Tilman, l’ultimo eroe

Tilman, l’ultimo eroe
di Giorgio Daidola
(già pubblicato su In Movimento del 8 settembre 2016)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(2), disimpegno-entertainment(3)

“Put on your boots and walk out of the door… (Bill Tilman)”

Harold William Bill Tilman, è stato un uomo straordinario. Alpinista e uomo di mare, ma soprattutto uno dei più grandi esploratori della prima metà del secolo scorso, quando il mondo presentava ancora tanti “buchi bianchi” sulle carte e tante cime vergini. La sua vita è stata un’orgia di avventure di altissimo livello, dalle massime altitudini himalayane ai mari più freddi e burrascosi. Sempre con un’attrezzatura minimale, by fair means, con un indomito disprezzo del pericolo. Tilman è stato anche un valoroso soldato, combattendo come volontario in entrambe le guerre mondiali.

Malgrado un curriculum senza uguali e i quindici libri che ha pubblicato, egli è relativamente poco conosciuto, soprattutto al di fuori del mondo anglosassone e degli specialisti. Forse perché era una persona timida, semplice, schiva e frugale, che non sopportava le sponsorizzazioni, le grandi spedizioni e gli exploit mediatizzati. Precursore delle spedizioni ultraleggere, egli affermava, insieme al suo grande amico Eric Shipton, che una spedizione si può programmare sul retro di una busta, in casi eccezionali su di un foglio di carta.

Scoprire Tilman significa scoprire un mondo, acquisire una sensibilità diversa, oserei dire più profonda, di fronte alle grandi avventure sul mare e sulle montagne. La dote che colpisce di più in lui oltre al coraggio è la capacità di reazione di fronte alle difficoltà. Il tutto in un uomo all’apparenza normale e vulnerabile, un uomo che soffriva il mal di montagna e si ammalava con una certa facilità. Intriso di una cultura vittoriana che nobilitava il senso dell’avventura, Tilman è stato giustamente definito da uno dei suoi biografi (Tim Madge) l’ultimo eroe romantico. Un eroe che non ha mai perso di vista quella qualità spesso dimenticata ai giorni nostri che si chiama modestia.

Vale quindi la pena di ripercorrere una vita perdutamente vissuta come la sua. Una vita da cui si potrebbe trarre un grande film, con un finale da lasciare incollati alla poltrona.

Per semplicità dividiamo la vita di Tilman in due parti: prima e dopo i 55 anni di età. Ovvero prima e dopo la scoperta della barca a vela.

Il Mischief all’ancora nel porto di Holsteinborg

I primi 55 anni
Bill Tilman nasce a Wallasey in Inghilterra il 14 febbraio 1898 in una famiglia benestante, il padre è un importatore di zucchero. Dopo aver frequentato la Royal Military Academy, non ancora diciottenne è volontario sul fronte occidentale della Somme, dove le aspettative di vita per un soldato sono di appena undici giorni. Ferito più volte ritorna sempre in prima linea.

Finita la guerra fa un tentativo senza successo di sviluppare una piantagione di caffè in Kenya. Lì incontra Eric Shipton, che aveva acquistato a sua volta una piantagione a circa 300 km dalla sua. Nasce così un tandem fortissimo e un’amicizia destinata a durare tutta la vita. I due scalano insieme nei massicci del Ruwenzori, del Kilimangiaro e del Kenya. Dopo un tentativo, anch’esso fallito, di trovare l’oro fra le montagne del Kenya, Tilman decide di ritornare in Inghilterra. Per risparmiare, ma sicuramente non solo per questo, decide di attraversare l’Africa in bicicletta, da est a ovest, raggiungendo in 56 giorni il porto di Douala sull’Atlantico, con sulle spalle uno zaino di circa 15 kg, dormendo sul bordo delle strade avvolto in una zanzariera.

In Inghilterra ritrova Shipton e i due riescono nel 1934 a superare per la prima volta le gole del Rishi Ganga nel Garhwal indiano, raggiungendo il santuario dell’inviolato Nanda Devi. Si tratta di una vera esplorazione, effettuata insieme a tre sherpa che vengono trattati a tutti gli effetti come compagni d’avventura, dividendo con loro cibo e tende.

Nel 1935 i due partecipano insieme ad altri quattro forti alpinisti ad una spedizione preparativa all’Everest. Tilman è poco motivato in quanto ritiene il gruppo troppo numeroso, soffre inoltre di mal di montagna e per questo motivo non viene scelto fra gli alpinisti per la spedizione del 1936. È la sua fortuna, perché in quell’anno ritorna, senza Shipton impegnato sull’Everest, al Nanda Devi e riesce, assieme a Noel Odell, ad arrivare in cima, a 7950 metri, massima altitudine raggiunta dall’uomo a quell’epoca, che rimarrà tale fino alla conquista dell’Annapurna nel 1950. Si tratta di una via tanto bella quanto difficile, superata in stile alpino, senza ossigeno, senza portatori, senza sofisticate attrezzature: un vero capolavoro di coraggio e di bravura. Tilman deve questo successo anche a Charles Houston, il famoso medico-alpinista americano, capo delle future spedizioni al K2. Houston gli ha infatti ceduto cavallerescamente il posto per l’attacco finale, in quanto affetto da una forma di avvelenamento causato da una scatola di sardine avariata…

Il Mischief sul versante nord dell’isola di Angmagssalik in Groenlandia est, 1964

Dopo la cima, Houston, Tilman e lo sherpa Pasang Kikuli, anziché ridiscendere attraverso le gole del Rishi Ganga, risalgono per la prima volta i difficili pendii del colle Longstaff e scendono sul versante opposto, raggiungendo Martoli e la valle del Gori Ganga fino Munsiary, riallanciandosi poi con il resto della spedizione. Si tratta di un lungo itinerario di alta valenza culturale e paesaggistica attraverso i villaggi Bhothias, oggi uno dei trekking più suggestivi e al tempo stesso meno frequentati dell’Himalaya indiano. Il desiderio di percorrerlo da parte di Tilman e compagni, dopo mesi di privazioni e dopo un successo alpinistico senza precedenti, la dice lunga sul loro genuina voglia di avventura.

L’anno successivo, il 1937, il tandem Shipton-Tilman si ricompone ed è la volta di una prima traversata in Karakorum, con il raggiungimento del mitico Snow Lake attraverso una serie di colli mai saliti prima.

L’ancoraggio di Bylot in copertina

Nel 1938 Tilman viene nominato capo di una nuova spedizione leggera all’Everest da nord, senza Shipton il quale, stregato dallo Snow Lake, vi ritorna per compiere una esplorazione lunga un anno nel bacino dello Shagskam, il vasto e misterioso “buco bianco” delle carte dell’epoca.

Malgrado il tempo pessimo Tilman riuscirà a raggiungere sull’Everest la quota di 8290 metri (circa la stessa del ritrovamento del corpo di Mallory, che partecipò con Irvine alla spedizione del 1924).

Scoppiata la seconda guerra mondiale, anche Shipton deve ritornare sui suoi passi, abbandonando il progetto di traversata (tuttora inedito) a nord dello Snow Lake. Tilman, a 41 anni compiuti, ritorna volontario nei ranghi dell’esercito. Combatte nuovamente in Francia, poi in Iraq e in nord Africa. Sempre in prima linea, sprezzante del pericolo. Sul finire della guerra si fa paracadutare prima fra le montagne dell’Albania e poi nelle Dolomiti friulane. Si tratta di missioni rischiosissime per aiutare la guerra partigiana. Nel Bellunese segue la brigata garibaldina Gramsci del comandante Bruno e nel settembre 1944 si salva miracolosamente dai tedeschi con i pochi partigiani che gli hanno dato retta, nascondendosi per tre giorni sulla parete nord del Monte Ramezza: si tratta di una pagina di alpinismo dimenticata in cui la resistenza e la bravura di Tilman hanno avuto la meglio. Ora un lungo sentiero da Falcade ad Asiago porta il suo nome e Belluno ha fatto di Tilman un suo cittadino onorario, dedicandogli ogni anno un “Tilman day”. A questa straordinaria avventura Marco Albino Ferrari ha dedicato un avvincente spettacolo teatrale che presto diventerà anche un libro (effettivamente pubblicato con il titolo Il sentiero degli eroi. Dolomiti 1944. Una storia di Resistenza, NdR).

Nel dopoguerra, congedatosi con il grado di maggiore, Tilman riprende la sua vita vagabonda. La casa in Inghilterra, che divide con la sorella Adeline, non è per lui un posto per vivere ma per… ritornare. Con Shipton, diventato console britannico a Kashgar, continua a scalare e a esplorare nel Sinkiang (Muztagata), nel Karakorum (Rakaposhi), nel remoto massiccio del Bogdo Ola, nel Chitral. Poi entra in Afghanistan senza visto, attirato dalle montagne dell’Hindukush, ma viene arrestato e incarcerato per alcuni giorni: poteva andargli molto peggio. Nel 1949/1950 lo troviamo in Nepal con Shipton per un tentativo all’Annapurna IV. Si tratta della sua ultima spedizione ad una grande montagna himalayana.

Il Mischief arenato nel porto di Angmagssalik nel giugno del 1964 dopo essere stato intrappolato nel ghiaccio

Nel 1952 viene nominato console in Birmania. Il lavoro di ufficio e la stanzialità però non fanno per lui e nello stesso anno rientra in Gran Bretagna. Con un amico fa una traversata in barca dall’Inghilterra all’Irlanda e impara ad andare a vela con un dinghy in pieno inverno. A 55 anni non si sente più adatto alle alte quote e scopre che l’andar per mare può essere un modo nuovo di vivere l’avventura. Con la straordinaria possibilità di coniugare vela e alpinismo, andando a scalare montagne vergini, difficili e remote, con una barca. Con Tilman nasce l’idea dell’avventura totale “mare e montagna”, un binomio che continua ad affascinare tanti spiriti liberi in fuga dalle banalità del quotidiano.

Per 25 anni Tilman solca i mari più difficili, artici e antartici, alla ricerca di montagne inviolate da scalare utilizzando la barca come campo base. Lo fa con lo stesso stile minimalista che ha caratterizzato il suo grande alpinismo. Con barche vecchie come lui, acquistate d’occasione e spesso piene di acciacchi, non in regola con le più elementari norme di sicurezza, prive di confort.

Questo modo di navigare davvero duro non rende facile la ricerca di equipaggi. Per reclutare compagni d’avventura egli pubblica sui quotidiani annunci del tipo: “Cercansi uomini forti per lungo viaggio in piccola barca. Nessuna paga, nessuna prospettiva, poco divertimento”.

Il Sea Breeze in Torssukatak Fjord, Groenlandia del sud, 1970

Mari e montagne
Tilman ha avuto tre barche, nell’ordine Mischief, See Breeze e Baroque. Tutte Bristol Pilot Cutter, barche leggendarie per le loro doti marinaresche, sui 14 metri di lunghezza e 4 di larghezza, 14 tonnellate di peso, in legno. Delle tre barche quella che gli dà le maggiori soddisfazioni è senza ombra di dubbio la prima, Mischief. Acquistata a Maiorca nel 1954, di solo otto anni più giovane di lui e con ben undici proprietari precedenti, Mischief ha bisogno di cure per poter raggiungere il primo obiettivo, ossia i fiordi della Patagonia. Il suo nuovo armatore, malgrado la sua limitata esperienza di mare, freme però dalla voglia di partire. Ci riesce nell’anno successivo, attraversa l’Atlantico e lo stretto di Magellano e compie una fantastica prima traversata, a piedi tirando la slitta, dello Hielo Continental Sur, completando poi la circumnavigazione del continente sud americano.

Nel 1959-60 Mischief raggiunge le remote isole Crozet e le Kerguelen, nell’emisfero australe. Nel 1961 inizia la serie di spedizioni nei mari artici, con salite su cime senza nome lungo le coste orientali e occidentali della Groenlandia e con puntate nella Terra di Baffin. Ormai Tillman e Mischief sono una cosa sola, una coppia indissolubile. Le spedizioni in Groenlandia rappresentano una lunghissima luna di miele per i due, un inno al bello assoluto.

Nel 1964-65 Tilman effettua una spedizione come skipper dello shooner australiano Patanela. Raggiunge le remote Heard Islands, senza poter partecipare alla prima salita del vulcano attivo Big Ben di 2745 m, in quanto è responsabile della barca…

Il Sea Breeze nel Torssukatak Fjord, Groenlandia ovest, 1970

Nel 1966 ritorna su Mischief e punta a sud, meta l’Antartide, con la salita dell’inviolato Mount Foster 2205 metri, nell’isola di Smith. Vi arriva purtroppo dopo aver perso un uomo in mare, con un equipaggio stremato e non all’altezza per una spedizione del genere, che si oppone alla decisione di Bill di sbarcare e salire la montagna. Si tratta comunque del record di latitudine sud per una barca delle dimensioni di Mischief, fatta eccezione per l’epica traversata di Ernest Henry Shackleton sulla James Caird, la mitica scialuppa dell’Endurance. Come Shackleton, Tilman fa rotta sulla South Georgia mettendoci più o meno lo stesso tempo. Quindi raggiunge Montevideo, dove arruola nuovi marinai per ritornare in Inghilterra. Nel luglio 1967, dopo un anno di navigazione, ripassa per le Azzorre. Questa tribolata spedizione di ben 21.000 miglia avrebbe dovuto far capire a Tilman che gli anni passano sia per le barche che per gli uomini. E che la sua estrema parsimonia e frugalità, nonché la mancanza a bordo di una radio e di tutte le altre dotazioni di sicurezza, erano sempre meno giustificabili.

Nel 1968 Bill e Mischief ritornano in Groenlandia. Sul ponte c’è finalmente un autogonfiabile, regalo di un membro dell’equipaggio. Bill commenta così l’avvenimento: “l’autogonfiabile è arrivato e gli abbiamo trovato una sistemazione. Stranamente, vedendo questo bianco scatolone sul ponte di Mischief, ho avuto dei cattivi presagi“. Purtroppo i cattivi presagi di Tilman si avverano. Nell’agosto del 1968 Mischief affonda dopo aver urtato uno scoglio nella nebbia nei pressi della sperduta isola Jan Mayen, fra Norvegia e Groenlandia. Tillman lotta per ben quattordici giorni fino allo stremo delle forze per salvare la sua amata Mischief. Poi deve arrendersi, dopo quattordici anni vissuti più su di lei che sulla terraferma, dopo oltre 115.000 miglia percorse insieme, arriva il dolore tremendo di vederla scomparire fra i flutti.

L’unico modo per vincere la disperazione è scrivere un quarto libro dedicato a lei (In Mischief‘s Wake) e continuare a navigare. Sea Breeze e Baroque sono le barche che lo accompagnano per altri nove anni di spedizioni sempre alle alte latitudini: Spitzbergen, Canada artico e ancora Groenlandia. Su otto spedizioni solo tre risultano soddisfacenti, nelle altre si sfiora spesso la tragedia.

L’ultimo viaggio, la partenza del En Avant da Southampton, agosto 1977

Epilogo
Nella primavera del 1977 il ventiquattrenne Simon Richardson invita il settanovenne Bill Tilman a effettuare un viaggio in Antartide sulla sua barca En Avant. Meta, non a caso, quel Mount Foster che Tilman non era riuscito a scalare dieci anni prima. Simon, giovane, bravo e ambizioso, ha navigato con Tilman in Groenlandia e lo considera il suo maestro. Tilman, che non ha figli, vede in lui il suo erede perfetto. E’ commosso, non può non accettare l’invito. Malgrado gli acciacchi e la durezza della sfida, Bill sogna di festeggiare sulla cima del Foster il suo ottantesimo compleanno. L’equipaggio di En Avant è giovane, forte e affiatato e tutti nutrono una profonda stima per il grande vecchio.

En Avant deriva dalla trasformazione in barca a vela di una scialuppa di salvataggio acquistata in Belgio per 750 sterline. Con un lavoro forse troppo veloce Simon aveva saldato (anziché imbullonato) allo scafo una pesante deriva e montato un potente motore diesel. Senza avere il tempo di provare la barca (tutti fremono dalla voglia di partire!) il 9 agosto la spedizione lascia Southampton alla volta di Rio, che viene raggiunta senza problemi il 25 ottobre. Il primo novembre lasciano Rio diretti alle Falkland, dove sono attesi da due alpinisti neozelandesi che con Tillman tenteranno la salita del Mt Foster.

Alle Falkland En Avant e il suo equipaggio non arriveranno mai.

Tilman e le donne
Bill Tilman non era sposato e non parla mai di donne nei suoi libri, salvo dell’adorata sorella Adeline e delle due nipoti Pam e Joan. Questo non significa che fosse misogino e neppure gay. Semplicemente la sua insaziabile voglia di esplorare veniva prima di tutto. I suoi equipaggi sono di soli uomini perché pensa che una donna in barca sia una potenziale portatrice di discordia fra gli uomini. Sembra abbia avuto nella sua vita un solo grande amore, quello per l’americana Betsy Cowles. Un amore nato nell’autunno 1950 durante la prima esplorazione, insieme a Charles Houston, di quello che diventerà il classico trekking al campo base dell’Everest da sud. Racconta Houston nel suo libro: “Betsy conquistò il cuore di Tilman, dopo i primi giorni di cattivo umore (di Tilman, a causa di questa presenza femminile, NdA!) diventarono inseparabili…Bill diventò dolce, spensierato, ed i nostri tè pomeridiani e le notti intorno al fuoco indimenticabili“.

Tilman e lo sci
È davvero strano che Bill Tilman non sapesse sciare. Le sue grandi traversate glaciali, in Patagonia e a Baffin (Bylot Island) le fece a piedi, trainando la slitta, mettendoci molto più tempo che in sci. Tilman parla di sci in un’unica lettera, scritta alla sorella Adeline, quando era nascosto con i partigiani sulle montagne bellunesi. Scrive Tilman: “Due settimane fa ho sciato per una mezz’ora e non ho fatto altro che cadere. Sciare mi è sembrato persino peggio che pattinare“.

Bibliografia essenziale
Tilman, Harold William, The Seven Mountain-Travel Books, Diadem Books Ltd, 1985
Tilman, Harold William, The Eight Sailing/Mountain-Exploration Books, Diadem Books Ltd, 1987
Anderson, John Richard Lane, High Mountains &Cold Seas, Victor Gollancz Ltd, 1980
Madge, Tim, The Last Hero – Bill Tilman, The Mountaineers, 1995.

 

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Tilman, l’ultimo eroe ultima modifica: 2018-06-05T05:58:10+00:00 da GognaBlog

10 pensieri su “Tilman, l’ultimo eroe”

  1. 10

    Tilman si che passava leggero sulla terra. Sempre stato uno dei miei eroi. Superlativo.

  2. 9
    paolo panzeri says:

    Per me un uomo molto intelligente con un forte desiderio di “conoscere” usando tutte le sue capacità.
    Un uomo da ammirare e dal quale c’è tanto da imparare.

  3. 8
    salvatore bragantini says:

    Grazie della risposta Alberto,

    ho proprio frainteso io e ti chiedo scusa; credevo che ti riferissi allo stile lingiustico che, nella fattispecie, un po’ carente era.

    Omnia munda mundis, e va bene così

  4. 7
    Alberto Benassi says:

    Salvatore, guarda che hai frainteso. All’errore non ci avevo proprio fatto caso, Me l’hai fatto notare te adesso.

     

    volevo solo ribadire l’affermazione (che condivido)  del tuo amico:

    ” L’importante è come si affrontano le avventure.”

     

    poi io, con gli strafalcioni che scrivo,  non me lo posso permettere di correggere gli altri.

     

  5. 6
    salvatore bragantini says:

    Dai, Alberto, concordo con i tuoi commenti di solito, ma questo mi pare inutilmente cattivo. Potremo ben concedere al mio forte compagno di scalate dolomitiche Paolo il beneficio di sapere che pensare si scrive con la s; un errore può capitare, specie se si scrive da luoghi e con connessioni fragili. Almeno così la penZo io…

  6. 5
    Alberto Benassi says:

    “Si, io penzo di si.  L’importante è come si affrontano le avventure.”

     

    E’ lo stile che fa la differenza.

     

     

  7. 4
    Fabio Bertoncelli says:

    Del naufragio non furono mai trovati resti. Tilman scomparve nel nulla, assieme ai suoi compagni di avventura: una fine degna del personaggio.

  8. 3
    Paolo Cutolo says:

    Che dire? Una storia incredibile e bellissima.

    Avventura in  senso puro… e puro in tutti i sensi senza l’aiuto di tanta tecnologia; spinta dalla voglia di vedere cosa c’è dietro l’angolo ,cosa c’è il giorno dopo.  Una cosa sempre più difficile in un mondo ormai totalmente conosciuto ed interconnesso.

    Ma ci si può  salvare , basta lasciare a casa il telefono e cominciare a cercare.

    Non al suo livello (considerando i tempi) ma anch’io mi sono mosso su questa strada.

    Da ragazzo ho cominciato ad arrampicare con Sandro Gogna poi lui è  volato ai vertici dell’alpinismo mentre io ho continuato a livelli umani pur avendo grandi soddisfazioni.

    In seguito è venuta la scoperta del mare, l’acquisto di una barca ed oggi a 72 anni sto scrivendo queste righe da Horta-Azzorre dove ho completato il giro del mondo a vela.

    Certo Tilman ha fatto cose eccezionali ed avrà vissuto sensazioni straordinarie.   La domanda è quella di prima: si può ancora vivere un’avventura pur se si è subbissati dalla tecnologia?

    Si, io penzo di si.  L’importante è come si affrontano le avventure.

    In questo giro del mondo avevo in barca la possibilità di ricevere il meteo quindi un grande vantaggio ma anche grazie a questo mi sono andato a cercare posti molto remoti dove non c’era nessuno.

    Poi si tratta anche di accettare i compromessi della vita.

    Il nostro eroe non aveva famiglia e quindi era completamente libero di decidere la sua vita.  Io e la maggior parte delle persone no.

    Ma questo fa parte della vita e, forse, trovare l’equilibrio e proprio il bello della vita.

    Spegnete il telefonino e partite.  Buone avventure a tutti!

    Paolo Cutolo

  9. 2
    Alberto Benassi says:

    si proprio bella questa lettura.

    Invidio il tempo che hanno vissuto questi uomini. E come l’hanno vissuto.

  10. 1
    Carlo Crovella says:

    Un “mondo” che non tornerà mai più….

    Almeno, grazie al quel mondo, riusciamo a leggere articoli così belli e avvincenti…

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