Sicurezza non deve significare profanazione!

In tempi in cui si disintegra il Pilastro Bonatti del Petit Dru, crollano lo Spigolo della Su Alto e la Nord del Pizzo Céngalo, frana la Nord del Pelmo e scompare l’Ago Loeschner del Cristallo assistiamo impotenti a quanto la Natura ci impone, irridendo alle nostre imprese umane con troppa presunzione definite immortali.

In questa triste atmosfera da funerale minerale, accompagnata dai sinistri scricchiolii dei ghiacciai morenti, si aggiunge quatta quatta l’insulsa voglia dei mediocri di asservire all’attuale esigenza di malintesa sicurezza anche gli itinerari che hanno fatto la vera storia dell’alpinismo. C’è solo da esclamare: “abbiamo toccato il fondo!”.

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Sicurezza non deve significare profanazione!
di Stefano Michelazzi

E’ il 15 agosto del 1910, un gruppetto di alpinisti si ritrova sotto l’inviolata parete sud-ovest del Croz dell’Altissimo nel gruppo delle Dolomiti di Brenta.
La muraglia alta quasi mille metri, formata da calcari lisci e difficili da scalare, ha due cime: di pochi metri più bassa la cima Sud-est rispetto alla Nord-ovest.
L’unico punto debole per vincere quel muro sembra essere la gola che separa le due cime della bastionata ma la salita più diretta è invece lo spigolo della cima Sud-est che vertiginoso conduce alla sommità.
Lo zoccolo della parete è formato da una serie di cenge parallele di diversa grandezza che lo contornano per qualche centinaio di metri e tra una cengia e l’altra la roccia è molto liscia e spesso strapiombante.
Come superare questa difesa della parete per raggiungere la grande gola dalla quale poi saltare sullo spigolo è il quesito che stanno tentando di risolvere nel sopralluogo che stanno effettuando.

Il Croz dell’Altissimo e la via Dibona

I quattro alpinisti sono le guide alpine Angelo Dibona e Luigi Rizzi, ampezzano di Cortina il primo e fassano di Campitello il secondo, e i fratelli viennesi Guido e Max Meyer che spesso si legano alla corda delle due fortissime guide.

L’intuizione sul come superare quel primo baluardo difensivo della grande parete arriva e l’indomani il gruppetto attacca lo zoccolo nel suo punto più debole, raggiungendo una cengia molto alta che contorna lo spigolo. Seguendola e superando poi in senso opposto alcuni risalti tra roccette e mughi si raggiunge un’altra cengia che porta dritti alla grande gola.

Qui il gioco si fa duro, dopo un primo tratto di camini fessurati non troppo difficili un tetto incassato e sgocciolante sbarra la strada. Angelo Dibona non è uno che si arrende facilmente e con probabilmente soltanto un paio di chiodi riuscirà a passare quel budello sospeso in orizzontale, lungo una decina di metri che probabilmente segna il primo passaggio di sesto grado della storia ma che verrà catalogato come quinto superiore, lasciando allibiti i futuri ripetitori che spesso rinunceranno o saranno obbligati a numeri da circo per passare.

Da qui la strada per la cima è aperta. Una diagonale su rampette e cenge porta allo spigolo, di roccia più appigliata che dentro la gola, anche se ci saranno ancora passaggi per niente facili da superare, ma ormai chi li ferma?

La sera del 16 agosto vede i quattro in cima al Croz dell’Altissimo raggiunta in giornata, consci certamente di aver scalato un parete difficile ma forse poco consci, invece, di aver scritto una pagina unica ed irripetibile nella storia dell’alpinismo che farà parlare di sé per sempre.

Il famoso passaggio del Masso squarciato

A questo proposito Alessandro Gogna scrive sul suo Dolomiti e Calcari di Nord-est: “A proposito del Croz dell’Altissimo, non è ben chiaro se Dibona abbia usato qualche chiodo sul famoso passaggio del “masso squarciato”. Il fatto che non ne accenni non significa necessariamente che non ne abbia fatto uso. Il “masso squarciato” è il passaggio chiave, poco sotto la metà parete, una specie di grotta dalla quale occorre uscire orizzontalmente nel vuoto per una stretta spaccatura. Spesso bagnato e quindi assai viscido, quel budello va anche oggi affrontato solo se non è piovuto da più giorni: solo così le muffe verdastre permettono di arrampicare. Nel tempo il passaggio è stato chiodato, chissà quanti si sono trovati lassù con le scarpette impossibilitate a fare qualunque presa. Il punto più difficile, a voler rigorosamente arrampicare in libera senza attaccarsi ai chiodi, è proprio quello più esposto, all’uscita: richiede quasi un volteggio perché ci si possa afferrare alla seguente fessura verticale. Personalmente ho valutato il tratto di V+ con un passo di VI-, ma per esempio Maurizio Giordani (e forse non è l’unico) si spinge a parlare di VII-! Domenico Rudatis, quarto salitore con Renzo Videsott della parete (1929), racconta in Liberazione di aver incontrato nel passaggio quattro chiodi, di cui due vecchi e rugginosi e due nuovi. Quelli nuovi erano certamente stati lasciati dalla cordata di Hans Steger e Hernst Holzner (terza salita, 1928), ma quelli vecchi? Come si fa ad attribuirne la responsabilità a Paul Preuss e Paul Relly (secondi salitori, poco tempo dopo Dibona), quando si sa che Preuss mai piantò un chiodo, anzi non aveva neppure il martello? È pur vero che Preuss impiegò ben due ore a superare la grotta… ma se il martello non l’aveva, per esclusione la paternità dovrebbe essere dunque della cordata Dibona. Rudatis riferisce chiaramente che Dibona gli aveva detto di non aver usato chiodi e subito dopo avanza l’ipotesi che potrebbe essere stato il Rizzi a piantare quei ferri subito dopo, per facilitare o comunque proteggere almeno un poco il passaggio dei due clienti Mayer. Un’altra ipotesi è pensare ad un tentativo di ripetizione (dopo quella di Preuss ma comunque anteguerra) da parte di una cordata di ignoti che, giunti al masso squarciato, per qualche motivo abbiano rinunciato, non prima di aver cercato di passare con i chiodi”.

E veniamo ai giorni nostri.
Il 20 settembre di quest’estate 2018, il mio affezionato cliente Michele mi propone la via Dibona al Croz. Accetto ben volentieri perché non ho mai avuto occasione di salirla e percorrere un itinerario, del quale avevo letto molte volte e che storicamente è un capolavoro, mi stuzzica molto. Dormiamo all’ottimo rifugio Croz dell’Altissimo e la mattina alle 6.30 partiamo verso il canale d’attacco.

Qui una prima sorpresa. La cengia d’attacco usuale, posta sotto a un muro notoriamente sgocciolante, sembra un torrente in piena. Le piogge di questa estate hanno alimentato evidentemente qualche falda e la situazione si presenta piuttosto inquietante.

Avevo letto sulla relazione della guida CAI-TCI che Dibona attaccò più in basso e più centralmente per raggiungere la cengia alta perciò dopo un’accurata ispezione visiva decido di attaccare cinquanta metri più in basso dove oggi parte la via Samuele Scalet e con una diagonale, superando paretine non difficili, raggiungo tranquillamente la cengia alta evitando la doccia e il piuttosto alto rischio di scivolamento.

E fin qui va tutto bene anzi, direi ottimamente visto che senza volerlo abbiamo probabilmente ripercorso il tracciato originale rendendo la nostra salita ancora più “saporita” a livello storico. Percorriamo a questo punto la cengia verso destra e dove i muri soprastanti diventano deboli risaliamo zigzagando tra paretine e cengette in senso opposto. Qui la prima sorpresa negativa.

Su una placchettina di SECONDO GRADO, fa bella mostra di sé un fix con cordino… Dibona sicuramente non l’aveva infisso… Arriviamo infine alla gola e iniziamo la salita del camino. Prima sosta su due buoni chiodi, riparto e dopo pochi metri… sorpresa… un altro fix fa bella mostra di sé anche qui… Già presumo cosa troverò in seguito.

Arrivo alla sosta del “masso squarciato”, il famoso passaggio chiave, e anche qui un fix. Non basta, in lontananza alla fine del tetto brilla un’altra piastrina…

Là dove 108 anni fa, Dibona, Rizzi e i loro clienti passarono con una miseria di chiodi, oggi qualcuno si è arrogato il diritto di piantare dei chiodi ad espansione, deturpando un capolavoro assoluto dell’alpinismo mondiale! Cesare Maestri ne fece la prima solitaria in salita e in discesa negli anni ’50…!!!

Le soste malgrado siano ancora buone, volendo sostituirle, basterebbe martellare un paio di chiodi nuovi senza grandi difficoltà, vista la quantità di buchi e fessure presenti, all’uscita del tetto un bel chiodo già presente permette di proteggersi ampiamente e volendo, vista la qualità ottima della roccia e la fessura perfetta che si deve risalire, con uno o due friend si sosterrebbe una portaerei…!

Michele e Stefano

In nome di una non meglio identificata sicurezza, si è oggi legittimati a distruggere un’opera d’arte? E’ la sicurezza il motivo o più probabilmente, l’incapacità di chi compie questi gesti idioti? Propendo per la seconda ipotesi.

La stupidità di certe persone non ha limiti e si trincera dietro a scudi facilmente propagandabili e vendibili per mascherare la propria pochezza, la propria vigliaccheria e l’arroganza dell’impedito che non ha possibilità, se non quella di barare per raggiungere un risultato.

Sarebbe come spacciare per sicurezza il fatto di gareggiare in scooter (oggi più consona la e-bike) ad una gara ciclistica o come in tempi di buio medioevo si distrussero i capolavori dell’epoca classica nel nome del bigottismo religioso (non spiego perché il paragone medievale tanto quei dementi non lo capirebbero). In questo caso si è arrivati a superare ogni limite di decenza.

Ricordo ben chiaramente la battaglia che Aldo Leviti fece in contrasto con Gigi Mario, reo di aver spittato la via Costantini-Apollonio alla Tofana di Rozes e lo spit fu tolto!

Tollerare è un atteggiamento positivo quando non porta danno, altrimenti diventa accettazione remissiva!

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Sicurezza non deve significare profanazione! ultima modifica: 2018-10-08T05:32:58+00:00 da GognaBlog

45 pensieri su “Sicurezza non deve significare profanazione!”

  1. 45
    Alberto Benassi says:

    Marcello ci sta benissimo che molti abbiano il desiderio di ripulire i chiodi a pressione di Maestri. Ma non l’hanno fatto. Invece gli sceriffi si!! E già loro sono gli esportatori della democrazia…del rispetto! Perchè non vanno a pulire dai fix il loro Capitan?!?!

  2. 44

    Leggete The Tower di Kelly Cordes perché contiene tutti (o quasi, alcuni sono ancora top secret ma salteranno fuori) gli elementi per poter valutare questa storia al meglio. Gli italiani (anch’io lo sono e sono pure piuttosto anti-americano) l’hanno sempre valutata di pancia anche sapendone poco. Io non ce l’ho con Maestri e l’ho sempre giustificato umanamente e, in parte, anche alpinisticamente.

    Il Torre non è una montagna qualunque e non ha una storia qualunque, ne ha una a sé che è bella incasinata. E’ un giallo ancora oggi e probabilmente manca un solo tassello per chiarirla completamente. L’azione di K&K non è stata un atto di prepotenza ma semmai di giustizia. I due infatti hanno salito la via del compressore SENZA usare i chiodi a pressione di Maestri e li hanno tolti (quasi tutti) in discesa portandoseli fino a El Chaltén nello zaino!

    Capisco che a molti può dare fastidio ma per valutare l’importanza di questa azione bisogna conoscere molti elementi che sicuramente molti di quelli che la giudicano come di prepotenza non conoscono. Per me (che ho conosciuto K&K) si è trattato di un gesto d’amore e di rispetto per il Torre, che la maggior parte degli alpinisti del pianeta (a parte qualche italiano) si aspettava e augurava accadesse.

    Ma siamo ampiamente fuori tema.

  3. 43
    Alberto Benassi says:

    No!!  Gli americani hanno fatto solo una grande STRONZATA degna solamente della loro grande arroganza da sceriffi del mondo.

  4. 42

    Caro Marco, quella del Torre è una storia troppo complessa per essere discussa in un forum in cui porterebbe a fare un casino bestiale. Dico solo che Maestri avrà fatto bene a salire con il compressore ma gli americani hanno fatto bene a schiodare quella via che per quarant’anni tutti hanno potuto amare e odiare. Ciao

  5. 41
    Marco Furlani says:

    Marcello capisco che tre matrimoni ti habbiano veramente reso scontroso ma dire che gli Americani hanno avuto ragione a schiodare la Maestri al Torre mi sembra veramente un’affermazione delirante, l’alpinismo del futuro si inaugura su pareti vergini non su monumenti che ti piacciano o no.

    Caro Marcello un grande abbraccio

  6. 40
    Marco Furlani says:

    Leggo l’aticolo dell’amico e collega Stafano Michelazzi sulla faccenda direi alquanto inquietante degli spit messi sulla via Dibona al Croz dell’altissimo, dire che sono rimasto basito è dir poco. Non ho letto tutti gli interventi perchè penso che questo spazio sia per esprimere il proprio pensiero e non per battibecchi personali.

    Ma veniamo ai fatti Angelo si dice piantò 2 dei 14 chiodi piantati in tutta la sua vita sul passaggio del Masso squarciato, uno dei due piantato molto in alto sotto il tetto è nel mio meseo tolto e sostituito ancora nel 1977 si sa che Preus con il cognato raspò per ben due ore sul passaggio, Steger con Holzer non fece il masso ma traccio una variante sulla destra molto bella fra l’altro che sbuca sopra al traveso in alto dopo il Masso, bisogna tener presente che Angelo in quel tempo non disponeva di moschettoni e che quindi doveva slegarsi ogni volta passare la corda nell’anello del chiodo e poi rilegarsi pensate voi su un passaggio di quel genere cosa poteva conportare. (scusate se è poco)

    Personalmente ho ripetuto la Dibona una decina di volte con amici e con clienti una volta era prassi in primavera per i trentini fare alcune vie in Paganella di allenamento e vista poi la quota del Croz relativamente bassa ripetere la Dibona a meta verso maggio con conseguente ravanata sul Masso per via del bagnato e viscido fango di percolazione. L’ideale è ripetere la salita in settembre ottobre quando il Masso e bello asciutto perciò posso dire tranquillamente di aver trovato il passaggio in tutte le condizioni e di conseguenza in certi casi ho tirato tutto quello che cera, mentre sicuramente due volte sono passato bene in libera trovandomi d’accordo con l’amico Giordani sulla difficolta in libera èsicuramente un bel 6+ 7-.

    Ora leggo che tale monumento ed in particolare il passaggio del Masso è stato spittato a cosa serviva Dio solo lo sa, visto che è molto ben chiodato, poteva starci una operazione di lifting risistemando qualche chiodo e pulendo un pò ma spittarlo è veramente aver profanato uno di quei coposaldi storici difficilmente paragonabile ad salite. L’arroganza e l’ignoranza degli esecutori di tale atto mi lascia perplesso ho sempre pensato che la cultura cioè il sapere da dove si proviene per capire dove andare sia la base di un’alpinista o di uno scalatore.

    Speriamo che gli autori di tal riprovevole atto escano allo scoperto e si scusino magari ripristinando il monumento come era, personalmente io come si faceva una volta gli darei quattro bei schiaffoni ma purtroppo ora non si può più.

  7. 39
    Alberto Benassi says:

    Dino, la discussione non è spit si , spit no.

    Certo che ci sono vie a spit molto difficili e ingaggiose dove e meglio non volare. Vie a spit che io non andrò mai a fare.

    Ma qui è un altro problema.  Si tratta di una via storica attrezzata in un certo modo, dove sono stati messi dei fix dove prima non c’erano. Il problema è il rispetto storico dell’itinerario che un ripetitore, secondo me, deve avere come regola primaria.

     

  8. 38
    Dino M says:

    Per togliere fix uso anch’io lo stesso sistema di Alberto. Unica variante che i due estremi della barra io li ho filettati da 10 e da 8 per i fix piccoli. Quindi avvito sullo spit che spunta, gli faccio un paio di flessioni e poi svito un paio di giri per evitare che si spezzi completamente dentro. Efficace, leggero e velocissimo. Uso la Makita solo sui fit(t)oni resinati che è faticoso rompere in altro modo.

    Non ho mai piantato  spit su una via e nemmeno pensato di farlo. Mi limito a fare manutenzione in falesia e dove si può e c’è spazio, tracciare linee nuove del mio (basso) livello.

    Ribadisco peraltro che a mio modesto parere non vedo molte distinzioni tra spit e chiodo, anche se rispetto molto quanto scritto da Marcello sui tetti del Pilastro. Personalmente trovo che “l’ingaggio ” non dipenda completamente dal fatto che sia spit o chiodo, quanto dalla distanza e dal posizionamento degli stessi. Amici cortinesi o triestini hanno aperto in zona vie a spit, il cui impegno psicologico mi è sembrato tutt’altro che banale.

  9. 37
    Luca Mozzati says:

    Tanti commenti giustissimi e preziosi suggerimenti tecnici ma alla fine qualcuno li ha tolti?

    Dolomiti libere!

  10. 36

    Se il fix è hilti o Fischer si piega ma non si spezza e lo scopri quando sei li. Mola a disco o mazza da 1kg.

  11. 35
    Alberto Benassi says:

    Per levare i fix ci vuole la mola a disco a batteria. Ottima è la Makita, leggera e potente. La chiave da sola non basta. La FIAT ne faceva un tipo ideale di misura 13 e 17 utilizzabile per i dadi dei perni fa 8 e da 10.

    può bastare anche un tondino di acciaio al cui vertice si fa un buco del diametro della sezione del perno del fix.

    Smontata la piastrina si infila il perno del fix che sporge nel buco del tondino, si fa leva e il perno del fix si spezza esattamente a filo della roccia.

  12. 34
    Alberto Benassi says:

    Marcello posso anche essere d’accordo con te che il compressore di Maestri non è stato certo il massimo dell’eleganza alpinistica. Ma i chiodi a pressione c’erano e rappresentanto una storia, magari brutta, ma una storia. Non sono d’accordo su quanto fatto dai 2 americani. Mi è sembrato il classico arrogante atteggiamento da americani che esportano/impongono la loro politica.

    Anche se non condivisibile, per rappresentante l’alpinismo del futuro non c’è bisogno di schiodare il vecchio,  basta esprimersi sul nuovo.

  13. 33

    Sembra che non c’entri ma invece per me si: Kennedy (pace all’anima sua) e Kruk sulla Maestri al Torre sono stati grandissimi e hanno inaugurato il vero alpinismo del futuro!

  14. 32

    Per levare i fix ci vuole la mola a disco a batteria. Ottima è la Makita, leggera e potente. La chiave da sola non basta. La FIAT ne faceva un tipo ideale di misura 13 e 17 utilizzabile per i dadi dei perni fa 8 e da 10.

     

  15. 31

    Alberto, la storia di Maestri, secondo me, può definirsi ideologicamente identica. Altro che balle!

  16. 30
    paolo panzeri says:

    Ieri ho acquistato una piccola, leggera e bella chiave inglese.
    I tempi cambiano e bisogna adattarsi, negli anni 70 mi bastava il martello 🙂

  17. 29
    Alberto Benassi says:

    L’alpinismo è anche anarchia e errori.

    Appunto. Quindi  smartellare !!

    Se c’è chi si sente in diritto di spittare, dove prima non c’erano.  C’è anche chi ha il diritto di togliere. Così siamo pari tutti.

     

    Molto diversa è la storia dei pressione al Torre di Maestri tolti dagli americani.

  18. 28
    Andrea Pozzer says:

    Che tristezza, Stefano, che tristezza. Condivido ogni parola. Non resta che smantellare!

  19. 27

    Sulla Costantini Apollonio alla Tofana gli spit (1 per ogni tetto+1 sulla schiena di mulo+2 alla sosta tra i due tetti) erano stati messi da Gigi Mario e Bruno Pompanin Dimai dopo averlo chiesto a uno dei primi salitori Ettore Costantini Vecio, che si era detto favorevole. Il tutto durante un corso guide nazionale in cui facevo l’istruttore anch’io. Il giorno dopo ripete i con i miei allievi la via con gli spot e il superamento dei due tetti e della schiena di mulo mi sembrarono una passeggiata. Questo non per dichiararsi pro o contro gli spit sulle classiche (argomento che ho smesso di trattare con me stesso da molte stagioni per noia), ma solo per dovere di cronaca. Il giorno dopo Aldo Leviti, istruttore del corso guide trentino, con i suoi allievi levarono i 4 spit e la nostra cordata restò l’unica ad aver salito quella via diversamente protetta. Non voglio giudicare nessuno ma so che per antichi motivi Leviti odiava Mario… e l’occasione fu ghiotta. Ho grande stima di entrambi come di Maestri e Kennedy & Kruk sul Cerro Torre. Una storia per certi versi molto simile, anche se diversa da questa della Dibona. L’alpinismo è anche anarchia e errori.

  20. 26
    Alberto Benassi says:

    Ma sono quelli meno capaci che non rispettano quelli molto capaci, non il contrario (i divi di solito son poco capaci).

    su questo Paolo, non sarei così netto.

    C’è  gente molto capace che fa il divo e te lo fa pesare.

    Come c’è gente altrettanto capace che se ne frega , non racconta, non sbandiera . Si diverte  e basta.

    Come c’è chi vorrebbe la strada spianata e tutto per tutti.

    Insomma non si può generalizzare.

  21. 25
    paolo panzeri says:

    Penso che sia fondamentale rispettare tutti.
    Ma sono quelli meno capaci che non rispettano quelli molto capaci, non il contrario (i divi di solito son poco capaci).
    E questo pensiero è confermato dalle scuole in generale, dagli spittatori brocchi, dalla moltitudine delle persone che conoscono solo la sicurezza basata sulle “cose” e  non quella sulla responsabilità, dai forum, dalla pubblicità, dalle notizie urlate….
    Il bisogno di divismo dei brocchi è diventato un vizio di gruppi esclusivi: ignorano quelli più bravi di loro e nemmeno cercano di imparare.

    Dino M, io ti rispetto anche se non riesci a firmare quello che affermi, anche se dici di fare dopo 20 anni di marciumi il quarto grado, ma mi domando come puoi parlare dell’alpinismo d’alto livello se non l’hai mai sfiorato, non capisco come tu possa capirlo se non hai nemmeno un po’ di coraggio per firmarti.
    Se sei felice così, bene, ma almeno esprimi pensieri e giudizi su ciò che sai fare.
    Non pensi che faresti una figura migliore?
    E poi insegni nel cai e penso dovresti insegnare l’umiltà in montagna.
    Sono mie opinioni sulle quali discutere a lungo, spero non vengano fraintese, ma un poco comprese.

  22. 24
    Alberto Benassi says:

    Dino, a parte che sono un brocco anche io…anche se appassionato.

    Un acosa però mi ha guidato nel mio modo di concepire l’arrampicata, l’alpinismo. Il rispetto dello stile  di apertura degli itinerari.

    Se mi sono impegnato in una certa salita è perchè mi sentivo in grado di mettermi in gioco, di acettare il rischio. Non la garanzia di farla comunque. Ma di mettermi in gioco.

    Per questo non mi sono permesso di andare a mettere spit dove gli altri non li hanno usati o  di aggiungerne su vie spittate dove non erano stati messi pur di garantirmi la riuscita della salita.

    Quando non mi sono sentito in grado di accettare di mettermi in gioco e di confrontarmi  con gli apritori, ho preferito rinunciare.

    Nessuno ti ha mai fatto pesare la sua bravura, la sua superiorità? Bene vuol dire che sei a contato di ottime persone. Ma non credo che nel mondo dell’arrampicata e dell’alpinismo siano tutti modesti e che nessuno non faccia mai la prima donna.

  23. 23
    Dino M says:

    Io sono un brocco. Le cose che ho fatto, poche o tante, le ho fatte con un casino di sacrificio per allenarmi (considerato che il lavoro mi impegnava molte ore al giorno), per restare giù di peso, per aggiornarmi etc etc.

    Insomma una faticaccia ma sempre un brocco ero e sono.

    Spero non spocchioso.

    Tra le parecchie cose che ho fatto, ho conosciuto e conosco tanta gente veramente forte giovane e vecchia; molti hanno il dono di natura e si allenano, altri sono forti anche senza allenamento.

    Però una cosa i forti ( che ho conosciuto io ) hanno in comune: sono gente modesta che quando parla con noi brocchi, sembra che parli con suo pari. Mai ti fanno pesare le loro solitarie o le loro imprese.

  24. 22
    Giandomenico Foresti says:

    D’altronde Paolo se il metro di riferimento è il figliol prodigo, che viene messo sullo stesso piano del fratello meritevole, non possiamo aspettarci granché.

    C’è da dire che almeno il figliol prodigo alla fine sembra essersi pentito mentre i brocchi di oggi sono pure spocchiosi.

  25. 21
    paolo panzeri says:

    Oggi ho letto questo: http://www.alpinismi.com/it/2018/10/09/la-calata-dei-barbari-del-xxi-secolo/ e lo farò leggere almeno ai giovani, magari capiranno qualcosa.
    Da noi ci sono gli spittatori del quinto grado e sotto e molti (brocchi? 🙂 ) dicono che bisogna accettarli e difenderli, ma giovani italiani così “svegli” non ci sono più?
    Da noi solo i brocchi patentati imperversano dovunque? 🙂

  26. 20
    Alberto Benassi says:

    Mi domando….:  perchè si tende sempre, più o meno, a giustificare queste iniziative ?

    Forse è stato il soccorso…, chiodi sulla Comici…,

    Direi invece che probabilmente il lavoro non è ancora stato finito…

    A pensarla male , spesso ci s’indovina!

  27. 19

    un soccorso con i fix messi alle soste ed esattamente all’uscita del tetto, dove se lo usi serve proprio alla progressione, lo vedo piuttosto improbabile, considerando inoltre che il 99% dei soccorsi oggi vengono effettuati con l’elicottero e di spazio ce n’è quanto ne vuoi,  inoltre il fix sul traverso della cengia non è certo pensabile come utilizzato per un soccorso.

    Direi invece che probabilmente il lavoro non è ancora stato finito…

  28. 18
    emanuele menegardi says:

    Ho percorso per la terza volta la via Dibona a fine agosto al Croz e non ho trovato di grande utilità i due o tre spit perchè sono posti in punti già protetti. Non servono alla progressione!!!

    Ho pensato ad un soccorso, anche perchè sui tiri più difficili non c’è più niente!!!

  29. 17
    sergio63 says:

    non ho ben capito…han spittato una placca di II in basso e non le placche in alto?

    (da classicone ho faticato ben più lassù che sul masso squarciato…)

    mah…non è che c’è passato il soccorso?

  30. 16
    Giandomenico Foresti says:

    Io credo che, volente o nolente, si debba rispettare lo stile dell’apritore (o degli apritori) e questo principio dovrebbe valere anche per le vie spittate.

    Eventuali manutenzioni, sostituzioni, restauri, ecc., dovrebbero essere sempre fatti tenendo conto dello stile dell’apritore, in caso contrario sarebbe come restaurare una cattedrale del 1300 col cemento armato.

    Peraltro, sulle vie classiche, credo che l’uso dello spit sia veramente superfluo, visto che il livello tecnico dell’epoca era decisamente inferiore a quello attuale (più per una questione di mezzi che per capacità arrampicatorie).

    Piantare uno spit per una questione di sicurezza psicologica mi pare deprecabile oltreche ridicolo perchè se uno non se la sente di salire certi itinerari alpinistici se ne può tranquillamente stare in falesia dove gli spit abbondano e psicologicamente parlando si possono dormire sonni piuttosto tranquilli.

    Diverso è il discorso spit sì spit no sulle vie moderne, che secondo alcuni dovrebbero restare intonse fino a quando qualcuno non sarà in grado di salirle trad.

    Per quanto tale principio sia meritevole d’attenzione non è corretto limitare la libertà d’espressione altrui, al limite è possibile confrontarsi, ragionare, cercare pacatamente di propagandare le proprie posizioni al fine di una maggiore sensibilizzazione verso coloro i quali hanno trasformato molte pareti rocciose, soprattutto quelle di bassa quota, in groviera.

  31. 15
    paolo panzeri says:

    Basta leggere “roccia, neve e ghiaccio” di Gastone l’unico Re buffo per capire, emozionandosi nelle prime pagine, l’essenza dell’alpinismo.
    Per me non esiste un’altra descrizione completa come la Sua!
    L’ha pubblicato nel 1970 quando aveva quasi 50 anni.

    Persone mature e sopratutto dei giovani mi hanno raccontato felici di aver capito l’alpinismo solo dopo aver letto quel libro e il bello per me è che poi li ho visti praticarlo per anni e dovunque.

    Ora l’incapace si giustifica e si protegge sempre e dappertutto e guai a dirlo.

  32. 14
    Alberto Benassi says:

    Dino, la storia racconta che su questa via Dibona piantò 2 dei 15 chiodi che piantò in TUTTA!!  la sua vita di alpinista.

    Adesso giustifichiamo gli spit. Non mi sembra proprio rispettoso nei suoi confronti.

     

    ma dai…!

     

  33. 13
    Alberto Benassi says:

    Però la via mi sembra abbastanza lunga e difficile da seguire; non so se n.4 spit possano davvero svilire la salita ma non credo.

    Chissa chi li ha piazzati e perché; sicuramente se faceva a meno di farlo era meglio ma ……. accidenti sono n.4 piastrine. Quanti chiodi ci sono sulla Comici alla grande? Un chiodo è così diverso?

    Dino , la questione non è salita lunga o corta, facile o difficile. E’ un fatto di principio, di rispetto dello stile di come è stato aperto l’itinerario. Di rispetto di quello che hanno faticato e rischiato gli apritori. Di rispetto della storia da tramandare al futuro.

    Mettere un spit dove prima non c’era e dove non si è mai immaginato di mettere è un sfregio, è cancellare una storia, è come fare un baffo alla Gioconda.

    1 o 20 piastrine non vuol dire nulla. E’ il principio che conta. Anche perchè se ora si giustificano 4 spit. Poi ci sarà chi si sentirà autorizzato a metterne altri 4 e poi altri 4 e via così.

    Sulla Comici alla Grande ci sono tanti chiodi. Ma perchè fare sempre questi confronti per giustificare 4 spit ?!? Non si può giustificare un errore solo perchè in altri luoghi se ne fanno altri.

    La differenza tra un chiodo a fessura e uno spit mi sembra assai evidente.

  34. 12

    Guido, al tempo Dibona usava scarpe con suola di feltro (usate fino a pochi anni fa da cechi, polacchi, sloveni e molti altri dei Paesi dell’est che hanno fatto storia), si usavano pantaloni alla zuava molto simili alle braghe a 3/4 di oggi e così via… i tuo simboli, quelli che hai elencato, sono specchio dell’alpinismo anni ’50 rimasti in voga fino ai ’70 e cacciati dal “giardino dell’Eden” da quel movimento un po’rivoluzionario al quale anche tu appartenesti se non vado errato… ma che non snaturava la storia, anzi ne accentuava il valore… 😉

     

  35. 11
    Dino M says:

    Non vorrei svilire la discussione.D’altronde io in quella zona ho arrampicato pochissimo e quindi magari non sono nemmeno in grado di valutare la cosa nei suoi contorni reali.

    Però la via mi sembra abbastanza lunga e difficile da seguire; non so se n.4 spit possano davvero svilire la salita ma non credo.

    Chissa chi li ha piazzati e perché; sicuramente se faceva a meno di farlo era meglio ma ……. accidenti sono n.4 piastrine. Quanti chiodi ci sono sulla Comici alla grande? Un chiodo è così diverso?

    Se non servono togliamoli e amen !

  36. 10
    paolo panzeri says:

    Belle parole che condivido, ma bisogna fare qualcosa.

    E dopo il “figliol prodigo” oggi ho letto un po’ le parole del Papa: le élites sono il peccato!

    Non riesco ad accettare lo svilimento dell’uomo a un essere totalmente stupido e incapace che debba essere guidato come fosse una pecora.

    Ho sempre salito le vie portandomi un martello e dei chiodi, ma da adesso mi porterò anche una piccola chiave inglese.

  37. 9
    Giandomenico Foresti says:

    Sempre più d’accordo.

  38. 8
    Alberto Benassi says:

    La storia dell’uomo è scritta nei libri ma anche nei monumenti che nel corso dei secoli ci hanno accompagnato fino ai giorni nostri.

    Preservarli è un nostro dovere ma il restauro di un monumento deve essere fatto nel rispetto della sua originalità. Altrimenti non è un restauro.

    Una via del genere, è un MONUMENTO che ci parla della storia dell’alpinismo e di coloro che l’hanno prima pensata e poi realizzata.  Chi si appresta a visitarlo dovrebbe averne il massimo rispetto. Questi spit sono tutto meno che rispetto.

  39. 7
    guido azzalea says:

    Per percorrere un itinerario detto “ classico” sulle nostre Alpi da oggi sarà obbligatorio seguire alla lettera queste condizioni : Scarpone con suola Vibram con lacci Rossi del peso minimo di kg. 1,calzettone di lana di pecora,pantalone di velluto a coste rigorosamente alla zuava,camicia di flanella a manica lunga di colore grigio,maglione di lana bicolor,cappello a tesa larga,zaino di pelle con cinghie di cinghiale.Corda di canapa lunga max 40 metri,martello con manico in legno,chiodi rigorosamente ad anello,moschettoni modello Bonaiti. Chiunque sarà sorpreso in mancanza di tale materiale verrà prima ammonito e poi espulso e condannato a lasciare per sempre le Alpi… schervazo dai.

  40. 6
    Alberto Benassi says:

    Mattia sono d’accordo con te , ma non tutti la pensano così.

    Anzi molti ti risponderebbero che te frega dello spit, se vuoi fare l’eroe, fai finta di non vederlo,  lo salti e non lo passi.

    che gli arrampicatori degli anni 10-20-30 non li hanno messi gli spit perchè non li avevano.

    che se non vuoi gli spit allora non devi nemmeno usare corde sintetiche, dadi, frends, e goretex ed andare con le candele invece che con la frontale.

    Altri ancora che i chiodi a fessura rovinano le fessure.

    Insomma del rispetto storico dell’itinerario non gli frega una minchia. E’ solo un falso problema che s’inventano vecchi brontoloni anacronistici ed  egoisti perchè vogliono un alpinismo di elite.

     

  41. 5
    Giandomenico Foresti says:

    Sono d’accordo.

  42. 4
    Mattia says:

    Ritengo che il discorso sia molto più complesso quando si parla di spittare vie storiche. Ma io una mia idea nel tempo me la sono fatta: gli spit li metti nelle vie moderne, le vie storiche le lasci come sono o al più sostituisci i chiodi vecchi con nuovi. Se non sei capace di salire o non vuoi mettere a rischio la tua incolumità stai a casa o vai in falesia. Ma rendere alla portata di tutti con fix o spit una via storica vuol dire snaturarla, toglierle ciò che i primi apritori ci hanno visto e sudato. Assassinare l impossibile, direbbe Messner

  43. 3
    Giandomenico Foresti says:

    Viviamo in una società dove prima di tutto viene il raggiungimento dell’obiettivo e solo in seconda battuta il “come” l’obiettivo viene raggiunto.

    La soddisfazione derivante dall’obiettivo raggiunto è transitoria, dura quel che dura, ma la soddisfazione derivante dal “come” è infinita perchè infiniti sono i margini di miglioramento.

    Da questo punto di vista i giapponesi avrebbero molto da insegnarci.

  44. 2
    paolo panzeri says:

    Mi dicono che a forza di difendere i BROCCHI ora comandino loro dovunque.
    Penso che la parabola del “figliol prodigo” condizioni ormai tutta la nostra società e imponga di ignorare le differenze delle capacità: tutti devono avere gli stessi diritti di fare tutto, anche se non sono capaci di farlo e non si impegnano.
    E si cavalca la sicurezza per gli stupidi!
    E il sistema senza alcuna meritocrazia è clientelare, nepotistico e “ballista”!

    Lo spettacolo della nullità urlata e ben visibile.

    Peccato per i giovani, però ottimo lavoro per tanti professionisti 🙂

  45. 1
    Alberto Benassi says:

    Tollerare è un atteggiamento positivo quando non porta danno, altrimenti diventa accettazione remissiva!

    Stefano, qualcuno commenterà questo articolo: che palle la solita noiosa storia, spit si, spit no. Ma non è così.

    Per quanto mi riguarda non c’è da tollerare proprio nulla. Questa roba, non so se  durante la vostra salita l’avete smartellata,  ma andrebbe fatto !

    Anche perchè chi fa queste cose lo fa spesso e volentieri di NASCOSTO mettendo tutti davanti al fatto compiuto. Poi dopo se te smartelli sei un stronzo!

    Invece no,  non  sei uno stronzo , perchè non si può sempre accettare le imposizioni degli altri che non sono per nulla tolleranti,  ma la pretendono!

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