di Faraday?

  8. Non posso condividere ciò che scrive il signor Aita per più motivi:
    1) La crescente ricerca di sicurezza deriva, anche, da un’incapacità soggettiva di gestire il proprio universo, incapacità che a mio avviso viene determinata, anche, da situazioni associazionistiche come gli scout (non elenco alcune esperienze avute proprio con scout agesci per evitare inutili polemiche… ). Rinunciare alla personale cognizione del rischio per scambiarla con la cognizione del gruppo non fa che aumentare il bisogno di cercare, poi, cambiando ambiente di vita, un altro gruppo che possa dare certezze condivise e lascia alcuno spazio all’espressione soggettiva che non sia quella del leader o magari, dei suoi preferiti… E quale altra condizione vive in questo momento la nostra società, se non quella del bisogno di regole ed affini in quanto l’individuo non è capace di auto-gestirsi?
    La forma del branco non è condizione naturale umana, che nasce invece in forma soggettiva colla necessità di vivere la collettività e collettività non significa branco!
    2) Formare l’individuo per obbligo o comunque per forzatura culturale non fa altro che dare maggiori spazi all’omologazione (poteri religiosi e politici lo fanno da sempre) rispetto, come suddetto, alla libera espressione, ed è l’omologazione uno dei motivi per cui si ricerca quest’ultima ove non vi sia, arrogandosi spesso il diritto di decidere anche sugli altri in quanto “…non capiscono che…”.

    Lasciare libertà nella scelta di formarsi o al contrario, evitare di farlo, pone all’individuo le comuni domande che chiunque si pone davanti a un bivio, ovvero “Dove andare?” e questo implica la cognizione che la sicurezza si acquisisce autonomamente e non è un bene o un servizio devoluto dallo Stato.
    Parlo ovviamente di sicurezza nel senso di certezza (utopia umana) e non di sicurezza come quella che si richiede ad esempio ad una banca nella gestione o nel deposito dei propri risparmi che in questo caso invece, dev’essere garantita e tutelata in quanto bene e servizio.
    Troppo spesso, credo si confondano i significati, estremamente vari, di un termine fin troppo generico.

  9. Condivido.
    Mi vengono tre considerazioni:
    1) non deve essere mai lasciata sfuggire la differenza tra chi le cose le fa, affrontando i correlati problemi, e chi le dice sugli altri (prima o dopo il verificarsi di qualsiasi problema);
    2) è necessario che il pensiero e l’operato come sopra rappresentato da Aita, a mio parere più diffuso di quel che in questi tempi viene fatto credere, emerga con decisione ed in molteplici sedi, affinchè ne sia riaffermato il valido fondamento;
    3) è necessario altresì che chi opera concretamente sia accorto nel non accodarsi e nel respingere teorie, prassi, linguaggi ecc. di chi di fatto agisce – magari camuffato ed adulante – nell’opposto senso.

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