Solo nella foresta vive il vero tycoon

Solo nella foresta vive il vero tycoon
di Chiara Baù
(già pubblicato il 4 febbraio 2017 su http://www.imperialbulldog.com/2017/02/04/solo-nella-foresta-vive-vero-tycoon/)

Una domenica mattina di novembre, apparentemente come tante. Cosa fare? Da sempre novembre ha la fama di essere uggioso e triste, in realtà questo è un mese che offre le condizioni migliori per addentrarsi nel bosco e osservare gli animali. Tutto sembra fermo, ma in questa immobilità si possono vivere momenti unici. È l´inizio del letargo per molti animali che con le loro forze affronteranno i rigori dell’inverno, ma per altri è il periodo degli amori. E chi meglio del camoscio poteva esserne protagonista?

La chiamano “stagione morta”, ma forse sarebbe meglio definirla come un periodo di indescrivibile calma, una sorta di riposo per le montagne dopo che nel periodo estivo sono state invase da masse di turisti intenti a colonizzare ogni sentiero come eserciti di formiche. Nell´infinita gamma di possibili destinazioni era prevalso quel giorno il richiamo del bosco, senza saperne il perché. Avrei dovuto chiederlo a Jack London che ha scritto un intero libro sull’argomento.

Solitamente preparo in modo accurato l’escursione, studiando la mappa nei minimi dettagli, valutando i dislivelli e le tempistiche, da sempre abituata a programmare ogni cosa con estrema meticolosità, interrogando le previsioni meteo e valutando tutta una serie di fattori che alla fine possono compromettere le decisioni. Se le previsioni non corrispondono alle aspettative non si parte, se l’itinerario è troppo impegnativo si studiano delle varianti. Non fu così quel giorno.

Sono uscita senza una meta precisa. Avevo solo il desiderio di incontrare qualche animale e godermi la tranquillità del bosco, in empatia con questo. Ogni stagione ha il suo silenzio.
Un famoso scrittore peruviano di etnia quechua definisce il silenzio il primo livello di saggezza, quanto è vero! Quel giorno in ogni caso non avevo scelta, visto che partivo da sola. Potevo solo parlare con montagne e animali, un dialogo di pensieri.
Mi sono incamminata verso le pendici del Sassolungo, una montagna dall´aspetto regale, che domina la Val Gardena, in Alto Adige. Osservando le pareti rocciose, leggermente imbiancate dalla neve autunnale, avevo l’impressione che fossero meno severe del solito. Con un aspetto totalmente differente rispetto all’inverno, quando si presenta copiosa e multiforme, la neve si era adagiata sulle pareti, sfiorando le rocce, insinuandosi in ogni fessura quasi a proteggere e accarezzare la montagna, come quando ricopre col suo manto le tane degli animali in letargo. Mi piace paragonarla ad una sorta di velo, un velo da sposa: se ne intravede il volto, ma i lineamenti si perdono in tante sfumature.

Anche la legna accatastata a mucchi accanto a larici e abeti, grazie al duro lavoro dei boscaioli, sembrava riposare. Ad un tratto notai che il sentiero era contrassegnato da un numero dipinto sul tronco di un abete, una coordinata senza la quale al giorno d’oggi ci si sente persi, e che per la verità contrastava con il mio peregrinare senza meta, non sentendo la necessità di seguire una traccia precisa. Per quanto utili siano GPS, navigatori, numeri o paline di sentieri, esiste un’altra dimensione, quella di lasciarsi condurre da una propria bussola interiore, un istinto simile a quello che guida gli animali durante le migrazioni.

Una delle voci più frequenti cliccate sul web nel 2016 è stata “meteo”. In effetti le previsioni del tempo ci influenzano a tal punto che in alcuni casi finiscono col limitare la libertà di scelta. Dobbiamo esser grati alla tecnologia moderna, ma a volte il condizionamento diventa davvero eccessivo. Mi sono così fidata solo del proverbio che un’anziana donna del paese mi aveva rivelato e che narrava di aghi caduti dai larici: “finché gli aghi rimangono adagiati sul sottile strato della prima neve caduta non saranno imminenti le nevicate e solo quando saranno spazzati via dal vento la neve sarà vicina”. Non mi restava che osservare il sentiero per prevedere una nevicata non appena gli aghi fossero scomparsi. Una soluzione concreta al di là del solito meteo.

Nel frattempo aumentava la curiosità di possibili incontri. Leggendo il testo dell´intervista all´uomo più vecchio del mondo, sembra che alla domanda “quale fosse il segreto per arrivare a tale longevità  la risposta sia stata “la pazienza”. Di sicuro questa è una dote fondamentale se si vogliono osservare animali selvatici. Ricordo che in Finlandia rimanevo ore e ore rinchiusa in una piccola baita di avvistamento in attesa del passaggio dell’orso bruno, addirittura con l’impedimento di uscire per necessità fisiologiche per evitare qualsiasi rumore che potesse spaventare l´animale. Ma ogni sacrificio era ben accetto.
Quel giorno in Val Gardena ero stata fortunata. Avevo abbandonato quasi subito la traccia del sentiero e mentre camminavo mi divertivo ad immaginare ipotetici disegni che si sarebbero potuti costruire nella caotica dispersione degli aghi dei larici sulla neve, come in un gioco di bambini quando si devono tracciare linee da un puntino all’altro per comporre una qualche figura. A interrompere il gioco furono alcune impronte di camosci davanti a me sulla neve. Nell’osservare quelle tracce, unico segno di vita in un´atmosfera di calma irreale. Potevo giá ritenermi soddisfatta.

Il camoscio alpino (Rupicapra rupicapra, Linnaeus 1758) è un mammifero artiodattilo appartenente alla famiglia dei Bovidi. Di aspetto molto simile alle capre, viene incluso con esse e con le pecore nella sottofamiglia dei Caprini. Particolarmente adatto per la vita in montagna è lo zoccolo bidattilo (3º e 4º dito) con parti e durezza differenziate: il bordo esterno, duro ed affilato, permette di sfruttare i più piccoli appigli sulla roccia; i morbidi polpastrelli, aumentando l’attrito, evitano le cadute e le scivolate in discesa. Le dita dello zoccolo sono divaricabili e munite di una membrana interdigitale che fornisce una più ampia superficie d’appoggio, consentendo agili spostamenti anche sulla neve. A differenza dello stambecco, il camoscio si sposta sulla neve con notevole disinvoltura, favorito dal particolare adattamento dello zoccolo. Il cuore, piuttosto voluminoso, è dotato di spesse pareti muscolari che garantiscono il mantenimento di una frequenza cardiaca di 200 battiti al minuto e un’elevata portata sanguigna; questo permette al camoscio di risalire lunghi e ripidi pendii senza sforzi eccessivi.

Ai camosci non serve certo una pastiglia energizzante!

È affascinante notare come in natura esistano meccanismi che, sfidando qualsiasi green economy, siano in grado di escogitare valide soluzioni per favorire il risparmio energetico. In alcuni animali, infatti, come lo scoiattolo volante o alcuni insetti si è sviluppata una membrana che permette loro di planare, evitando balzi o voli che provocherebbero un dispendio energetico eccessivo nell´ambito del loro metabolismo. Lo stesso vale per le aquile, la cui particolare conformazione delle penne remiganti fa sì che questi rapaci riescano a sfruttare al meglio le correnti ascensionali senza esercitare alcun battito d´ali.

Tornando ai camosci, un’ampia capacità polmonare e un elevato numero di globuli rossi (11-13 milioni per mm³) forniscono un’ottima ossigenazione del sangue anche in condizioni di alta quota, dove l’aria è più rarefatta. Da notare che a riposo la frequenza cardiaca di un essere umano adulto è di circa 70 bpm nell’uomo e di circa 75 bpm nelle donne.

Non so quale frequenza avessi io in quel momento, solo per aver notato delle impronte. E chissà quale dovesse essere la frequenza cardiaca di chi seguiva le elezioni di Donald Trump in programma proprio quel giorno. Il disappunto diffuso, le polemiche e le conseguenze di quella elezione, per non parlare di sondaggi risultati inattendibili. Lo stesso dicasi della Brexit, un esito anche in quel caso totalmente inaspettato. Pare, a quanto si legge, che nel mondo occidentale si sia acuita la crisi d´identitá con fratture sempre più profonde tra le élite di pochi benestanti e le altre classi sociali. Questo in natura non si verifica: nel bosco c´è umiltá, equilibrio e nessuno cerca di prevaricare. Forse di tanto in tanto lo scoiattolo ruba i semi delle pigne al crociere, un piccolo uccello dal becco ad uncino adibito al prelievo di semini dalle pigne, forse il picchio a volte disturba il cammino verticale delle formiche sui tronchi, ma nulla di più.

Non abbiamo saputo vedere la realtá intorno a noi” ha ammesso con onestá il New York Times, riferendosi ai risultati dei sondaggi delle elezioni americane. Nel bosco invece questa è ben visibile, basta osservare e imparare.

Proseguendo il mio vagabondare, mi accorgevo man mano che tutto intorno a me si stava avviando al lungo riposo invernale. Persino il torrente non risuonava piú nel suo fragore, addormentato in un groviglio di ghiaccioli che imprigionavano l´acqua in uno stato dormiente. Il tempo stringeva e, pur non dipendendo dalle condizioni meteo, il vincolo del ritorno era legato alle ore di luce.

Nel bosco le regole sono severe, tutto funziona in base a un ordine ben preciso, le stagioni degli amori si susseguono secondo un calendario che collima perfettamente con l´ambiente naturale. Camminavo senza un pensiero definito, quando all’improvviso ebbi la sensazione che qualcuno mi stesse osservando. I ruoli si erano ribaltati? Un camoscio abituato a fuggire la presenza umana, era diventato inaspettatamente il mio esaminatore. Immobile, mi scrutava con curiosità, come fossi una marziana. Forse, potendo parlare, si sarebbe chiesto “Ma cosa ci fa questa solitaria in giro a novembre?”

In effetti a fine autunno il camoscio scende a quote inferiori e tende a preferire zone a vegetazione arborea rada come i boschi di larice e con esposizioni ad alto irraggiamento solare, intervallati da versanti ripidi e rocciosi, dove si accumula poca neve. In queste aree riesce a nutrirsi e a spostarsi con minor dispendio di energie rispetto alle zone dove la coltre nevosa è più spessa. Ero abituata a osservare da lontano i camosci puntiformi lungo i ghiaioni e nel mio peregrinare distratto non avrei mai immaginato di poterli incontrare così vicini, non solo, ma di diventare oggetto della loro attenzione.

Iniziò così un gioco di sguardi pieno di emozione. Mi stupiva la calma di quel camoscio, la sua totale assenza di paura. Dietro di lui, a pochi metri, la femmina, pure incuriosita, osservava. Avevo certamente interrotto un rituale d´amore. Infatti tra novembre e dicembre i maschi si lanciano In intensi inseguimenti con spettacolari rincorse tra i maschi per poi dedicarsi alla femmina. Durante il rituale di corteggiamento il maschio mostra un comportamento caratteristico del periodo degli amori: i maschi con il labbro superiore sollevato, la bocca semiaperta e la lingua allungata e in movimento, percepiscono i feromoni delle femmine e capiscono “chimicamente” se la femmina è disposta all’accoppiamento. I camosci, infatti, non comunicano soltanto con la vista e con l’udito: anche l’olfatto è molto importante.
In Italia oltre al camoscio alpino esiste anche il camoscio d´Abruzzo.
Fu lo zoologo tedesco Oscar Neuman che nel 1899 descrisse per la prima volta una nuova specie di camoscio, chiamandola Rupicapra ornata. E’ il camoscio d’Abruzzo, fino ad allora confuso con quello alpino. Ormai la differenza tra le due specie è provata da studi morfologici, etologici e biologici. In questi ultimi anni ciò è stato dimostrato studiandone il DNA: ossia, qualora ci fossero stati ancora dei dubbi, lo studio genetico ha confermato che il camoscio alpino e d’Abruzzo sono due specie distinte, e che quest’ultimo appartiene al ceppo spagnolo. Infatti camoscio d’Abruzzo e camoscio spagnolo sono molto simili.

Impugnai rapidamente la macchina fotografica per immortalare quell´espressione incuriosita. Avvicinarsi a un animale libero significa elogio a lentezza e pazienza. Tentai di avanzare con circospezione per cogliere meglio l’immagine di quel muso attento e stupito: il camoscio non si muoveva ma continuava a tenermi sott´occhio, determinato ad abbassare la guardia. Si era instaurata una gara di curiosità, tra me, incredula per quella vicinanza, e il coraggioso animale che, pur scavando nella sua memoria storica, probabilmente non riusciva a classificarmi né come cacciatore, né come turista, né come essere di altra specie. La scena aveva assunto una chiave molto divertente. Come ogni animale, una volta compreso che non rappresentavo un pericolo, tranquillamente tornò al suo rituale di corteggiamento, dedicando attenzione alla femmina che lo aspettava.

Felice di aver vissuto quell’incontro, mi sentivo forte, oserei dire imperturbabile; potevo immedesimarmi nei versi della poesia di Walt Whitman, Io imperturbabile, tratta da Il canto di me stesso.

Io, imperturbabile, sto bene nella Natura,
padrone di tutto o signora di tutto, sicuro di me nel mezzo
delle cose irrazionali,
permeato come esse, passivo, ricettivo, silenzioso come esse,
scopro che la mia occupazione, la povertà, la fama, i punti deboli, i delitti,
sono meno importanti di quanto pensassi;
io, verso il mare dl Messico, o a Mannahatta,
o nel Tennesse, o nell’estremo nord, o nell’interno,
un rivierasco, o un abitante dei boschi, o un fattore in
uno di questi stati, o della costa, o dei laghi, o del Canada,
dovunque io trascorra la mia vita, oh essere equilibrato
in ogni circostanza,
affrontare la notte, le tempeste, la fame, il ridicolo,
gli accidenti, i rifiuti, come fanno le piante e gli animali.

Come già in passato, mi era stata data insperabilmente una nuova occasione per sperimentare come l’incontro con animali liberi fosse in grado di arricchirmi come persona, innanzi tutto con l’emozione che considero inevitabilmente come sinonimo di conoscenza, e anche con la scoperta di una realtà avvincente e unica. Sulla via del ritorno sentivo che niente in quel momento avrebbe potuto scalfire la mia armonia primitiva, solo rafforzarla ulteriormente. L’escursione volgeva al termine, uno steccato ricamato di brina mista a neve segnava la fine di un cammino dove solo l´istinto mi aveva guidato. Ma ancora le emozioni non erano finite… a pochi metri dall’auto parcheggiata al margine del bosco ecco apparire un cervo maschio. Sembrava in posa o semplicemente si stava godendo la pacata atmosfera di novembre che preannunciava il rigido inverno.
Con la possente figura voleva forse darmi un saluto, cosí interpretai quella sua comparsa improvvisa a conclusione di una giornata unica e reale, lontana da una monotona routine di lavoro.

Esprimeva una tale immagine di nobiltà che in me prese il sopravvento una sensazione di riverenza. Il vero tycoon era lui, con la sua regalità ed eleganza. E non può esserlo Trump che si accinge ad approvare progetti come quelli degli oleodotti del Keystone xl e del Dakota access, che impediscono il naturale migrare di animali selvatici da un territorio all’altro. Ignaro di quel che avveniva nel mondo, era il cervo il vero tycoon della foresta, forte e possente, preoccupato solo che gli abitanti della foresta potessero sopravvivere ai rigori dell’inverno, che il camoscio con la sua femmina potesse sfuggire alla valanga e correre nella neve indisturbato, che l´orso trovasse la tana adeguata al letargo, che il picchio non infastidisse troppo con le percussioni del becco il riposo della marmotta, che il capriolo trovasse un sicuro riparo da copiose nevicate e che lo scoiattolo riuscisse a cibarsi dei semi delle pigne, anche se ogni tanto li avrebbe rubati al crociere.

 

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Solo nella foresta vive il vero tycoon ultima modifica: 2017-05-17T05:28:22+00:00 da Alessandro Gogna

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