The day we sent Logical Progression – 1

Il 7 ottobre 2017 il 27enne alpinista statunitense Hayden Kennedy e la sua fidanzata, la fortissima climber 23enne Inge Perkins, stavano sciando a Imp Peak in Montana, USA, quando la Perkins è stata travolta e ha perso la vita sotto una valanga. A nulla sono valsi gli sforzi del compagno per salvarla. Tragedia dopo tragedia: Kennedy, sconvolto, si è tolto la vita il giorno dopo. Per una panoramica abbastanza completa dell’attività di Hayden Kennedy, figlio di Michael, altro grande alpinista degli anni ’80, vedi http://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/addio-a-hayden-kennedy-e-inga-perkins.html. Qui sotto un articolo di Hayden Kennedy, pubblicato solo qualche giorno prima delle tragedie.

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment***

The day we sent Logical Progression – 1 (1-2)
di Hayden Kennedy
(pubblicato su http://eveningsends.com/the-day-we-sent-logical-progression/ il 26 settembre 2017)
Foto: da Eveningsends.com

Non sono mai stato uno scalatore che punta a obiettivi, per questo non pubblicizzo più di tanto le mie salite. Non mi frega molto di “chiudere” le vie (“chiudere una via” è attuale gergo arrampicatorio per dire “concluderla, finirla dopo averla salita in arrampicata libera”, NdT) e non me ne frega un cazzo di raccontarlo se riesco a chiudere qualcosa. Non ho da fare punteggio su 8a.nu. Non metto hashtag su Instagram e non sono su facebook. Credo proprio d’essere un “millennial” di merda.

Però mi piace la rubrica The day I sent (il giorno che ho “chiuso”) di eveningsends.com. Mi sembrava che molte di quelle storie fossero più o meno sulla stessa lunghezza d’onda. La classica “giornata da eroe”, solo con spit e ginocchiere. Lo scalatore tipo trova un progetto che gli sembra perfetto, combatte le sue battaglie fisiche e psicologiche, nel processo giunge a una specie di pace interiore e alla fine chiude la cazzo di via. Fine della storia.

Ciò che rende queste storie passabili da leggere è che il salire queste vie dure ci dà a volte delle lezioni importanti e non sempre ovvie. Vie archiviate, passi chiave superati e cime raggiunte possono essere pieni di significato, ma di certo non sono la cosa più importante della vita. Ci piace dire che il vero (e più durevole) significato del perseguire un obiettivo lo si trova nell’amicizia e nel far fronte comune.

Negli ultimi anni, comunque, dopo aver visto troppi amici non fare più ritorno dalle montagne, ho realizzato qualcosa di veramente doloroso. Non sono passeggeri soltanto i passaggi chiave e le cime memorabili. Lo sono anche gli amici e i soci d’arrampicata. Questa è la dolorosa realtà del nostro sport, e io sono in dubbio su che fare. Arrampicare è sia un bel dono che una maledizione.

Hayden Kennedy, Chris Kalous, Kyle Dempster, Justin Griffin

Questo è il racconto del giorno in cui chiudemmo Logical Progression, una via da big-wall in Messico. La via era fantastica e neppure eccessivamente dura. L’esperienza fu incredibile perché ero assieme a tre grandi amici: Chris Kalous, Kyle Dempster e Justin Griffin. Non c’è un modo facile per dirlo, ma oggi metà di questa cordata non c’è più. Justin è morto in Nepal nel 2015. E Kyle, assieme al compagno Scott Adamson, scomparve durante la scalata di una remota vetta nel Nord del Pakistan nel 2016.
Penso a Justin e Kyle tutto il tempo. La loro assenza da questo mondo è sentita da tanti, tutti in stato di confusione, rabbia e frustrazione.

Sto ancora rimuginando su cosa è successo ai miei due amici. Ondate di tristezza mi si riversano addosso a volte, e mi impediscono di concentramici oltre. Altre volte riesco solo a ricordare le meravigliose avventure, le conversazioni in contemplazione, o i semplici (ma così intensi) momenti passati assieme come amici. Questo pendolare tra le emozioni più varie non mi lascerà mai, credo proprio di capire.

Scalando, vedo sia il buio che la luce. In questa ricerca inizia il vero apprendere e la piena coscienza della brevità del nostro tempo si fa sempre più chiara. E’ difficile accettare il fatto che nella vita non possiamo controllare ogni cosa; e di mano in mano che proseguiamo nei tentativi ci accorgiamo che la nostra strada prende una direzione inaspettata.

Io sono ancora alla ricerca del mio sentiero, e direi una bugia se dicessi che quelle morti non hanno modificato il mio percorso. Come si adegua lo scalare alla vita reale? Se prendiamo in considerazione solo il livello superficiale dell’esperienza (pensando sempre al progetto ancora più difficile, o alle imprese più futuristiche), beh, allora credo che l’arrampicare diventi una ricerca troppo egoistica.

Forse gli aspetti più genuini di ogni racconto stanno nei bisbigli e nei silenzi, nelle ammissioni di fallimento, nel luccichio di qualcosa nel buio. E magari una ragione genuina per tentare di condividere le nostre storie sui giorni in cui abbiamo “chiuso” qualcosa (quando siamo vivi e nel pieno delle nostre forze) è proprio il tentare di richiamare indietro ciò che è passato, perduto o scomparso.

Facendo così, forse, potremmo trovare una luce che ci porti avanti nel nostro cammino.

E’ notte, Kalous e io stiamo viaggiando da qualche parte ai piedi delle montagne della Sierra Madre di Sonora (Messico). Cartine geografiche, carte di caramelle e cartine per sigarette fanno disordine sul cruscotto. Nell’entusiasmo, siamo andati a manetta fino dal confine di Nogales, subito a sud di Tucson.

Melissa, il mio furgone, ha già subito qualche danno, tipo incrinature al parabrezza e ammaccature al paraurti posteriore. La strada è così buia che anche la striscia gialla a metà carreggiata sembra svanire alla luce dei fari. Buche gigantesche devastano gli ammortizzatori e ci sbattono su e giù: si aggiungono alla paranoia del guidare di notte in una terra di narcotrafficanti.

Dopo 17 ore di strada, è come se la droga l’avessi presa davvero, e non di quella buona. Ho mal di testa, e con sofferenza non riesco a distinguere tra le ombre della notte e la realtà. Girando per un tornante, ci ritroviamo d’improvviso nei fari accecanti di un posto di blocco militare.
– Cazzo, che bella fregatura – sussurra Kalous mentre io rallento.
Subito dietro a noi ci sono Kyle e Justin, nel furgone Pegasus. Li sento frenare e vedo che spengono le luci subito dietro di me.

In una baracca di legno c’è solo luce di candela. Bottiglie di tequila e di Carta Blanca sono sparse per terra all’entrata. Cinque poliziotti armati escono dalla baracca e si avvicinano, armati di fucile. Ci circondano e delimitano un perimetro. Uno viene al mio finestrino.
– Gringos – esclama sorpreso. Ha una forte fiata di tequila – A donde vas, gringos?

Proprio mentre cerco di dargli una risposta nel mio spagnolo maccheronico, vedo che Kyle e Justin sono già usciti dal furgone. Stanno camminando fra le guardie, calmi come gesso: hanno in mano pacchetti di Marlboro rosse e qualche rivista porno. I poliziotti sembrano gradire i regali. Allora anche io esco dal furgone. Kalous, forse perché più vecchio di noi, sembra esitare, ma poi alla fine esce anche lui.

Kyle accende una sigaretta, tira una bella boccata, poi espira un’impressionante serie di anelli di fumo: cosa che sembra ammorbidire vieppiù i militi.
– Veniamo dallo Utah e dal Colorado e siamo qui per vedere il vostro bellissimo paese – dice Kyle in spanglish.
– E per la vostra birra, molto meno cara che da noi – aggiunge Justin.

Vediamo incrinarsi la maschera di durezza sulle facce dei poliziotti. Alcuni di loro indossano dei passamontagna neri per non correre il rischio di essere visti in faccia da potenziali nemici.

Alcuni tirano su il passamontagna e Kyle continua a conversare con loro come fossero vecchi amici. Ad alcuni fa fare un giro all’interno del suo furgone. Nel frattempo Kalous, Justin e io ci avventuriamo a spiegare le ragioni del nostro viaggio in questa landa desolata: un po’ barcollanti per l’alcol ingurgitato nella serata, ci ascoltano senza mollare i fucili.

Jewell Lund e Kyle Dempster. Foto: Forest Woodward.

Grazie ai doni di Kyle e alla sua gigioneria, riusciamo a far capire ai militi che siamo brava gente. Loro sono colpiti dal fatto che un gruppetto di americani stia viaggiando di notte in una delle regioni più malfamate per il traffico di droga. Sono anche un po’ preoccupati per la nostra sicurezza e ci raccomandano di fermarci alla prossima cittadina, ancora dieci miglia di strada tutta a curve.
– Vaya con dios – ci dice il capo e ci saluta agitando con la mano una rivista porno arrotolata.
Ancora inghiottiti dall’oscurità, guidiamo fino alla piccola città di Tecorpia, inconsapevoli di ciò che ci aspettava.

Tre mesi prima ero proprio preso dall’annuale installazione di luci natalizie nell’inferno suburbano che chiamano Front Range, Colorado. Ogni novembre con il mio amico e socio d’arrampicata Jesse Huey mollavamo tutto per sfruttare la voglia di atmosfere gioiose, adornando cioè case di periferia con luminarie natalizie. Era esattamente il lavoro brutale e pericoloso adatto a un alpinista, cercando di dimenticare il fatto che stavamo contribuendo a uno degli spettacoli più osceni che il consumismo americano abbia inventato.

Dalle sei di mattina alle sei di sera, Jesse ed io penzolavamo da tetti e catene con un casino di lucine C9-LED appese addosso. Una volta, non potendo reperire un ancoraggio affidabile, riempii il mio saccone da recupero per big wall con bottiglie d’acqua per creare un contrappeso sull’opposto lato della casa mentre dovevo traversare su tegole ghiacciate e pendenti a 40°. Lavoravamo dodici ore al giorno senza sosta, mangiavamo da schifo e di notte per lo più bevevamo. Qualche volta trovavamo il tempo di andare in qualche sala di arrampicata di Front Range.

Una volta passai otto ore su una piattaforma aerea con uno dei padroni di casa, di nome Rocky Bliss. Fissammo luci sui suoi pioppi alti una quindicina di metri, uno spettacolo che avrebbe ridicolizzato le luminarie di tutti i suoi vicini. Mr. Bliss conteneva a stento la sua soddisfazione.

– Siamo tu ed io qui, caro Hayden, vicini a Dio – diceva senz’ombra d’ironia.

Hayden Kennedy si scambia il comando con Kalous su Logical Progression (5.13a), El Gigante, Messico

Gesù, levami di qui! Per quello ero così pronto ad andare a scalare, finito quel lavoro di “spargimento di gioia”.

Sebbene fosse così, sapevo che quel lavoro presto sarebbe stato ricompensato con una bella dose di libertà. Mi bastava sbattermi per tre mesi per potermi permettere di scalare per il resto dell’anno. Adoperavo il salario delle luminarie natalizie per poter andare all’estero, dalla Patagonia all’Himalaya e alle Canadian Rockies, non dimenticando altri posti del Nord-America e dell’Europa.

Giusto nel periodo di sosta tra l’installazione delle luci e la loro disinstallazione post-natalizia, avevamo programmato il viaggio in Messico. Ero in visita ai miei familiari e amici nella mia città natale, Carbondale, Colorado, ed ero in contatto con Chris Kalous. Magari lo conoscete per via del suo sito d’arrampicata Enormocast, ma per me in quel momento prima di tutto era il mio insegnante liceale di lingua inglese. Dopo è diventato uno dei miei amici più cari e naturalmente compagno di scalata.

All’inizio della settimana avevo ricevuto una e-mail dal miglior amico e socio di arrampicata da lungo tempo, Kyle Dempster. Il messaggio era davvero scarno, diceva solo: “ci sei per il giro in Messico?”.

Dopo qualche birra ne accennai quasi per caso a Kalous.
– Dove vorreste andare? – chiese. Beh, non ci avevo mai pensato più di tanto all’obiettivo. Dopo le luminarie qualunque cosa poteva essere meglio. Alla squadra di noi tre mancava un quarto, così Kyle invitò un comune amico di Bozeman, Justin Griffin. Un bel gruppetto! Ora però avevamo bisogno di una meta, anche se era la parte meno importante dell’equazione.

Alla fine decidemmo per una big-wall di quasi mille metri, chiamata El Gigante, sita nel cuore del Copper Canyon, Nord Messico. Di certo la via più conosciuta di El Gigante è Logical Progression (VI, 5.13a), un itinerario aperto da Peter Baumeister, Luke Laeser e Bert van Lint nel febbraio 2002.

Kalous segue Hayden su Logical Progression

 

A quel tempo, quella cordata tedesco-americana ricevette un mucchio di critiche per lo stile con il quale aprì la via. Usarono il perforatore per attrezzare a spit tutti i mille metri di parete. Mai su una parete di quelle dimensioni era stato fatto un uso così massiccio del perforatore. Alex Huber voleva schiodarla e l’American Alpine Journal pubblicò un dibattito al riguardo, nel 2003.

Nel 2007 la fortissima cordata francese di Arnaud Petit, Stéphanie Bodet, Titi Gentet e Sylvain Millet la salirono quasi on sight e la giudicarono un capolavoro (chef d’oeuvre).

Alex Honnold e Sonnie Trotter ne fecero un’impressionante salita in libera in un unico giorno nel 2010, giudicandola entusiasticamente. In mezzo a tutte quelle lodi e con quel salutare pizzico di polemica sull’etica (un aspetto di questo sport con il quale ho persino troppa familiarità), Logical Progression divenne il nostro principale obiettivo.

Jason Kruk segue Hayden Kennedy sulla salita fair means del Cerro Torre, via del Compressore (2012)

Molti alpinisti associano il mio nome con la confusa polemica che circonda il Cerro Torre. Nel 2012, Jason Kruk ed io salimmo la cresta sud-est del Cerro Torre senza usare alcuno dei tristemente famosi chiodi a pressione piantati da Cesare Maestri nel 1970 usando un compressore di 250 kg alimentato a benzina. Maestri si aprì la sua via verso la vetta senza alcun riguardo alle naturali caratteristiche della montagna. Gli alpinisti hanno discusso su questi chiodi per decadi. Ma con il passare degli anni e con l’evoluzione delle capacità, del talento e delle visioni degli scalatori, crebbe pure il richiamo di riportare questa montagna speciale alla sfida originaria. Dopo aver salito il Cerro Torre senza usare i chiodi a pressione, e soprattutto avendo visto di persona di qual tipo di oltraggio la naturalità avesse sofferto, senza dimenticare le polemiche di tanti anni, Jason ed io decidemmo di estrarre la maggior parte dei chiodi a pressione mentre scendevamo.

Il compressore di Maestri rimane un monumento alle controversie alpine

A questo punto potreste pensare che io sia un tizio posseduto da un particolare zelo anti-spit. Fosse così, potreste darmi dell’ipocrita per aver scelto un obiettivo come Logical Progression, sulla quale erano stati piantati più di 400 spit scendendo dall’alto in corda doppia.

Non credo che gli spit siano il diavolo, sono solo piccoli pezzi di metallo. Più specificamente, il Cerro Torre, una scalata alpinistica spesso ricoperta di ghiaccio, è ben differente da El Gigante, una big-wall tropicale. I chiodi a pressione sul Cerro Torre erano del tutto non necessari, mentre quelli su El Gigante sono appropriati.

Ho passato tutta la mia giovinezza a leggere la storia dell’alpinismo, sulle riviste e sui libri cui ho potuto accedere. Per non menzionare le discussioni sulle sfumature al riguardo delle etiche d’arrampicata fatte con mio padre Michael, che era stato un alpinista di livello mondiale, e con i suoi amici, altrettanto famosi ed esperti, che transitavano a casa nostra.

E, ancora più importante, ho cercato di farmi opinioni sulle etiche basandomi sulle esperienze personali, non sui forum di internet. Non è così normale al giorno d’oggi. Molti scalatori della mia età sembrano più interessati al grado e ai dibattiti sui social media che non alla storia. Molti miei coetanei non sanno chi sono stati Walter Bonatti, Joe Tasker, Jerzy Kukuczka o Bernd Arnold: ma conoscono assai bene l’ultima campagna marketing a suon di hashtag.

Soprattutto mi interessava andare a vedere se Logical Progression rappresentasse davvero un progresso o fosse solo uno dei tanti “assassinii dell’impossibile”. Penso sia importante avere apertura mentale, buttare internet e andare a scalare.

Arriviamo nella polverosa via principale di Tecorpia alle due di notte e naturalmente, in quanto gringos, pensiamo sia una grande idea fermarci un po’ per qualche taco e qualche cerveza. Mentre ci stiamo fermando alla ricerca di qualche locale aperto, passa un autocarro blindato pieno di poliziotti mascherati che si ferma lì vicino a una casa.

Appena saltati giù dal mezzo, puntano i fucili verso quella casa, avvicinandosi. Immediatamente rimetto in moto Melissa e mi precipito fuori della città. Dei taco alle due di notte? Bella idea del cazzo!

Ci fermiamo a pernottare nel ben illuminato parcheggio a lato di un distributore, alla periferia di Tecorpia. Al mattino, tra sigarette rollate e caffè fumante, chiacchieriamo delle avventure della sera precedente. Con quello che era successo al posto di blocco e con l’attacco notturno dei poliziotti nel pieno centro di Tecorpia, avevamo proprio bisogno di darci una calmata.
– Onestamente non posso credere che abbiamo viaggiato di notte e così tardi – dice Kalous serio, guardandoci tutti e tre – Pura ignoranza e stupidità!
Kyle scoppia a ridere, mentre Justin ed io guardiamo fuori dalle finestre facendo finta di non aver sentito.
– Hai ragione – alla fine dico io con calma.
– Alla fine ci siamo liberati almeno di tutti quei pacchetti di Marlboro e di porno… cominciava a darmi fastidio quella roba in furgone – sorride Justin. Ridiamo anche noi. Ci rimettiamo in assetto.

Ci rimettiamo in viaggio e presto vediamo segnali che indicano il Basaseachi National Park e il Copper Canyon. Grazie a dio ce l’abbiamo fatta. C’infiliamo in un piazzale deserto con un solo spaccio di taco. Da qui possiamo solo intravvedere il canyon, ma i profili delle pareti s’indovinano eccome. Sono impressionanti. Velocemente ci cambiamo e prenotiamo il Rancho San Lorenzo, che avevamo sentito essere il miglior posto per campeggiare.

Appena entrati con i furgoni nel ranch, vediamo un anziano messicano appoggiato a un recinto. Il suo nome è Fernando, ha addosso un cappello da cow-boy e una camicia celeste a bottoni automatici che mette in evidenza una pancia da grande consumatore di birra, sorretta da un’enorme cintura a borchie.
– Que pasa, gringos – dice, accendendosi una sigaretta e dandosi una sistemata ai jeans lisi.

In uno stentato e penoso spagnolo, Chris tenta di informarlo sui nostri bisogni e intenzioni, mentre sbuffi di fumo stazionano sotto alla tesa del cappello da cow-boy di Fernando.
– Ha-ha! No problem, gringos! – ci dice ridendo – io parlo inglese e naturalmente potete stare qui da me. I vostri furgoni non possono farcela sulla strada per El Gigante. Se volete posso trovarvi un fuoristrada.

Perfecto! Passiamo la sera accanto al fuoco, raccontando storie dei nostri viaggi al nostro nuovo amigo, tra giri vari di tequila.


– In Messico si deve prendere responsabilità per se stessi e per la famiglia, perché la legge non esiste – dice Fernando alzando la camicia e scoprendo una pistola.
– Viviamo in mondi davvero differenti – rimarca Justin aprendo un’altra birra. Poi facciamo silenzio e ci accontentiamo d’essere in compagnia gli uni degli altri in un posto così remoto.

(continua in http://gognablog.com/the-day-we-sent-logical-progression-2/)

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The day we sent Logical Progression – 1 ultima modifica: 2017-10-26T05:36:23+00:00 da Alessandro Gogna

8 thoughts on “The day we sent Logical Progression – 1”

  1. 8
    Giancarlo Venturini says:

    Quelle “Parole..che non bastano..mai..!   Un vero peccato.la fine..!

     

  2. 7
    Alberto Benassi says:

    storia bellissima e triste. Molto triste allo stesso tempo.

    Sono rimasto molto colpito da questo fatto. Credo proprio che questo ragazzo sia stato una gran bella persona.

    Si che riposi in pace.

  3. 6

    “La migliore etá é quella che uno ha”, diceva Bruno Cortona (Vittorio Gassman) né Il Sorpasso.

  4. 5
    Giovanni Verzani says:

    Un peccato che uno come Hyden non sia più fra noi.

     

     

  5. 4
    Luca Visentini says:

    Grazie Giorgio Daidola, mi hai commosso, e per me i giorni migliori sono quelli di adesso, che ne ho sessantre, di anni.

    Per Hayden Kennedy nessun giudizio ma un bel pensiero, di vicinanza, in silenzio.

  6. 3

    A parte il dolore per la scomparsa di un ragazzo in gamba come Hayden, che avevo conosciuto anni fa a El Chaltén, e la sua ragazza, mi vengono in mente tutti gli alpinisti italiani che avevano criticato la schiodatura della via di Maestri sul Torre. Peccando di grande ignoranza avevano affermato che Kennedy e Kruk erano due sfigati che cercavano pubblicitá.

    A parte il trovarmi d’accordo con il gesto che ha restituito dignità a una montagna speciale, penso a quanto provincialismo involucri l’alpinismo di casa nostra e a come la retorica e la tradizione limitino la visuale a molti. ANche se bravi alpinisti, ma bravi non significa anche intelligenti.

    Per spararla grossa (agli occhi di molti ma non ai miei) proporrei di invalidare la salita di chi ha raggiunto la vetta del Torre per la via del Compressore. Questa è una social-provocazione che nulla toglierebbe alle sensazioni che quegli alpinisti hanno provato. Si tratterebbe di intervenire sulle regole e non sulle persone, sia ben chiaro.

    Anche io ho tentato piú volte la via del Compressore, arrivando a volte molto in alto, dovendo ripiegare per il maltempo, e in tutte queste volte si è fatta strada in me l’idea che quella via fosse un errore e che mi sarebbe piaciuto arrivare in cima in un altro modo.

    Credo di avere accumulato abbastanza esperienza di quei posti e delle persone che li frequentano per poter dire queste cose senza paura.

    Sulle pagine di questo blog ho letto pure che Garibotti e Salvaterra per alcuni sono degli alpinisti mediocri in cerca di pubblicità, segno che la mi sconoscenza di molti è davvero sconfinata.

    Spero che, se tra chi leggerá queste righe del povero Hayden (e magari andrà a vedere cosa mai combinava in montagna questo ragazzo a parte la storia sul Cerro Torre, che comunque resta una salita tra le piú notevoli della storia dell’alpinismo tutta) ci sará qualcuno di quei ciechi denigratori disinformati, possa redimersi alla luce dei fatti.

    La sua morte è altra cosa è semmai è legata alla sua sensibilità, quella che lo rendeva un grande anche da vivo. Che riposi in pace.

  7. 2
    lorenzo merlo says:

    Chi è covinto che tecnologia sia progresso dovrebbe incappare in queste righe di Giorgio.

  8. 1
    Giorgio Daidola says:

    Esistono ancora giovani in gamba che non si nutrono di internet, che fra l’altro sanno scrivere molto bene. Un vero figlio d’arte direi, avendo conosciuto suo padre. Vorrei far leggere il pezzo a mio figlio, 20 anni, perché  impari a scrivere della vita. Già, ma ho sbagliato i tempi, dovevo iniziare con un imperfetto e non con un presente. Hayden non c’è più, non è morto in montagna ma si  è suicidato. Non importa se per una donna o per avvicinarsi alla luce, come un Gian Piero Motti, che scriveva così bene anche lui. Troppo sensibili, troppo intelligenti, fragili nella loro ricerca del senso della vita. Anche mio figlio temo sia un pò così. Lo temo soltanto, perché lui non dice e scrive nulla, è chiuso come un riccio. Almeno io lo vivo così. No, per ora non gli farò leggere il pezzo. Preferisco, per lui e per me, che continui a sguazzare nella nulla del suo smarthphone. Quando sarà più grande e magari diventerà padre forse capirà. Per me i giorni grandi sono stati dai quaranta ai sessanta, non vale proprio la pena di perdere il meglio della vita.

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