Una torre che si alza dai prati

Una torre che si alza dai prati (GPM 015)
di Gian Piero Motti
(da Bollettino della GEAT, novembre-dicembre 1970)

Lettura: spessore-weight***, impegno-effort**, disimpegno-entertainment***

Quante volte andrò ad arrampicare in un anno? Non lo so, non tengo un diario alpinistico preciso e dettagliato, al massimo annoto le salite più importanti, tralasciando le uscite domenicali in palestra o su quelle montagne che palestra non sono e montagne neppure. Per non parlare poi delle scappatelle pomeridiane nelle palestre più vicine a Torino: le cave di Avigliana, l’Orrido di Foresto, i Denti di Cumiana…

Indimenticabili e belle giornate di primavera trascorse in assoluta libertà a correre su e giù per le rocce. Melanconiche e riflessive ore autunnali, dove una marcia per raggiungere un rifugio assume un fascino indescrivibile e triste.

Una valle ampia e verde, una bella distesa di prati, una torre che si alza dai prati. Un castello turrito di rocce brune, scure, un contrasto brutale ma inserito armonicamente nel contesto dei luoghi. Vi sono delle montagne che amo più di tutte: sovente durante la giornata la mia mente rivive momenti e istanti particolarmente intensi passati sull’una o sull’altra montagna. Montagne che ho desiderato molto, che mi hanno attratto al punto tale da percorrerne tutti gli itinerari, da aprirvi nuove vie, in estate e in inverno.

Gian Piero Motti sulla via Perego al Pilier a Tre Punte (Pilastro Leonessa), 1a invernale, 18-19 dicembre 1971, con Ugo Manera, Gian Carlo Grassi e Miller Rava. Foto: Ugo Manera.

Ritorno indietro di alcuni anni, al giorno in cui eravamo una banda di ragazzi dotati di un entusiasmo che rasentava il fanatismo: di domenica in domenica alla ricerca di qualcosa di sempre più difficile, disprezzando naturalmente ogni norma di prudenza e di cautela. Non dico che allora andassimo più forte di oggi, no: anzi sicuramente l’esperienza e la maturità acquisita durante questi anni hanno notevolmente accresciuto le nostre capacità, ma il gusto del rischio e un fanatismo contagioso ci facevano compiere azioni che oggi non penseremmo neanche di azzardare.

Avevamo per “i grandi” di allora un sacro e riverente rispetto e proprio per portarci al loro livello dovevamo dare continue dimostrazioni di bravura (oggi dico di incoscienza): era severamente proibito chiodare se non dopo aver raggiunto il “limite volo”, ma non sempre ciò era possibile nella situazione in cui ci si trovava e allora si assisteva a qualche numero disperato per raggiungere al più presto un qualsiasi punto di salvezza. Proibito agganciare le staffe ai chiodi: avresti visto “tirare” senza alcuna pietà quei miseri aggeggi di ferro conficcati nelle fessure. Indubbiamente i chiodi dimostrarono sempre molta pazienza, e anche il Padre Eterno o qualche Santo protettore degli alpinisti ci fu sempre vicino perché non successe mai nulla di veramente serio.

Ebbene, avevamo sentito parlare di una torre fantastica, tutta verticale, di roccia eccezionale, saldissima, sicura, fin troppo: pensa un po’ che non vi si può neanche piantare un chiodo talmente è compatta. I punti di sosta? Per carità, quasi nessuno, e i pochi che ci sono, piccoli e mal disposti; per non parlare poi della continuità dell’arrampicata, non permette un attimo di respiro.

Per me e Gian Carlo Grassi non vi era nulla di più invitante ed eccitante, finalmente avremmo trovato alla Torre Castello ciò che ansiosamente andavamo cercando. Ricordo ancora come durante tutto il viaggio cercassimo di scoprire in qualche angolo di quella lunghissima valle un segno di quella torre: giunti ad Acceglio ci parve di aver individuato il nostro obiettivo in un modesto torrione roccioso che si alzava al fondo della valle: tutto lì? Che delusione! Era meglio se fossimo andati alla Militi!

Ma quando raggiungemmo le sponde del piccolo e grazioso Lago del Saretto, improvvisamente, senza alcun preavviso, ai nostri occhi di ragazzi entusiasti apparve una visione fantastica, indimenticabile, quella che sempre avevamo sognato: una freccia di roccia, una sola lama sottile, elegante, perfetta… una torre che si alza dai prati. L’impazienza ci fece bruciare il sentiero che conduceva all’attacco.

Era nostra intenzione percorrere la via Balzola sulla parete est della Rocca Castello; ci dissero che era una delle più belle, roccia magnifica, arrampicata sempre elegante e molto difficile. Certo “i grandi” ci dissero con alcuni sorrisini molto espliciti che non era posto da andare a far numeri come alla Sbarua: non è sempre possibile chiodare e la roccia è verticale, gli appigli sono piccoli e lontani…

Tre lunghezze di corda, un chiodo; questo fu il risultato delle loro raccomandazioni. Non si può chiodare? E che bisogno c’è di mettere chiodi? Tanto gli appigli sono sempre ottimi, anche se piccoli, e poi la roccia è così salda… Eravamo entusiasti e per nulla intimoriti da quell’arrampicata così diversa da quella imparata sulle placche della Sbarua o sul marcio della Militi: qui arrampicare era una danza, un piacere inebriante, la conformazione stessa della roccia dava l’impressione di poter passare dappertutto e sempre in arrampicata libera… un sogno.

Vincenzo Pasquali e io siamo stanchi di Sbarua, di Denti di Cumiana e di Plu, insomma siamo stanchi di palestra, abbiamo bisogno di montagna, anche se è presto e sappiamo che la neve è ancora molta. In una splendida giornata di sole attraversiamo tutte le cime del gruppo: è un itinerario che ho già percorso altre volte, ma che è sempre bello e affascinante. E poi oggi siamo in molti, non manca l’allegria e nemmeno le battute, più o meno pesanti.

Ricordo un terrazzino in pieno Spigolo Castiglioni. Mi sporgo per vedere meglio sotto di me. Vincenzo sta salendo da primo un tratto molto difficile e delicato. Cerco di dargli qualche consiglio: non ne ha assolutamente bisogno, sale con una sicurezza e un’eleganza invidiabili; gli chiedo come va: sorride, mi dice che è entusiasta dell’arrampicata…

Un anno prima avevo conosciuto Vincenzo Pasquali e proprio alla Castello: era allievo della Scuola Gervasutti, aveva ancora tanto da imparare. Trovammo in noi una comunità di idee e di programmi per la vita, un affiatamento straordinario in montagna e in città, riuscimmo a creare un’amicizia sorprendente.

Ho cercato di svelargli tutti i segreti del mestiere, ho cercato di infondergli tutto l’entusiasmo e la passione per avvicinarsi al “grande” alpinismo, abbiamo arrampicato insieme sempre, di giorno feriale e festivo, dovunque. Sovente arrampicando discutiamo di donne, di politica, di alpinismo, di tutto; non amiamo gli atteggiamenti seri e posati: no, arrampicare in fin dei conti è un gioco e allora cerchiamo di giocare nel migliore dei modi, non atteggiandoci a divi, a eroi, via… è finito il tempo!

Vediamo finalmente questi alpinisti come realmente sono: non dei superuomini, dei fenomeni, ma no! Dei ragazzi entusiasti che si dedicano anima e corpo a uno scopo, ma sereni, spensierati. È vero, non è così per tutti: c’è ancora chi cerca di dare un cliché particolare dell’alpinista, un uomo diverso dagli altri, più forte, dotato di maggior carattere, un uomo che esercita fascino sugli altri… Ma non scherziamo! Gli alpinisti sono uomini come tutti gli altri, anzi forse psicologicamente molto più instabili e complessi degli altri e assai più deboli e indifesi nei casi della vita. E allora dove va a finire questo grand’uomo? Diciamolo chiaro, che finalmente la gente sappia come stanno le cose e non sia illusa da giornalisti in vena di fantasie: è una maschera, un abito indossato o fatto indossare a qualcuno che cerca di speculare sull’alpinismo per trame dei vantaggi personali. Tutto qui.

E smettiamola una buona volta di parlare di imprese eccezionali, di uomini eccezionali, di battere la grancassa prima ancora di aver iniziato l’impresa. Il più delle volte l’impresa stranamente va in fumo: non tutti sono ingenui e non tutti credono alle fantasie dei giornalisti particolarmente dotati di humour (sic!). Andiamo in montagna per vivere una vita che amiamo, per realizzare noi stessi, così, aperti, sinceri, senza creare consorterie, senza produrre dei miti fasulli, senza vender fumo…

Il versante ovest di Rocca e Torre Castello (Val Maira), la “torre che si alza dai prati”

… Mike Kosterlitz. Conobbi Mike Kosterlitz nella sede del CAI in via Barbaroux, mi dissero che era uno studente inglese residente a Torino e mi dissero anche che era un alpinista in cerca di compagni. Il suo aspetto era quello trasandato e incurante classico degli inglesi, ma anche il suo modo di fare e le sue parole non lo classificavano come un “grande alpinista”. Si seppe poi discorrendo che era uno dei migliori alpinisti inglesi ed europei, e che aveva al suo attivo le più difficili salite delle Alpi. Eppure, semplice, modesto, aperto, di una cordialità e di un’umanità eccezionali. Parlava delle sue salite come di passeggiate nei boschi e nei prati, ma non con quella falsa modestia così frequente in altri ambienti: ammetteva le difficoltà della salita, ma non le caricava, non si dimostrava il solo a essere in grado di percorrere quella via. Parlando con te diceva: «Il Philipp alla Civetta? Interessante, una bella salita, non molto difficile. Cinque… Sei… (quinto… sesto…), no, non molto difficile. La Livanos alla Su Alto? Ah… molto divertente, non difficile… Cinque, cinque superiore».

Subito pensammo: o questo è un fenomeno o ci prende in giro. Ma quando andammo ad arrampicare con Mike non ci fu bisogno di molto tempo per capire come stavano le cose. Il suo stile perfetto, la sua classe, le sue eccezionali capacità ci fecero capire che avevamo innanzi a noi un alpinista di rara bravura. Eppure – ci diceva – Joe Brown, Martin Boysen, Don Whillans sono molto più forti di me, loro sì che arrampicano bene. Boysen? Fantastico! Per carità, Gian Carlo, per carità Vincenzo, qui è tutto da rivedere, da ridimensionare, da rifare. Mike Kosterlitz: una lezione di modestia.

Un diedro immenso e massiccio, uno strapiombo ancora più grande che chiude il diedro, un uomo che penzola sulle staffe per uscire dal diedro. Una fessura completamente ghiacciata, una fantastica selva di candele e di trine cristalline, un lungo e monotono lavoro di piccozza per cercare in quel cristallo un appiglio, una fessura, un chiodo nascosto. Una sensazione di esaltante sicurezza, la soddisfazione di introdurre Vincenzo in un mondo grandioso e selvaggio, la soddisfazione di leggere la gioia nel suo sguardo…

Questo mi è rimasto della parete ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey, via Ratti-Vitali; una via percorsa per… ripiego (che bestemmia!), dato che l’intenzione era di compiere la prima ripetizione della via Boccalatte. Ma vi era troppo ghiaccio, impossibile salire la fessura; però il tempo era troppo bello e noi troppo entusiasti: anche la Ratti era sporca, però l’avevo già salita due anni prima ed era pur sempre una bella e grande arrampicata.

Nuvole bianche, nuvole nere, nuvole grigie che si rincorrono, si ammucchiano, si accavallano, si dissolvono per poi ricomporsi ancora e ancora dissolversi. Valloni immensi, tetri e silenziosi, orizzonti chiusi da gigantesche muraglie nerastre, cascate sconvolte di ghiaccio verdastro… Delfinato.

Ricordi di un mattino d’estate quando silenziosi, seduti su un enorme pietrone, guardavamo la bella parete sud della Meije che avremmo dovuto salire.

L’ultimo chiodo a dieci metri di distanza, un minuscolo appoggio per il piede destro, una minuscola scheggia per la mano sinistra. Otto metri a sinistra un chiodo a lama d’acciaio piantato per forse due centimetri in una ruga: tra me e il chiodo una placca liscia e quasi verticale, un piccolo gradino all’altezza del chiodo. Uno schizzo esattissimo che ti dice che lì è la via, non hai scampo, sesto grado. Un passaggio pazzesco per non caricare la lama d’acciaio e raggiungere finalmente un appiglio sicuro.

Corno Stella, via Ughetto-Ruggeri. Seppi poi in seguito di aver percorso, come pure Grassi precedentemente, una involontaria variante sotto il primo strapiombo. Certi passaggi non si dimenticano. Mi è rimasta la netta, lucida sensazione del rischio: se volo, mi ammazzo. Sesto grado, di quello vero, genuino, non di quello fasullo.

Il prato è diventato giallo, rosso, gli alberi si divertono a creare macchie straordinarie e indescrivibili, solo gli abeti e la torre non mutano il loro colore. Anche il cielo è più tenue, più malinconico. Autunno, atmosfera di attesa e di silenzio. Silenzio nelle marce d’approccio, lunghi attimi di silenzio in vetta, a volte discorsi lunghi, seri, dove ognuno cerca di rivelare un po’ di se stesso. E qualche pensiero, con tanta nostalgia.

Siamo ancora qui, all’attacco di una torre che si alza dai prati.

 

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Una torre che si alza dai prati ultima modifica: 2018-01-18T05:12:01+00:00 da Alessandro Gogna

1 commento su “Una torre che si alza dai prati”

  1. 1
    Umberto says:

    Un grande scrittore che arrampica con un futuro Nobel per la fisica, stavolta l’arrampicata in se passa in secondo piano

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