Tavolara: pensieri e parole

Tavolara: pensieri e parole
di Giuliano Stenghel

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment***

Che differenza corre tra una mitica attrice hollywoodiana e una splendida isola del mare di Sardegna? Nessuna, ambedue sono ammalianti e pericolose.

Tavolara è un’isola rocciosa di straordinaria bellezza tanto affascinante quanto misteriosa. Questo lembo di terra, circondato dal mare e da acque cristalline color smeraldo che brillano alla luce del sole, è un’esplosione della meraviglia della natura: paesaggi incantevoli e suggestivi dipinti di mille colori, coste frastagliate, scogliere a picco ricche di grotte e insenature, il profumo della macchia mediterranea, un mondo ancora selvaggio sovrastato da maestose pareti di roccia simili alle Dolomiti. Anche la sua forma è qualcosa di magico, sembra un immenso scoglio e attorno mare… tanto mare in alto rocce… tante rocce. E’ un’isola difficile da scoprire, ma in grado di evocare sensazioni ed emozioni forti: in alto rocce di calcare bianchissime e più in basso un compatto e granitico massiccio. Nel Mediterraneo non esiste scultura simile. 

Franco Moi e Giuliano Stenghel. Al timone, Tonino Bertoleoni

Detto ciò, Tavolara è un’isola soprattutto per alpinisti e escursionisti, ogni angolo è selvaggio e spesso impervio, ogni posto una scoperta con qualcosa da ammirare; si sentono i profumi della macchia e ciò che colpisce sono i colori, soprattutto nelle giornate limpide. Per chi ama veramente roccia e mare qui i veri protagonisti sono proprio loro: insomma un ambiente tutto da vivere in una natura che trionfa dappertutto! Tuttavia non è un’isola da girare tranquillamente in bicicletta o con comode passeggiate, anzi è il contrario: chi ha la forza e il coraggio di arrampicarsi in vetta a Punta Cannone, sarà appagato dalla pienezza della sua natura e gli occhi ringrazieranno per l’ambiente circostante e per il panorama che si troveranno davanti. In conclusione: una grande montagna in mezzo al mare dove immergersi e scalare…

Giorgio Zeni su Arcangeli

La storia alpinistica di Tavolara è stata scritta dagli abitanti dell’isola che si avventuravano sulla montagna per cacciare le capre, per estrarre le pietre calcaree da bruciare nei forni – per un periodo l’economia dell’isola è stata quella della produzione della calce – o per esplorarne il territorio; ma le prime vie di difficoltà portano la firma di alcuni alpinisti tedeschi, portati sull’isola da Bodo Habel. Nel ‘78, Bodo con il figlio Heiner, Thomas Sauer e guidati dal forte alpinista Winfried Eberhardt riuscirono a vincere il Pilastro di Punta Cannone e quello di Punta di Lucca, aprendo due vie di grande impegno. Percorsero anche la cresta e altri itinerari descritti nel libro di Bodo Habel Faszination Tavolara. In seguito, altri scalatori, si sono cimentati sulle vie e sulle rocce inviolate di Tavolara, in particolare sul versante nord-ovest, tra questi vanno ricordati alpinisti del calibro di Alessandro Partel, Ezio Lecis e Alessandro Gogna.

Nonostante l’alpinismo sull’isola fosse presente, all’inizio del terzo millennio, anch’io, con molti compagni di corda, ho arrampicato un po’ dappertutto e spesso aprendo nuove vie. Purtroppo la peculiarità di quest’immenso, arcano e ardito massiccio non è soltanto la sua ubicazione su un territorio isolato in mezzo al mare, ma il fatto che sia di proprietà privata e i tanti cartelli di divieto e la mancanza di comodi sentieri per raggiungere la base delle sue rocce, hanno limitato il proliferare di vie, come invece è accaduto in altre zone della Sardegna. Sarebbe auspicabile, anche su Tavolara, un tracciato percorribile alla cima e alle sue intrepide e belle pareti senza dover intaccare il sacro principio della proprietà privata (come d’altronde accade su quasi tutte le montagne).

La parete sud-est di Tavolara

Nonostante ciò, a mio parere, il versante sud-est è il più bello e interessante per la moltitudine di possibilità alpinistiche che offre. Si raggiunge via mare e la scogliera è un muro a picco che s’innalza dapprima per 250 metri per poi degradare dolcemente fino alla cresta sommitale. Una bastionata che si tuffa nelle acque lavorata da immense grotte che formano caratteristici, quanto invitanti, strapiombi e s’allunga a oriente, originando un paesaggio dall’aspetto selvaggio, grandioso, incantevole. Qui la falesia è prevalentemente magnifica: lavorata e levigata dal tempo, dal vento e dal salmastro del mare che si fonde con la roccia così impervia. Rocce solide, bianche e giallastre, variamente maculate di marrone scuro: un calcare dolomitico che all’alba si colora di rosa. Qui l’ecosistema è dominato dallo spettacolo di una natura prevalentemente intatta. Su queste falesie, ricche anche dal punto di vista faunistico, nidificano molte specie di volatili e in particolare i gabbiani. Il paesaggio offre scorci e contrasti unici e indimenticabili: un insieme che colpisce l’anima. Che posto sublime! 

Francesco Prati sulla Via del Gran Diedro

E’ difficile spiegare il paradiso di questo immenso scoglio lungo quasi sei chilometri. L’alpinista che vi ci si avventura non potrà non rimanere colpito dalla luce e dai colori: il blu trionfa dappertutto nel mare e nel cielo. Ciononostante per guadagnarsi l’attacco di molte vie ci vuole un’imbarcazione, inghippo che con il tempo e soprattutto con l’aumento d’interesse di chi vorrà scalarla, sono certo, si potrà risolvere. Alcune vie sul tratto di falesia vicino a punta La Mandria (Pilastro intitolato all’attrice Audrey Hepburn) si possono già raggiungere via terra seguendo un sentierino che porta alla grande grotta della Mandria per poi, da un muro di sassi artificiale – dove sale la via attrezzata degli angeli – scendere sul mare. Qui inizia il Traverso infinito che ho voluto dedicare a mia moglie Nicoletta: un’arrampicata in orizzontale, a pelo d’acqua, di oltre mille metri. Peccato che in qualche punto, per proseguire sia necessario tuffarsi (consigliabile quindi nel periodo estivo). 

Le vie più belle soprattutto per la qualità della roccia a dir poco fantastica le abbiamo aperte nella zona che ho voluto chiamare del “Muse”, ricordando il famoso museo trentino. Sono vie prevalentemente alpinistiche con l’uso di pochi chiodi, qualche dado o friend e soprattutto cordoni che abbiamo lasciato in particolare nei punti di sosta. In questa zona l’arrampicata è a dir poco fantastica, di grande soddisfazione e non soltanto per la roccia di stampo dolomitico: lavorata dal vento e dall’acqua (rocce verticali, molto solide, rendono l’arrampicata persino divertente). Superata la verticale scogliera, si può proseguire molto più facilmente fino in cresta, oppure ridiscendere a corde doppie lungo la via Infinito blu.

Parete nord-ovest di Tavolara. Non segnati i due itinerari dei Finanzieri

Il modo più bello e indispensabile di scoprire questo versante è arrivando per mare lasciandosi stupire dallo spettacolo mozzafiato di queste rocce che risplendono nel blu delle acque e scoprire la bellezza di questa scogliera a strapiombo sul mare. Adoro questo tratto roccioso è un luogo magico. 

Via Infinito blu – scogliera sud-est di Tavolara zona del “Muse” primavera 2017
Maurizio Giordani – Luciano Ferrari

Via degli Arcangeli – primavera 2017
Giuliano Stenghel (Sten) – Giorgio Zeni

Via Antichi guerrieri – Pilastro Audrey Hepburn 2017 primavera 2017
Maurizio Giordani – Luciano Ferrari – Giuliano Stenghel

Siamo un gruppo di amici affiatati: con me Maurizio Giordani, un arrampicatore straordinario e uno dei più forti alpinisti italiani e i suoi abituali compagni di corda Luciano e Giorgio.

Ci legheremo in due cordate per aprire delle vie sulla lunga, seducente scogliera sud-est dell’isola di Tavolara. Ci sta aspettando Tonino Bertoleoni – re di Tavolara – che ci accompagnerà, con il gommone, ai piedi della scogliera. 

È l’ora che precede l’alba, l’aurora tinge di rosa l’orizzonte. Il mare è calmo: una tavola d’argento nella quale la nostra piccola imbarcazione fila liscia, sfrecciando a tutta velocità verso l’infinita parete rocciosa che scende a picco sul mare e lasciando una scia dietro di sé. 

Franco Sartori in apertura sul Gran Diedro

L’alba di una giornata serena e splendente con una fievole luce mattutina che tinge la natura al risveglio e con il chiarore del sole nascente che sembra fugare ogni ombra della notte: un momento magico che dona una grande pace interiore. Il gommone ora avanza più lentamente, scivolando pian piano verso il punto d’attracco della ripida scogliera, davanti alla quale il mare sconfina verso l’aurora. In tutti un senso di grande quiete e armonia. Siamo impressionati, folgorati dalla magnifica falesia e tutti alziamo gli occhi alla ricerca della nostra via. Conosco molto bene la zona del “Muse” dove decidiamo di aprire le nostre vie, ho studiato nei particolari le salite da proporre ai miei compagni. Tuttavia, sono consapevole che più ci saremmo addentrati tra quelle rocce e più si sarebbero aperti nuovi misteri, da esplorare. Sopra, la superba scogliera a strapiombo sul mare, ma che, a differenza di molte altre pareti delle mie Dolomiti, non incute paura e timore: è il fascino di questo luogo fantastico, del silenzio che precede la nascita del sole, dei colori dell’ambiente, della tiepida temperatura dell’aria, del volo romantico dei gabbiani infine, dell’azzurro che trionfa lentamente dappertutto.

Giuliano Stenghel attacca la via degli Arcangeli

In pochi minuti, Tonino ci porta alla nostra meta: l’attacco delle nostre vie. 
In procinto di aggrapparci alle rocce; lo facciamo goffamente, con un passo insicuro. Velocemente ci prepariamo: sciogliamo la corda, infiliamo le scarpette d’arrampicata e il materiale necessario per la scalata. Intanto il sole appare all’orizzonte: quella linea che separa il mare dal cielo; sale veloce e come un faro di possente calore riscalda ogni cosa. È l’ora in cui la natura riacquista i suoi colori, così come la nostra anima che vive di luce. Il chiarore si diffonde sul mondo e sulle ripide rocce che, di minuto in minuto, si fanno sempre più nitide, prendono forma, mostrando tutte le loro rughe. E questo mare di energia ci colpisce e ci attraversa, riempiendoci di gioia e di forza vitale. Di fronte a tanta meraviglia, la mente che calcola non esiste più, si lascia imbrogliare dal cuore con delle ragioni che la logica non conosce; i pensieri, le preoccupazioni, le paure spariscono. Chi sostiene di amare il bello, non può fare a meno di perdersi un’alba sul mare, soprattutto dall’alto di una grande parete rocciosa.

Francesco Prati, Giuliano Stenghel e Dino Salvaterra

Il sole ora si diverte a spennellare di colori tutta la natura: il cielo riprende la sua tinta azzurro, il mare di un blu turchese, le rocce a volte bianchissime oppure marrone o di tante sfumature. Osservo Maurizio che poggia le mani sulla pietra, mentre il compagno Luciano si prepara ad assicurarlo.

Intanto io e Giorgio, ci spostiamo di un centinaio di metri e superando un marcato strapiombo iniziamo la nostra avventura. La roccia è un magnifico calcare bianco e bucherellato che alterna, spesso nelle fasce marroni e più strapiombanti, tratti più lisci e impegnativi; mentre il cielo è terso senza una nuvola: una giornata splendida di primavera. 

Maurizio Giordani e Luciano Ferrari in sosta su Infinito blu

Ci rincontriamo sull’ultimo tiro di corda per raggiungere assieme la fascia rocciosa inclinata, dove attrezziamo la prima sosta per ridiscendere a corda doppia. Il resto della giornata è all’insegna della sincera e sana allegria assaporando la buona cucina sarda. D’altronde noi alpinisti siamo un po’ matti, ma meglio matti che tristi; e una sana follia è sinonimo di libertà e di buonumore.

In pochi giorni apriamo una serie di vie e, alla fine, per riposarci saliamo l’immensa spettacolare cresta dell’isola lungo la Via attrezzata degli Angeli. Alla loro partenza, mi raggiunge Franco Nicolini soprannominato Franz, un altro formidabile alpinista trentino e con lui, il mio “cammino” su Tavolara continua…

Maurizio Giordani su Antichi Guerrieri

Pilastro Audrey Hepburn – Via “Moon river“
Giuliano Stenghel (Sten) – Franco (Franz) Nicolini (alternati)

Con Franz ho arrampicato molto: è stato mio compagno nel film della RAI Il Salto delle Streghe e in tante avventure. Per salire il pilastro inviolato dedicato alla grande attrice Audrey Hepburn, Franco mi convince a provare il trapano con i famigerati chiodi a pressione denominati spit

Maurizio Giordani su Infinito blu

Mi avventuro in un traverso molto arduo, con pochissimi appigli, ma sono sereno e rilassato, perché so che in qualsiasi momento posso bucare la roccia e infilarci un chiodo super sicuro. E mi comporto proprio così: con i piedi su minuscoli appoggi e le dita della mano sinistra su un appiglio quasi inesistente, estraggo la pistola… anzi il trapano dalla fondina e comincio a sparare… a forare la roccia. Mi sento sicuro: so che un chiodo a pressione e per di più in inox non può uscire, quindi sono in grado, ho i mezzi per spingermi oltre, con la certezza che alla prima difficoltà sguainerò il trapano e pianterò un chiodo sul quale posso ballare una tarantella. Tuttavia, non nascondo di avere, a riguardo, delle personali perplessità, di sentirmi un po’ fuori luogo e queste imbarazzanti indecisioni mi aprono una finestra su un mondo che, seppur rischioso, ancora amo tanto: il mio alpinismo di sempre! Tanti anni fa ho iniziato leggendo le avventure dei grandi dell’epoca, uomini leggendari capaci di imprese straordinarie, che arrampicavano con le sole mani e la corda di canapa legata alla vita, con un martello e chiodi forgiati in officina; da loro ho imparato l’importanza di lasciarmi trasportare dalla montagna, l’arte di chiodare, un’abilità che un tempo si tramandava di alpinista in alpinista e ora purtroppo sembra quasi scomparsa. Tuttavia, da tempo arrampico anche su vie rese sicure grazie agli spit e, per carità, lungi da me l’idea di scagliarmi contro chi si assicura in questo modo. E’ una scelta!

Parete sud-est di Tavolara

Oggi, anch’io ho preso la decisione, non impulsiva ma razionale, di provarci, soprattutto perché i chiodi normali sul mare in poco tempo si arrugginiscono. 

Ma, all’improvviso accade un fatto, una congiuntura che mi fa riflettere e mi induce a continuare con il mio consueto alpinismo: la chiave per avvitare il bullone e fissare la piastrina sul chiodo, inspiegabilmente cade in mare. 

“Porc…”, mi dico a voce alta, “ora non ho alternative se non quella di ritornare sui miei passi”. E’ strano però, non riesco a capacitarmi di come possa essere successo. 
“Che sia la mia amata montagna che non mi vuole così?”. Dopo un po’: “O forse il mio angelo custode alpinista…?”. 
“Mah… chissà…”.

Sulla Via degli Amici

Alla fine, mi rispondo con la convinzione personale che il mio scalare le montagne è supportato prevalentemente da martello, qualche chiodo e… tanta passione, sangue freddo, audacia, esperienza e un po’ di umiltà. 

Ho la sensazione che la parete mi voglia alla vecchia maniera. Guardo in alto, cerco la forza e il coraggio di sempre e… ricomincio a salire.

Giuliano Stenghel su Antichi Guerrieri

Via del gran diedro (degli Accademici) parete nord di Tavolara dicembre 2017
Francesco Prati – Franco Sartori (alternati)

Via degli amici (dei trentini)
Giuliano Stenghel – Dino Salvaterra (alternati)

Mi mancano cinque anni per i settanta e sono ancora qui che cammino sul verticale: è una passione, forse la ricerca ancora di forti emozioni e grandi soddisfazioni, di certi valori, di sicuro è qualcosa di sostanziale della mia vita. Rifletto che Dio mi ha fatto per un suo disegno, ma mi ha voluto alpinista, mi ha dato la capacità, il talento, l’esperienza di scalare le montagne e mi viene da pensare, dopo una vita vissuta tanto intensamente, che questo ardore, questo fuoco che ancora brucia in me, non sia altro che lo spunto per darmi forza e coraggio per poter trasmettere ciò che di buono e profondo c’è in me. Insomma la mia vita rientra in un progetto scritto da qualcuno più grande di me. 

Infatti, pensando ai rischi corsi in montagna, ho la convinzione di avere un angelo grande che mi ama, che mi guida, ma soprattutto che mi vuole indicare un cammino. Il mio pensiero vola a Serenella a tanti anni prima quando i dottori sentenziarono che, a causa di un tumore non operabile, le rimanevano pochi giorni di vita e per la creatura che portava in grembo, soltanto un miracolo avrebbe potuto salvarla. Un fatto che sconvolse la nostra esistenza, un dolore immenso, profondamente ingiusto. E mi perdo in ricordi: la terribile diagnosi, gli ultimi anni assieme, i tanti sacrifici per dare alla mia famiglia le certezze necessarie: la casa, due risparmi, i studi di Serenella, il diploma in pianoforte e soprattutto il fatto che saremmo diventati genitori. Invece c’era quella tremenda sentenza di morte.

Il rumore del martello di Francesco che sta piantando un chiodo nella roccia disturba i miei pensieri. Sta salendo con Franco, un’altra via parallela alla nostra; ci siamo divisi per aprire due itinerari su questa bastionata rocciosa: una vera scultura della natura. Con loro e con Dino, il mio compagno di corda, ieri siamo sbarcati all’aeroporto di Olbia, una giornata uggiosa dal cielo triste e scuro con la pioggia prima e poi, verso sera, il nevischio. Fortunatamente il tempo oggi è migliorato: non c’è un filo di vento e il mare è piatto, ma la temperatura dell’aria è rigida. 

Da tempo desideravo risolvere il problema del grande diedro di Punta Cannone e nonostante la parete costantemente in ombra e i piedi e le mani congelate, abbiamo attaccato su rocce umide, rese scivolose dai licheni e con qualche tratto friabile. Conosco bene le scogliere di quest’isola, ci ho aperto tante vie, ma è la prima volta che mi trovo a scalare su quest’isola e patire il freddo al posto del caldo. Mi convinco che era meglio provarci d’estate al refrigerio dell’ombra mattutina e di sicuro non d’inverno con condizioni tanto severe e pericolose. Dopo un po’ mi trovo in procinto di attrezzare un punto di sosta su una placca compatta e priva di fessure o di un piccolo buco per infilarci un chiodo. 

Giuliano Stenghel sulla Via Tonino Re di Tavolara

“Sei salito fin quassù con pochissime protezioni e ora qualcosa devi metterlo”, penso tra me e me, esaminando ogni centimetro della roccia davanti a me. Non trovando nulla per infilarci un chiodo, decido di proseguire, ma con la massima prudenza, perché una caduta sarebbe letale. Al freddo umido cerco di non pensarci, anzi:, ricomincio a scalare immaginando rocce più calde e compatte. Inevitabilmente penso alle mie arrampicate primaverili o estive sulla canicolare scogliera sud-est, con il sole che ti accarezza alle prime luci dell’alba e con il brio di mille colori; di una roccia lavorata dal vento e dal mare e con tante clessidre per proteggersi. 

In una spaccatura, riesco a incastrarci un friend che mi permette di assicurarmi e avventurarmi su un difficile passaggio che mi porta su un comodo pulpito con una bella fessura dove riesco a piantare un chiodo che canta… canta… entrando lentamente e interamente fino all’anello. “Sosterrebbe il peso di un bue”, grido entusiasta ai miei compagni. Rifletto che noi alpinisti godiamo anche di piccole cose, fatichiamo al limite e rischiamo persino di romperci qualche osso o di perdere la vita, ma godiamo della gioia di piccoli attimi, momenti per molti insignificanti come l’immensa felicità di riuscire a piantare un chiodo o superare un difficile passaggio che ci concede di passare oltre e salire. 

Luciano Ferrari, Tonino Bertoleoni, Giuliano Stenghel e Giorgio Zeni

Sulla cresta, a pochi metri dalla cima, mentre recupero la corda, inspiegabilmente il mio pensiero va nuovamente a Serenella… 

Sono passati quasi trent’anni… mi trovavo con il cuore a pezzi nel reparto di ostetricia, vedevo una moltitudine di persone felici che portavano fiori per festeggiare le nascite di tanti bambini e io, invece, avevo la morte nel cuore.

Che strana la vita, un giorno, alle undici del mattino eravamo entrambi spensierati e fiduciosi, ignari di ciò che stava succedendo, poco dopo la notizia che mia moglie stava morendo. È incredibile come in un brevissimo spazio di tempo ci si accorge di aver finito i sogni. Tutti i nostri progetti, il futuro: emozioni che salgono alla gola, sensazioni, ricordi… delusioni, illusioni, paure, lotte per raggiungere un obiettivo, sacrifici, desideri, gioie, angustie, successi, scoramenti, immense soddisfazioni e tutto racchiude una vita e tutto, in un attimo, non esiste più.

È stato per noi un periodo doloroso, pieno di problemi e avversità, un lasso di tempo molto difficile, ma per un grande miracolo nacque mia figlia Chiara e quasi due anni dopo Serenella ci lasciò, lasciandoci il grande dono della consapevolezza di un Dio che ci ama. Con la morte nel cuore e la mia bambina da crescere ho dovuto ricominciare da capo.

Da allora mai più avrei immaginato che sarei ritornato a vivere, ad amare con l’arrivo di mia moglie Nicoletta e di Martina, e a sognare ancora nuove vie e grandi avventure. Chi l’avrebbe detto? 

Chiudo gli occhi per ringraziare Dio con una preghiera… ma, all’improvviso, le voci di Dino, di Franco e di Francesco mi riportano alla realtà, alla concretezza di quest’istante, di questa cima unica in tutto il Mediterraneo, tanto martoriata e interdetta e altrettanto amata da chi ha avuto la fortuna di arrivarci. Il panorama è unico e da mozzafiato in vetta all’isola di Tavolara, nella splendida terra di Sardegna e dopo aver scalato il grande diedro sulla parete nord e d’inverno.

La scorsa estate nel periodo di ferie nella mia casetta di Montepetrosu, il consueto incontro con l’amico alpinista sardo Franco Moi, quest’anno soltanto per un giorno, ma abbastanza, nonostante il gran caldo, per aprire due belle vie sulla scogliera.

Parete sud-est Tavolara agosto 2017
Via del TAO dedicata a Tonino Bertoleoni (re di Tavolara) 
Giuliano Stenghel (Sten) – Franco Moi (alternati)

Pilastro Audrey Hepburn estate 2017
Via Sten-Moi 
Giuliano Stenghel (Sten) – Franco Moi (alternati)

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Tavolara: pensieri e parole ultima modifica: 2018-04-05T05:12:16+00:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Tavolara: pensieri e parole”

  1. 4
    Alberto Benassi says:

    dalla descrizione che fa Giuliano di questo luogo, si capisce che ne è profondamente innamorato.

  2. 3
    Maurizio Giordani says:

    Attimi incredibili di luce, colore, profumo, emozione… Ricordi forti, di condivisione, amicizia,  bellezza, quella vera, quella GRANDE! Questo è ciò che di Tavolara mi è rimasto nel cuore, oltre al piacere di arrampicarsi, personale, intimo, inesauribile richiamo… che spero mai mi abbandoni. Grazie Giuliano, Giorgio, Luciano.

  3. 2
    Alberto Benassi says:

    stupenda isola dove la natura è ancora regina.

    Fino a quando qualcuno non vorrà imporre “LE REGOLE DI ADESSO”….

     

    bla , bla, bla

  4. 1
    jacopo says:

    Al bell’articolo di Giuliano (non avrei mai immaginato che ci fossero tante vie sulla parete sud-est) è stata per tanti anni la mia meta preferita anche perchè la parete, è la prima ad andare in ombra. Ho salito tante vie (a questo punto non so se ripetute o aperte, esplorato alcune grotte che si aprono in parete (alcune con piccole risorgenze d’acqua dolce) e soprattutto ci siamo divertiti come dei matti a sfidarci nel lungo traverso appena sopra il livello del mare…roccia stupenda, a tratti appigliata e facile dei punti impossibili e un’acqua profonda e limpida dove precipitare

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