Storia dell’arrampicata romana – 3

Storia dell’arrampicata romana – 3 (3-4)
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato nel 2010 da climbing pills)

Nel filo del mio racconto, vale la pena riportare anche testimonianze altrui.

Intermezzo 2
La testimonianza di Emiliano Emilio Giuffrida
Una delle immagini più indelebili delle mie prime arrampicate è stata la prima volta a Sperlonga; era l’inverno ’84/’85, con l’ultima uscita del corso di roccia.
Di Sperlonga, rimasta a lungo segreta, si vociferavano le vie estreme e la roccia dura da scalare con appigli piccolissimi.

Andrea Di Bari su Reggae per Maometto, Sperlonga
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Non a caso ci si andava verso la fine del corso di roccia, dopo essere stati al Morra, Leano, Gaeta, e quando la maggior parte degli allievi era ormai più scafatella.
Comunque la vera novità per questa falesia era la prima comparsa degli spit, impensabili in altri posti per l’odio, o quanto meno la perplessità, che avrebbero suscitato negli ambienti alpinistici.
E sì perché allora, anche in falesia, vigevano regole alpinistiche che vedevano relegato al solo uso dei chiodi o dei nut il compito di protezione e il termine falesia stesso ancora non era entrato nel mondo dell’arrampicata che usava ancora la dizione: palestra di roccia.

Pensare all’uso dei chiodi a pressione per tentare la salita in libera era precluso; al più si poteva pensare di salire in artificiale ma la roccia andava rispettata.
Di attrezzare la via dall’alto neanche a parlarne. Ma forse, semplicemente, nessuno ancora ci aveva pensato.
A Sperlonga linee luccicanti di spit si distinguevano sopra le placche compattissime di roccia grigia che, mai prima di allora, avrebbero potuto essere salite.
E a Sperlonga qualcuno le saliva.
Sì, perché Sperlonga era il regno di quelli forti, di Stefano, Andrea, dei fratelli Delisi, di Furio Pennisi, dei Vermi, insomma era il posto dove andavano quelli che facevano il settimo grado; il mitico settimo grado di Reinhold Messner, quel grado che per tanto tempo la comunità alpinistica europea aveva fatto fatica ad accettare.

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Insomma era il massimo.
Potete ben immaginare la mia emozione al cospetto di cotanta grandezza che di lì a poco avrei iniziato a conoscere e a frequentare con assiduità.
Giunti alla base della parete il corso si fermò sotto uno degli avancorpi, lì c’erano le vie più abbordabili; vie che comunque sfioravano tutte il sesto grado.
Fino allora avevo arrampicato solo da secondo di cordata, ma non mi ero mai appeso.
Mi chiedevo se ce l’avrei fatta anche questa volta.
Addirittura a Leano ero stato capace di fare in continuità senza appendermi la via Arruginante, una vecchia via in artificiale che credo oggi sia valutata 6a, e il giudizio del mio istruttore fu: ragazzo molto atletico!

I primi metri della prima via furono abbastanza semplici, credo si trattasse di Camelot o Ginevra, ora non so bene, poi un passaggetto m’impegnò al massimo e ricordo, distintamente, la prima comparsa dell’acido lattico negli avambracci, presenza con la quale in seguito avrei imparato a familiarizzare.
In ogni modo riuscii a non appendermi neanche quella volta. In realtà la motivazione di tanta persistente tenacia nel non cadere era che arrampicavo accanto a una biondina di cui non ricordo il nome, e mai avrei dovuto svaccare in quella situazione.
Il secondo tiro fu Re Artù e qui la cosa si fece seria.
Mi ricordo la partenza durissima in cui, di lì a poco, ci avrei messo tutta la forza di dita che avevo e che iniziava scemare rapidamente, malgrado gli allenamenti infra-settimanali sugli stipiti di casa.
A parte tutto andò bene pure quella volta e non mi appesi.

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La via successiva, ci dissero, si chiamava Messico e nuvole, una via alla fascia superiore di quinto grado con un tetto finale, e per arrivarci era necessario passare sotto il “Paretone”, la parete del “Chiromante”.
Fino allora tutte le vie che avevo visto arrivavano al massimo al sesto grado ed io non avevo mai visto una via di settimo grado.
Sapevo che su quella parete ce n’erano alcune ed ero folgorato dall’idea che di lì a poco anche io avrei finalmente visto com’era fatta una via di settimo grado.
L’evento non si fece attendere.
Appena giunti presso un albero dove lasciammo gli zaini, nel punto più basso della parete del Chiromante, guardai in alto verso quella distesa di roccia grigia e rimasi intontito.
Subito sopra di me, presso un tettino di roccia, c’erano appesi due tizi: il primo stava a gambe larghe e faceva sicura subito sotto il tetto; l’altro, incurante della calura, era appeso subito sopra. Tutt’e due avevano la fascia nei capelli stile californiano.
Chiesi subito a un istruttore qual era il nome della via, ma soprattutto era il grado che volevo sapere.
La risposta fu: Serena alienazione, 6b.
Cioè settimo grado, faccio io? Sì, settimo grado.

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Una lunga pausa di riflessione che mi parve durare un’infinità mi portò poco a poco a valutare che i due tizi là sopra, allora erano proprio forti.
Non solo: il fatto di stare appesi con l’imbrago agli spit, insomma di riposarcisi sopra, li rendeva ai miei occhi ancora più forti.
E sì quelli erano proprio due tizi forti.
Dovevo assolutamente entrare a far parte della cerchia di quelli forti.
Non so perché ma ormai mi sentivo irrimediabilmente avvinto da questa nuova dimensione e dovevo fare di tutto per entrare a farne parte.
Qualche tempo dopo l’occasione mi venne offerta su un piatto d’argento una volta che Stefano, cioè quello più forte di tutti, e che già aveva salito l’ottavo grado, mi chiese se volevo arrampicare con lui.
Stefano l’avevo conosciuto una volta che a Ciampino si mise a piovere, e mi portò, assieme al mitico Giraffone, sul ponte della Casilina a far traversi.
Mi ricordo che mi parlò di una via durissima che stava provando: Baby Snake, e il grado era 7c.
La mia adesione alla prospettiva di arrampicare insieme fu immediata, e con fare opportunistico scaricai all’istante il tizio con il quale avrei dovuto arrampicare.
Credo che non me l’abbia mai perdonata, ma l’occasione era irrinunciabile.
Mi ricordo che facemmo, con infiniti resting da parte mia, Il mago di Oz, poi Flippaut e Kajagogo e Vermi in fuga. Insomma mi ricordo una giornata di acciaiate speciali in cui, per la prima volta, salivo su quei gradi.
Da allora i due tizi iniziarono a rivolgermi la parola.
Uno si chiamava Luca ed era soprannominato Bibo, l’altro si chiamava Maurizio ed era soprannominato Er Tozzo.
Bibo e Er Tozzo andavano a scuola insieme, arrampicavano sempre insieme, e anche se avevano iniziato a rivolgermi la parola una cosa per loro non era chiara: non riuscivano ancora a spiegarsi come avessi fatto io, fresco fresco di corso di roccia, ad aver già arrampicato una volta col mitico Finocchi.
Ma ci si dovettero abituare presto perché la cosa avvenne con una certa frequenza.
Col tempo, superate le iniziali diffidenze, diventammo buoni amici e i nostri incontri, che avvenivano puntualmente ogni domenica alle 8.00 al bar di Eur Fermi, per andare a Sperlonga, ci portarono, ancora oggi, ad arrampicare un’infinità di volte insieme.
Ma il vero salto di qualità, la nuova disposizione mentale che si affacciava nelle nostre vite, saldata alle nostre inquietudini di adolescenti un po’ ribelli, era quella che di lì a poco ci avrebbe visti proiettati ogni estate, prima mentalmente, poi sul serio, sulle falesie di mezza Europa, ancora mezzo imberbi e, soprattutto, senza un soldo in tasca…

Capitolo 12
Emilio scrive che quando da sotto ci ha visto la prima volta, a me e al Tozzo, su Serena alienazione (era esattamente il 10 febbraio 1985), ha pensato che fossimo due arrampicatori molto forti.
Eh già.
Come mi sono ritrovato, senza accorgermene, fra quelli “forti”?

L’attacco del secondo tiro di Ritorno di Paperoga, 6a+
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La cosa oggi fa sorridere. Era la prima volta che affrontavo, da primo e senza conoscerla, una via di 6b… E ci feci ben 4 resting (tutto è meticolosamente registrato sul mio quadernino).
Pensa, se oggi vai in una falesia qualsiasi, vedi uno che fa 4 resting su un 6b: non ti verrebbe mai di pensare che si tratta di un arrampicatore di alto livello.
Per la verità neanche io mi ritenevo tale. Però a un certo punto, in quei mesi, mi sono guardato intorno, e mi sono chiesto: ma quanta gente vedo che viene a Sperlonga e affronta un 6b da primo? La risposta era: quei 10-15 (i nomi che più o meno ho fatto fin qui), quelli che erano poi il mio modello, il mio riferimento irraggiungibile, e basta. Una cerchia alquanto ristretta.
Sono molto legato affettivamente, per averne fatto parte, alla Scuola “Paolo Consiglio” del CAI di Roma. Per questo posso dire con grande serenità e obiettività, senza alcuna malevolenza, che fra gli istruttori in attività non avevo visto nessuno andare a fare da capocordata Serena alienazione o Peek-à-bou, o Idefix. Il livello dei migliori era sul VI grado (5c, scala sperlonghiana di allora!), e la media era sul V/V+. Dunque, pensavo (con la presunzione dei miei diciotto anni): “caspita, io arrampico già meglio di quelli che insegnano ad arrampicare…”.
Ma non era tanto questo a farmi credere di esser diventato “forte”.
Dicevo di Serena alienazione. Ripartiamo da qui. Due settimane, dopo torno a Sperlonga con Maurizio e affrontiamo la salita integrale del Ritorno di Paperoga (Paperoga era un soprannome affibbiato per qualche tempo ad Andrea). Avevo fatto a dicembre, da secondo con Ignazio, metà del primo tiro: fin sotto allo strapiombetto (fermandoci cioè prima del passo chiave). Proseguo e faccio a vista il seguito. Poi recupero il Tozzo e salgo, sempre a vista, il secondo tiro (magnifico!).
Paperoga era data 6b- (oggi 6a+). Stefano ci ha visti da poco lontano (stava, credo, su Blues per Allah).
La sera, dal Mozzarellaro:
Stefano: “Eravate voi sul Ritorno di Paperoga?”
Smilzo: “Sì, una bellissima via, veramente”.
Stefano: “Bene. E come è andata?” (che vorrebbe dire: “come l’hai fatta?”)
Smilzo: “Sono contento: sono riuscito a fare a vista tutta la via!”
Stefano: “Caspita, bravo!”
Poche battute, ma di quelle che ti ricordi. Stefano, in quel momento il più forte di tutti, che mi dice “bravo”…

Andrea Di Bari su Baby Snake, 7a, Sperlonga. Foto: Luca Solari
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Cresce la convinzione, e se possibile, la motivazione. Un mese più tardi, e siamo al 24 marzo, torno su Serena alienazione e la salgo in libera. Wow! Sono entrato nel giro! Non a caso quello stesso giorno arrampico per la prima volta con Andrea: mi porta a fare La mistica giraffa (dedicata al “Giraffone” Angelo). Il grado del secondo tiro è 6c. Mi appendo (sono da secondo), ma capisco la sequenza, e – come si direbbe oggi – i movimenti mi vengono.
Ormai anche con Stefano siamo amici: un giorno in cui il cielo è nero e le pareti son tutte bagnate, mi porta, con Antonio Stazio, ad arrampicare in un settore strapiombante che sta chiodando per i giorni di pioggia: ha deciso di chiamarlo, ironicamente, L’ojo del sol… Provo una via con dei movimenti durissimi, e quasi non mi muovo: Dark, 7a+.
Quello è grosso modo, in questa fase, il grado-top dalle nostre parti. Le vie di riferimento sono, in tutto, non più di quattro o cinque: Kajagogo 7a, Blues per Allah 7a+, Baby snake 7a+, Polvere di Stelle 7b, Reggae per Maometto (probabile 7a+/7b, che però Stefano non riesce a liberare…).
Ad aprile metto le mani su Kajagogo: tira Ignazio e io vado dietro. La trovo durissima. Arrivo dopo vari resting al passaggio chiave: la famosa (o famigerata) goccetta per un dito. Il dito è l’indice, che va messo di punta nella goccia, e poi ci appoggi sopra (alla punta dell’indice) il pollice e il medio. Alzi i piedi su due cose infime, e blocchi. Questa è la teoria, che Ignazio mi ha spiegato ben bene. Ma la pratica è impossibile. Il passaggio non mi viene.
Nel frattempo ho fatto amicizia con un amico di Ignazio: Massimo. Ci guardiamo di sbieco, fra curiosità e sospetto. Ecco, penso: ecco uno che sta precisamente al mio livello… Uhm… Un potenziale rivale. Però è proprio con lui che nascerà un’amicizia fortissima.
Nei mesi seguenti devo pensare un po’ agli esami di maturità. E poi c’è una ragazza nella mia classe, Valeria, con due tette strepitose (riferimento culturale del tempo: Carmen Russo). Valeria, capisco dopo vari mesi di chiacchiere, è interessata a me. Anche se ho preso la patente, continuo a usare soprattutto la vespa. Quando ci porto Valeria sento la punta dei suoi seni contro la mia schiena.
Che roba da brividi.
Roba complicata. Da dove cominciare? Con un bacio? E poi se lei mi chiede di continuare? Non ho alcuna esperienza e mi vergogno all’idea di risultare imbranato…

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E poi dovrei mettermici insieme. Però non mi convince: non mi piace abbastanza. Ci sono le tette, sì… Ma dopo? Non conosco i movimenti. L’on-sight mi sembra preclusa a priori (termine che apprendo dallo studio di Kant).
Così Valeria si rivolge a qualcun altro. Io resto vergine e imbranato. Durante l’anno ho studiato un cazzo, e mi becco il mio bel 40/60 alla maturità. Sogno di fare il 7a. Però mi piace anche la montagna.
Non sono mai stato al Gran Sasso. Per questo mi faccio trascinare da Medioverme e Gaston (Roberto e Giuseppe Barberi) in un posto assurdo, con un’esposizione da stringere il culo. Questa è l’apertura di Ombromanto, al Pizzo d’Intermesoli: un’esperienza che rimarrà, per me, unica. Nel vero senso della parola.

Ed ecco un’altra chicca: il racconto autobiografico degli esordi di Medioverme (personaggio già più volte nominato). Da Roma a Sperlonga, alle Dolomiti, a Finale. Dall’alpinismo “cacio e pepe” all’alpinismo “con i controcazzi” e all’arrampicata sportiva.

 

 

 

Intermezzo 3
(di Roberto Medioverme Barberi)

La preistoria
Maggio 1978, Monte Morra, è la mia prima uscita ufficiale in una “Palestra di Roccia”, durante il mio ultimo anno di scuole elementari.

Bouldering d’epoca al masso dei Caminetti
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Bisogna però sottolineare che eravamo già da tempo dediti alla pratica del bouldering – solo non sapevamo che si chiamasse così – praticata ovunque, ma specialmente in Dolomiti l’estate, e anche alla pratica del freeclimbing, dove ci impegnavamo a percorrere rotpunkt (in libera, senza cadere o appendersi, locuzione tedesca inventata da Kurt Albert e poi divenuta d’uso comune…) delle vie multipitch, ovvero “facevamo le ferrate senza attaccarci alla corda di metallo”, e usando il cordino (8 mm legato in vita) solo come assicurazione.
Tornando al Morra, devo dire che sì, ero bimbo, ma andammo con gente di grande esperienza e responsabilità, dei ragazzi veramente forti, e grandi, che frequentavano già gli ultimi anni del liceo.
A quei tempi nelle palestre di roccia non esistevano gli spit, e i chiodi a pressione erano buoni per l’artificiale. L’abbigliamento “tecnico”, ovvero più sofisticato dei pantaloni “al ginocchio” anche detti “alla zuava”, era costituito da preziosissime tute da ginnastica, di quelle azzurre o blu, con due righette bianche laterali, tute rigorosamente mooolto usate a scuola. Le scarpe in voga erano le Superga, ma ovviamente arrivarono in tempi successivi. Imbragatura, neanche a parlarne, sicura rigorosamente “a spalla”.
Gli attori di quella Prima Giornata erano i seguenti: noi, ovvero noi tre fratelli, mio padre e mia madre; la famiglia di Luca (due fratelli, madre e padre) e Maurizio (Tacchi).
La giornata si svolse grossomodo come segue (mamme escluse): dopo un bel riscaldamento sulla variante della Rampa (II) e sulla Lapide (II) ci siamo avventurati sulla Bambi (III) e sulla Boscaiolo (III); non un granché, ma comunque tutto slegati, su vie alte fino a 25 m. Dopo andammo alla fascia inferiore, passando quindi sotto le vie di grido del Morra in quel periodo, la Gatto (V), la Marco (IV+), le due fessure (V-), la Silvio Alta (VI e A1), la Silvio Bassa (VI-), la Zapparoli (III, 1 passo IV-, 70 m, la più lunga del Morra), la Dado (V+, 60 m la più bella del Morra) e raggiungemmo la Lopriore (45 m IV+) che era la nostra meta. Armati di una corda da 40 metri, e un cordino da 8 m del diametro di 9 mm, ci apprestammo, in otto persone, a salire la via.
Ovviamente il risultato fu una progressione un tantino macchinosa e, apparentemente, non proprio fedele ai manuali, né di oggi, né di allora.
Di fatto avvenne che, mentre alcuni componenti erano impegnati nel superamento del tiro centrale della via, ovvero del tratto chiave, passò di lì un famoso personaggio (di allora), tale Pierangelo, istruttore alla Scuola del CAI, che osò mostrare la sua disapprovazione al metodo ai nostri capicordata e ai nostri genitori, ma il suo più grande errore fu, nel fare ciò, di vantarsi del suo curriculum. La reazione fu prontissima, manifestata in forma di insulti ed epiteti vari.
Passato che fu questo increscioso episodio, un po’ annoiati dalla lentezza della progressione, non sapendo cosa fare al terrazzo di sosta, con mio fratello cominciammo un po’ di saliscendi, slegati ovviamente, sull’ultimo tiro, che alla fine ci portarono all’uscita della via.
Scampati a questa prima giornata, dopo un po’ di volte che ci accompagnò mio padre, cominciammo ad andare ad arrampicare al Morra con i nuovi amici. Ai tempi possedere un’auto non era una cosa scontata, e molti di noi non avevano 18 anni. Vito fu, allora, una grande risorsa e un grande amico, Pierluigi un grande esempio di bravura e disponibilità (sì sì, Vito e Pierluigi sono proprio Vito Plumari (il Vecchiaccio) e Pierluigi Bini).

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La preistoria II – i personaggi
Il bello del Morra era che ci si conosceva tutti. Negli ultimi anni ’70, chi scalava prima o poi lo incontravi al Morra, qualunque grado facesse. E essere forti voleva dire fare il V e VI grado.
Luca lo conoscevamo da una vita, Maurizio divenne nostro amico, e lì conoscemmo anche Marco (Forcatura). Loro erano i più giovani, a loro modo ribelli, già in disaccordo con la scuola del CAI, per questo venimmo “educati” (ma accettavamo di buon grado) a far sberleffi agli istruttori della scuola. Gli istruttori, tuttavia, non è che fossero particolarmente offesi da tre o quattro ragazzini.
Nel giro di poco tempo conoscemmo Paolo (Abbate), incontrato sul Fessurone, e incontrammo anche altri tre ragazzi che venivano ad arrampicare con una Simca 1000 bianca con sopra un adesivo del Don Guanella.
Non so più chi e neanche perché, ma qualcuno disse “ma il Don Guanella non è quello dove ce stanno matti?” e così quei tre ragazzi divennero automaticamente I Matti. Erano Andrea Di Bari, Roberto Ciato e Bruno Vitale, che conoscemmo meglio solo qualche anno dopo: loro abitavano dall’altra parte di Roma e noi, autobus muniti, già viaggiavamo per arrivare alla Formula 1 a San Lorenzo (non so se vi rendete conto cosa voglia dire attraversare Roma in autobus la sera, con i mezzi che staccano a mezzanotte).
Fu in quei tempi che conoscemmo Pierluigi e molti dei suoi amici, Vito il Vecchiaccio, Angelo Monti, Giampaolo Picone (detto “un uomo chiamato cavallo” per la passione per la corsa, oppure “agonia” per la magrezza accentuata dopo alcuni incidenti in montagna), Andrea Gulli e tanti altri.
La nostra passione era andare in montagna, e il nostro sogno di allora era la Nord-ovest del Civetta. Il pane che alimentava i nostri sogni erano i libri custoditi nella biblioteca del CAI di Roma.

 

Civetta, parete NW
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Così si arrampicava di conseguenza, seguendo le orme dei nuovi forti, ovvero di Pierluigi Bini che sembra avesse arrampicato con gente tipo Manolo e Mariacher, che però non sapevamo neanche chi fossero, solo che salivano e scendevano per le Dolomiti “a piacere”. Seguendo loro, cominciammo a macinare chilometri di vie slegati.
Ma qualcosa anche sulla libera si muoveva, e già il Morra aveva le sue vie culto in questo stile, vecchie vie di artificiale da salire in libera: la Silvio Alta, il Nicchione, la 3G, il Pulpito… ma non eravamo così assidui a scalare in questo stile.
Non parliamo poi dell’allenamento, delle conoscenze in merito e delle strutture disponibili per allenarsi. Senza macchina il ponte della Casilina era off-limits. Già passare dai piegamenti a terra alle trazioni fu una scoperta, così come scoprire che rimanendo sospesi su una tacca, si acciaiavano gli avambracci… eh sì, scoprimmo che le braccia e gli avambracci in particolare erano il nodo della questione, e che le dita erano fondamentali, come le gomme dell’automobile. Ma i primi libri sull’allenamento in arrampicata sono di molti anni dopo.
L’appuntamento del venerdì sera al CAI era assodato, si andava e si incontrava qualcuno, sempre. Lì, nel gruppo dell’ESCAI (in verità escursionisti da strapazzo, che guardavamo con una certa superiorità) conoscemmo Stefano Finocchi, con il quale diventammo subito amici, Luca Bucciarelli, Luca Mazoleni, Alessandra Bonifazi e tanti altri. E la sera si telefonava, spesso a Vito, e ci si dava appuntamento per il Morra. Niente mail, niente telefonino.
Con il tempo arrivarono la corda, le Superga, l’imbracatura, chiodi e martello e una nuova invenzione, i primi dadi. Le prime scarpette che misi ai piedi erano un paio di EB n° 35 di Susanna (la sorella grande di Stefano Finocchi) con le quali scalai nell’estate del 1981; le mie prime Asolo arrivarono l’anno ancora seguente.
Dalla Preistoria all’età del “ferro” – ovvero come qualcuno si rese conto che esisteva l’arrampicata sportiva
I primi anni ’80 furono, per molti di noi, gli anni dei primi viaggi in Dolomiti da arrampicatori.

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In verità dovrei ricordare, personalmente, la prima uscita al Circeo, nel ’79, a primavera. Le vie in auge allora erano il Pilastro Zoppo e la Via del Tetto. A settembre arrivò la prima uscita arrampicatoria al Gran Sasso, per certi versi simile alla prima del Morra: Aquilotti ‘75 e, poi, via Bonacossa alla 1a spalla con variante Shranzer-Bolatti (slegati), Cima Corno Piccolo e discesa slegati dalla cresta Chiaraviglio.
Il primo viaggio in Dolomiti arrivò, per me e mio fratello, nel 1981 (compivo 15 anni), con partenza rigorosamente in autobus strapieno del pomeriggio (A.T.A.C.) da casa alla stazione Termini; appuntamento con, udite udite, Stefano Finocchi, quindi treno (Italicus, il nome vi ricorderà qualcosa) Roma-Belluno (con una persona che appena partiti da Roma ci fa “scusate”, abbassa tutte le tapparelle dello scompartimento e tira fuori la pistola, per togliere caricatore e riporla, un attimo di smaltita); poi pullman Belluno-Masarè (checcazzo ci arrivi a fare ad Alleghe che poi devi tornare indietro), carico degli zaini sulla teleferica (credo fosse l’ultimo anno o il penultimo della gestione di Livio) e, così per sgranchirsi le gambe, iperdirettissima Masarè-Rif. Tissi.
Quell’anno scoprimmo tante cose, in primo luogo che senza una corretta alimentazione non vai da nessuna parte. Colpo di sole (mio), herpes a go-go, che per il povero Stefano degenerò in stomatite. Ma riuscimmo pur sempre a fare qualche via, anche se sulla Carlesso alla Valgrande la libera non la pensavamo proprio.
Il 1982 in Dolomiti lo salto, mi rimandarono al liceo e non andai a scalare l’estate. Il 1983, fu l’anno del Philipp, ma fu anche l’anno dell’incidente a Stefano Finocchi e Luca Bucciarelli, sempre sul Philipp, con notte in parete e 300 m di cavo il giorno dopo, e della pietrata sul piede che Andrea di Bari si tirò sullo zoccolo della Andrich a Punta Civetta.

 

 

Il settore di parete in cui sale la via Philipp-Flamm, aperta nel 1957 e considerata per anni una delle più impegnative delle Alpi e rimasta tutt’oggi una salita di prestigio
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Raccontare nel dettaglio porterebbe a divagare, basti dire che io e mio fratello, liberi da impegni, partimmo presto e prendemmo gli ultimi 12 giorni di un anticiclone piazzato lì, fermo da quasi un mese; così, quando arrivarono gli altri, noi avevamo fatto tutto quello che ci interessava. Gli altri arrivarono dopo 10 giorni, in tempo per una debita (e lecita) rosicata soprattutto quando presero i bentornati (dai contadini e allevatori) temporali estivi.
Tutto ciò per dire della nostra deriva verso la montagna, principalmente, e la distanza dall’arrampicata libera come si intende oggi.
Ma in falesia qualcosa si stava spostando, già in quegli anni, anche se in modo incerto, verso la ricerca della difficoltà. Cominciavamo a spostarci verso sud, nell’Agro Pontino, verso Leano, che aveva vie più continue e difficili – se percorse in libera – del Morra, e anche verso posti come i “Massi delle Fate” e “il Carciofo”. Al Carciofo c’era un passaggio riportato, in foto, sulla guida Helzapoppin, dove era ritratto Massimo Frezzotti, e nella didascalia c’era scritto VII grado. Andammo, ma era troppo facile, lo facemmo subito, scartando quindi l’ipotesi che fosse veramente VII.
Invece c’era un passaggio che non riuscivamo a fare ai Massi delle Fate, poi un giorno passò Franco Perlotto e lo fece con una mano in tasca. Ecco, Perlotto era forte, lui si teneva. Ma qualcosa evidentemente non andava, perché, visto lui, il passaggio lo facemmo anche noi subito dopo.
A Pasqua 1982 venne organizzato un raduno di arrampicatori nel Lazio, e scese nuovamente Perlotto, allora in Italia una delle figure più “in” del momento, lui aveva visto Yosemite e aveva riportato qualche goccia del verbo del freeclimbing. In quei giorni salì, in libera, la via di Ferrante a Leano (a Torre Elena), quella a destra del Povero Elia, dichiarando difficoltà sicure di VII grado. Ovviamente ci catapultammo subito, dopo pochi giorni, a farla. Lì scoprimmo definitivamente la grande differenza che passa tra andare da primi (Maurizio Tacchi nell’occasione sul tiro duro) e da secondi (io e mio fratello) Riuscimmo a fare i movimenti, noi da secondi e molto meno a vista (concetto ignoto al tempo) meglio di Maurizio, da primo e su chiodi normali o a pressione e a vista, che su un passo usò una staffa per arrivare al chiodo dopo. Ma la libera, quella vera, non tardò, e c’era margine (e grazie, ci allenavamo già, mica pettinavamo le bambole).
Un’altra visita da ricordare, un giorno a Leano, fu quella di Luca Ferraris, amico e coetaneo di Giovanni Bassanini, in assoluto credo il primo lanciatore che abbia mai visto: lui saliva dinamico ovunque. E si narrava di sue salite a Foresto con difficoltà non nominabili, di cui evidentemente non ci rendevamo conto. Lui saliva ovunque, sulle vie che pensavamo difficili, camminando.
Credo che l’estate 1983 causò una deriva mentale ad Andrea Di Bari e Stefano Finocchi, che, incidenti a parte, si erano un po’ rotti di aspettare giorni per trovare le condizioni per arrampicare in Dolomiti, definite da alcuni “un pisciatoio”.

Finale Ligure, Rocca di Corno
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Credo fu dopo quell’estate che Andrea fece il suo primo viaggio a Finale Ligure, e lì venne scoperta, da Andrea e poi dai romani, l’arrampicata libera-sportiva, quella vera, con le regole quelle giuste, della libera e dell’a-vista. Solo eravamo in gran parte una comunità reazionaria, contro l’indiscriminato uso dello spit. Dopo l’estate andammo quindi, finalmente, a provare quello che vedevamo ogni volta che salivamo a Leano, la cosa più yosemitica alla nostra portata, una specie di Separate Reality dei poveri, il tetto di Stati di Allucinazione. Una fessura strapiombante che terminava con un tetto orizzontale di 3 metri. Oltre 20 m di tiro, 1 spit sotto al tetto. Difficoltà dichiarata da Andrea, 6c+, altre dichiarazioni, a Finale ci sono vie molto più dure … riflessione, cazzo come molto più dure, ma come Stati di Allucinazione non è 7a? Andrea sentenziò di no, aveva provato Bananna stranna che era molto, ma molto, ma molto più dura.
Credo in quell’inverno Sperlonga divenne nota a tutti, grazie ai fratelli Bruno e Cristiano Delisi e ad altri che non ricordo. Il comandamento fu “non spittare ovunque, altrimenti il gioco si esaurisce”. D’altronde l’esempio guida era il Verdon, e i primi nomi delle vie lo testimoniano.
Cazzo, salire dal basso a Sperlonga senza spit era un bel trip, su quelle placche compatte.
Della prima giornata a Sperlonga ricordo Jo’ Condor alle Mura di Amarcord, salita con mio fratello, superando un passaggio che aveva respinto diverse cordate, e l’incontinenza di Stefano, che fece la cacca da 40 metri, centrando nel mucchio proprio il suo zaino.
Arrivarono pure i primi spit, prima timidi (forse su Horizon e Il cammino dei Comanches di Paolo Caruso?) poi, per forza, in serie, su Flippaut e sulle altre vie.
Dopo l’inverno, a Pasqua dell’84, il primo viaggio a Finale, con Paolo Rocca, Cafiero, la Passat SW di Paolo, il clarinetto di Paolo e le musiche di Pino Daniele.
Insomma, la via era aperta, l’esplosione c’era stata. L’arrampicata libera, come la conosciamo oggi, con gli spit, con i voli e con la sicurezza in primis era arrivata anche da noi.

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Capitolo 12bis
(già pubblicato su http://digilander.libero.it/dsrin/vorrei.htm)

Serena alienazione
«Se so’ fregati er moschettone
de Serena alienazione…»
Attaccava così, con questa semplice rima, una corta e allegra filastrocca divenuta presto celebre fra i non molti climber che frequentavano Sperlonga nell’inverno 1984-85. Il seguito non lo trascriviamo, perché dopo la denuncia del misfatto (il furto del moschettone di calata del più classico 6b di quei tempi), la filastrocca proseguiva designando per nome e cognome l’ipotetico colpevole, con toni decisamente denigratori, e con basse allusioni alle sue presunte inclinazioni sessuali. Il fatto è che l’autore dei versi in questione, vergati di propria mano sul Libro delle vie a quel tempo depositato presso Guido (il «Mozzarellaro»), essendo divenuto – con rapida e brillanta carriera – professore universitario, potrebbe oggi non a torto querelarci per offesa alla sua pubblica immagine: argomentando, giustamente, che trattavasi di innocue facezie giovanili, di piccanti spigolature retoriche volte solo a far sorridere gli amici arrampicatori. Un modo, insomma, per distrarsi, o per indurre rilassamento negli avambracci calcificati dalla fatica, prima dell’immancabile accanita al biliardino.

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E d’altra parte non sarebbe contento, a sua volta, neanche colui che fu accusato di quel furto. Sebbene non sia diventato, nel frattempo, professore all’università, anch’egli gode oggi di una vasta e unanime stima quale figura di primissimo piano nell’alpinismo romano. Impensabile perciò riferire qui il suo nome.

Ho detto alpinismo?

In effetti, fu proprio quella sua inflessibile inclinazione per le grandi pareti, quel suo sdegnoso rivolgersi alle falesie laziali solo nell’ottica del training, della pura preparazione di bicipiti e falangi onde meglio affrontare i colossi dolomitici e il bianco calcare del Gran Sasso, a far cadere su di lui i sospetti dell’imberbe – allora – poeta satirico. Infatti gli alpinisti di quei tempi, e in particolare alcuni giovanissimi e talentuosi rocciatori romani che esordirono alla fine degli anni ’70, aderivano in modo compatto a due presunti capisaldi etici (perché, come ognuno sa, l’alpinismo è anzitutto un’«etica»). Primo: i chiodi propriamente fondamentali su una via di roccia, anche se lunga settecento metri, sono assai pochi. Saranno due o forse tre. Gli altri vanno sempre tolti, soprattutto se non li abbiamo piantati noi. O in altre parole: guarda, ho trovato un chiodo! Qui davvero non serve, non puoi volare in questo punto… Togliamolo, prendiamocelo. E poi, se proprio sei così pippa da avere paura, er chiodo te lo porti e te lo pianti di nuovo. E comunque, qui, se sei bravo, vedi che puoi pure mettere un dado. Secondo caposaldo: il moschettone costa (se lo compri al negozio) ancora più di un chiodo. Se dunque risparmiamo sui chiodi, perché non dovremmo farlo sui moschettoni? Trovare un moschettone in parete, nuovo, ma anche vecchio e ossidato… Dopo un attimo, quel moschettone pende dalla nostra imbracatura. E poi, se proprio ti devi ricalare, fai la doppia e lasci tutt’al più una vecchia fettuccia o un cordino…

La sequenza logica è abbastanza immediata. Oggi chi ruba un moschettone dalla sosta di una via, lo fa, per lo più, come dispetto (verso chi ha chiodato la via, per esempio…). In quell’epoca oramai lontana (gli anni ’80, gli anni dei miei diciotto anni…), ciò accadeva per presunzione: il moschettone qui non serve, pensa l’alpinista, e anzi serve di sicuro più a me che vado in montagna. Qui siamo a cento metri dalla strada: qual è il senso di una parete tutta perfettamente attrezzata? Di una parete senza più incognite, senza avventura?

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Meravigliosa avventura del nostro giovane poeta satirico! Parte a freddo su «Serena» (dopo la quinta o sesta salita, scompare, come per una regola grammaticale di certe lingue classiche, la seconda parte del nome della via). Il Poeta, così oramai lo chiameremo, affronta dunque «Serena» come riscaldamento. E ciò sebbene la difficoltà della via sia terribilmente vicina al suo grado limite, identificabile in quel periodo con un 6c o 6c+ (alcuni suoi amici nutrono in effetti, ancora oggi, qualche dubbio sulla sua presunta libera di Odino, 6c; e anzi qualcuno ricorda, proprio lì, un volo mostruoso, da far passare la voglia di arrampicare; leggenda o realtà, difficile dirlo). Insomma, il Poeta supera con eleganza i primi dieci metri di via. Nel tratto dove oggi si incontrano due o tre spit, non c’era all’epoca alcuna protezione. «E te credo, sarà terzo grado…». Arriva così al famoso fettuccione che contorna una solida clessidra alla base dello strapiombo. Il Poeta sa che passare un rinvio nel fettuccione sarebbe, agli occhi degli altri arrampicatori presenti, un segno di imperdonabile codardia. Si dà il caso che «Serena» si trovi proprio sulla verticale del luogo in cui da sempre (cioè da un anno prima al tempo di questa storia) a Sperlonga si lasciano gli zaini. Ci si prepara ad arrampicare, si infilano improbabili tute e pantaloncini, perché la moda del pantacollant è ancora di là da venire. E si guarda sopra, in alto. Ecco il Poeta tendersi per moschettonare il primo spit. Il corpo si slancia all’infuori, su dodici metri di vuoto. Impossibile non pensare a cosa accadrebbe se perdesse la presa o l’equilibrio… Ma il Poeta ha già messo la corda, prima in bocca tra i denti, varie volte, e poi finalmente nel moschettone. Arcua le dita di una mano sulla prima tacca orizzontale, poi la seconda. Di sotto un vago, inconfessato sospiro di sollievo. Sappiamo che ora non cadrà, conosce la via troppo bene.

Eppure, se potessimo guardare dentro la sua testa, scopriremmo forse con sorpresa che egli non possiede le nostre stesse certezze. Per un attimo, brevissimo, esita. Il dubbio di aver preso troppa poca magnesite, la sensazione che quell’appiglietto per la sinistra sia oggi un po’ più svasato del solito… E i più piccoli, i più bassi, in effetti, qui si rannicchiano meglio. Poi mi vengono a dire che io salto il passaggio più ignorante (cioè rude, faticoso). Ecco per fortuna la presa buona. Sensazione davvero positiva, eppure rovinata da un quesito tragico, e che pare alludere misteriosamente all’eternità, su dove mettere la punta del piede destro.

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Il chiodo (la seconda protezione) ovviamente si salta. Sempre per orgoglio, per non essere esposto – più tardi, magari la sera da Guido – alla più infamante delle insinuazioni: quella di essere un pavido, di non avere la pompa (cioè il cuore) per certe cose. Per queste ragioni il Poeta prosegue con gesto ostentatamente sicuro, e sale, sale, con gli avambracci che pian piano si induriscono. L’ultimo chiodo pure si salta. E stavolta davvero con un po’ di apprensione per quegli interminabili sei o sette metri, specie per quell’ultimissimo passaggio per ribaltarsi sul terrazzino. Davvero una calla (cioè una cavolata) di passaggio, ma con queste braccia ormai dure, le dita che non le sento… Il riscaldamento è bello e fatto.

Un’occhiata alla sosta. E poi espressioni qui, di nuovo, irriferibili, stavolta non poetiche, ma di odio e disprezzo verso Dio (addirittura) e la Vergine Maria. Il moschettone di calata non c’è, se lo sono fregato. «’Sti stronzi, porca puttana»: questo sì, lo possiamo – un po’ a malincuore – riferire.

Perché tanta rabbia? Ma semplicemente perché il Poeta non ha con sé moschettoni, e nemmeno un cordino o una fettuccia. Aveva soltanto quei tre rinvii, che ha utilizzato per salire la via.

Perché soltanto quei tre? Le ragioni sono al tempo stesso semplici e complesse. Proviamo a sintetizzarle.

L’orgoglio e l’audacia vanno in qualche modo incoraggiati. Attaccare la via con la quantità minima indispensabile di rinvii, vuol dire per il Poeta costringere se stesso, nel momento dei vari possibili moschettonaggi (momento storicamente segnato, un po’ per tutti, da improvvise crisi mistiche: con visioni dei familiari, della fidanzata, degli amici più cari), a non cedere alla tentazione. Vuol dire che se moschettono adesso, non potrò farlo dopo, quando davvero un rinvio può salvarmi la vita. Soltanto tre opportunità di auto-protezione: opportunità da non dissipare, da non sprecare.

L’arrampicata libera è uno sport bello ed elegante. Bisogna dunque essere agili e soprattutto leggeri. Portarsi un rinvio in meno, vuol dire essere più leggeri. Vuol dire anche stancarsi di meno.

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Il Poeta – chi lo ha conosciuto lo sa bene – ama lanciare nuove tendenze. O quanto meno farsene portavoce in prima persona. Sa ad esempio che in Inghilterra si pratica una forma di arrampicata molto più audace (rischiosa) rispetto alla nostra. In alcuni posti è proibito piantare gli spit! Si arrampica per metri senza mettere un cazzo! Certo, quella è, e resta, l’Inghilterra. E gli inglesi sono pazzi. Ma il Poeta, nel suo piccolo, quando mi incontrerà, la sera da Guido, o la domenica successiva lungo il sentiero, potrà ora dirmi: «Oh, lo sai no? Adesso Serena si fa con tre rinvii… Altrimenti… Altrimenti sei un vecchio, sì sei proprio un vecchio».

Dopo aver meditato sulle ragioni di quella scelta (portarsi solo tre rinvii), e dopo averle trovate pure un po’ cretine, incontestabili ma cretine, resta ancora al Poeta il problema di come calarsi dalla sosta. La sua intelligenza creativa lo soccorre. Il sacchetto della magnesite che pende dietro la schiena è tenuto da un piccolo moschettone. C’è inciso sopra 300 Kg. Ed ecco l’intelligenza analitica: 70 kg, il mio peso, è molto, molto meno di 300.

Ma l’intelligenza non è la pompa. E la corda doppia (che potremmo definire un coatto gesto alpinistico, in tutti i sensi) per ritornare all’attacco di «Serena», è per il Poeta una lunghissima e gelida scossa di adrenalina. Quella sera da Guido, scrivendo sul Libro, nella satira feroce troverà la sua vendetta.

Capitolo 13
Qualcosa è cambiato.
Non c’è dubbio. Qualcosa è cambiato.
Lo vedi dalle gambe. Prima c’era un misto variabile (linguisticamente esotico) di shorts, jeans, salopettes, nonché tute, braghe alla zuava, pantaloncini da tennis, perfino pantaloni del pigiama.
Da un certo momento in poi, un’unica divisa: la calzamaglia elasticizzata-colorata. O se preferite, “pantacollant”.
Se fosse venuto un pirla qualunque con una calzamaglia di raso rosso, bella luccicante, al posto dei pantaloni della tuta, dopo le risate, non sarebbe cambiato nulla. Ma il primo ad arrampicare a Sperlonga (1985) con i pantacollant fu Andrea Gallo.
Niente di meno.

Andrea Gallo libera Funeral Party (Foresto, Striature Nere – Piemonte), assicurato da Marco Bernardi
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Venne giù per dare un’occhiata dal vivo su quanto si diceva riguardo le nuove pareti di Sperlonga. Così avrebbe fatto un piccolo resoconto sulla sua rubrica “Cronache della libera” su Alp. C’era con lui Giovannino Massari, un nome a noi fino ad allora sconosciuto.

Giovannino Massari, detto Giova, il “Manolo del Nord-ovest”
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Smilzo quel giorno chissà dove diavolo era. Porca miseria cosa mi sono perso! Però mi feci raccontare tutto.
Andrea (Gallo) aveva cominciato con Serena alienazione. Qualcuno pensò ingenuamente che avrebbe dovuto metterci almeno un po’ di impegno, di grinta… Ma lui sale in totale relax e, dopo i primi 3 rinvii, non mette più nulla e si fa così 15 metri.
Tutto l’interesse si sposta allora sulla via più famosa, Kajagogo, che in quel momento conta solo tre salite in libera: Stefano, Andrea e Jolly. Impensabile che un itinerario del genere, un 7a di microappigli, possa essere fatto “a vista”. Ancora oggi c’è qualcuno che, sull’onda del mito, sostiene che Stefano fosse andato a spargere falsi segni di magnesite su quella placca liscia per trarre in inganno gli amici piemontesi.
Macché. Niente di più falso. Stefano s’era limitato a commentare, pensando al suo recente passato, alle settimane di tentativi per liberarla: “Chissà quanto la dovranno provare…”. E così dicendo s’era incamminato verso la fascia superiore, dove era ormai vicino a liberare Polvere di stelle.
Parte per primo Giovannino. Elegante, sicuro, perfetto. Da queste parti non s’è mai visto uno arrampicare così. Kajagogo ha la sua prima “on sight”. Andrea ha fatto sicura all’amico, dunque non è più propriamente a vista. Però a quel tempo queste distinzioni non sono ancora molto evidenti. Comunque sale anche lui al primo colpo.
Ed un colpo è quello che gli prende a Stefano, che si era affacciato dalla cima della parete, sopra all’uscita di Flippaut, nel vedere quella scena… Altro che tentativi e tentativi!
Stefano raccoglie le sue cose, si alza e comincia a correre verso l’attacco di Polvere di stelle. La prima ascensione di quella che sarebbe la nuova via più dura rischia di essergli soffiata.
Non so se quello stesso giorno, o l’indomani, sia Stefano che Andrea Gallo salirono Polvere. Senza usare il lato sinistro del diedro. E si stabilì che quello era 7b. Grado top di Sperlonga.
Quel che è certo è che i pantacollant, di cui fino ad allora avremmo detto “nun se ponno guarda’”, divennero un oggetto cult. La marca di riconoscimento del vero climber sperlonghiano. Ciò che più d’ogni altra cosa lo allontanava drasticamente, definitivamente, dal buon vecchio sano maschio alpinismo.

Isabelle Patissier, arrampicatrice francese degli anni ’80, ci mostra fino a che punto si era spinta la mania del pantacollant…
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In effetti, i pantacollant erano un po’ effemminati, per non dire froceschi.
Alle ragazze stavano (e stanno) bene. Ai ragazzi un po’ meno. In particolare per il contrasto fra quelle gambette segaligne, con qualche pelazzo che spuntava a riveder le stelle, e il cosiddetto – assai poco femmineo – pacco sul davanti, accentuato dai nuovi imbraghi bassi, spesso portati anch’essi attillati a fior di pelle (ho scritto pelle!)
Però i commenti erano invece tutti positivi: “Comodi!”, “belli!”, “competitivi!”, “si vedono meglio i piedi!”, “ci arrampico meglio!”, “me ne sono comprato un paio a righine colorate!”, “io a pallini!”, ecc.
Ovviamente anche il modo di far sicura era cambiato.
Prima dovevi metterti a cercare qualcosa all’attacco della via per far sicura al primo (ebbene sì, giovani d’oggi che non sapete niente del passato!). Si cercava una clessidra, una radice, si metteva un chiodo, insomma qualcosa. Serviva ovviamente una fettuccia. E poi si usava il mezzo barcaiolo.
Roba vecchia, superata. La sicura, dall’inverno 1984-85 in poi, si fa in vita, e si usa l’otto. Sì, esattamente l’8, il discensore. Nel metodo tradizionale, o in quello che Ignazio chiamava il metodo “all’inglese” (con riferimento alla proverbiale temerarietà degli arrampicatori inglesi), per cui alla corda non veniva fatto fare tutto il giro, ma si passava direttamente nel moschettone che teneva l’otto e poi di nuovo fuori (qui ci vorrebbe un disegnino).
L’obiettivo della sicura “all’inglese” era, secondo Ignazio, il fatto di poter dare corda più in fretta e di rendere la sicura stessa più dinamica.
Tuttavia, vista l’abitudine di Ignazio di parlare spesso, mentre faceva sicura, con qualche amico che passava di là, magari fumandosi una bella sigaretta, presto quel metodo fu ribattezzato “sicura termodinamica der Tantaillo“. Per cui tutti amavano Ignazio, ma nessuno voleva farsi fare sicura da lui…
Di solito quando racconto queste cose, Ignazio mi ricorda che in effetti nessuno si fece mai male con la sua sicura “all’inglese”. Mentre al contrario, vari anni dopo, fui io, in quel di Grotti, a farlo arrivare a terra da un sesto o settimo spit. Atterraggio “dinamico”, ammortizzato, senza conseguenza alcuna, a parte la paura.
(continua)

La copertina della guida Flippaut (1986) con Patrick Berhault su Reggae per Maometto, Sperlonga
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Storia dell’arrampicata romana – 3 ultima modifica: 2017-01-13T05:41:00+00:00 da Alessandro Gogna

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