Tra sogno e realtà

Tra sogno e realtà
di Stefano Michelazzi

Più volte mi son chiesto e mi chiedo: “Cosa significa oggi Alpinismo?”
Al di là di un sentimento soggettivo, che riguarda le motivazioni personali di ogni alpinista e che determina il “Perché lo fai?”, al di là di un sentimento anarchico di espressione, sempre individuale, sul dove, come, quando, per poter dire di fare o esercitare una determinata attività, c’è bisogno, in qualsiasi campo di determinare dei limiti.
Non limiti all’esercizio dell’attività stessa, ma confini entro i quali, questa attività assume nome e caratteristiche essenziali, che le infondono un’identità.

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Non si può dire di fare alpinismo ad esempio, scalando in falesia, perché oltre alla riduzione quasi meccanica del rischio, il quale è universalmente riconosciuto come una componente fondamentale dell’alpinismo, i tracciati di arrampicata vengono “disegnati” calandosi dall’alto e quindi valutando sia la fetta di parete migliore che l’apposizionamento di protezioni a priori. In alpinismo è insito il dover essere in grado di salire dal basso, e nel caso, essere capaci di piazzare le protezioni ove se ne senta la necessità. Varianti e variabili ovviamente ce ne sono, date anche solo dal fatto che aprire una via nuova, comporta un impegno completamente diverso dal ripeterla. Resta comunque beninteso che un alpinista che voglia definirsi tale, deve saperlo fare rimanendo entro quei confini che appunto, determinano questa attività.

La nascita dell’arrampicata sportiva, la quale da molti (me compreso) è stata vista come un possibile mezzo di allenamento “a secco” per future salite di ben altro spessore, oltre che un movimento fine a se stesso, ha ormai da una ventina d’anni “invaso” il campo dell’alpinismo, specie con il confezionamento di vie cosiddette “Plaisir”, le quali spessissimo vengono aperte dall’alto, a volte non rispettando salite preesistenti e creando un movimento di “banalizzazione del limite” spesso sostenuto a gran voce con la motivazione della sicurezza, ma che nasconde invece una spinta derivata da motivazioni commerciali (per le aziende è importante esibire grandi foto che attraggano l’attenzione e stimolino sentimenti d’imitazione) e molte volte, anche, incapacità personali sia in fatto di tecnica, sia in fatto di accettazione del rischio (se non me la sento torno a casa ma se mi butto nel ballo devo ballare…).

Così oggi si è costretti a vedere considerati exploit alpinistici salite come quella della normale all’Everest, totalmente pre-masticata con la posa di corde fisse e con l’ausilio di guide le quali spesso supportano completamente lo pseudo-alpinista.

Esemplari le due salite, del “più giovane” (13 anni) e del “più vecchio” (80 anni) seguiti e coadiuvati nella salita, tutti e due, da uno stuolo di guide e portatori e utili ”record” a chi commercia brutalmente la montagna per lanciare il messaggio: “Tutti ce la possono fare…! Prova anche tu!”.

Cito soltanto ad esempio estremo, la salita in “libera” della “via del Compressore” al Cerro Torre, per compiere la quale David Lama, coadiuvato da Peter Ortner, si è servito di elicotteri anche per il recupero dalla cima, dell’apposizionamento di impianti fissi (spit) per creare punti di sosta per la troupe televisiva che seguiva la salita, corde fisse (materiale rimasto oltretutto in parete…). Grande prestazione sportiva, non c’è che dire, ma l’alpinismo dove si mette in questo caso? Dove sono l’avvicinamento con le sue incognite (in Patagonia anche in fatto di tempo atmosferico), la discesa dalla cima, che ogni alpinista, anche il più mediocre sa essere parte integrante ed a volte fondamentale per la riuscita e il ritorno a casa?

Arroganza umana, la definisco io.
Volere, pretendere, anche oltre ai limiti dettati dalla natura stessa, imporsi su tutto e conquistare a ogni costo, con una possibile meta economica da raggiungere…

Avranno un valore storico queste situazioni? Ci sarà un ricordo, qualcosa che rimanga come icona dell’alpinismo futuro?
Ho dei seri grandi dubbi su questo, se non forse, sperando nel riequilibrio da parte delle future generazioni di “simboli negativi” di un’infezione sistemica che ha colpito anche quel mondo onirico chiamato alpinismo.

Paul Preuss il “cavaliere della montagna”, ai primi del ‘900, diffondeva nell’universo dei “conquistatori dell’inutile” un virus, altamente infettivo, che ancora oggi miete vittime: l’arrampicare le pareti senza compromessi…!
Ad oggi il virus è meno letale, ha perso un po’ della sua verve e permette a chi ne viene colpito, di “godere” di una fase cronica, grazie a tanti cocktail etici che ne hanno affievolito in parte i sintomi acuti.
Ciò non toglie che in un universo di sognatori, questa etica ferrea (scherzi sui virus a parte…) riesce ancora ad attecchire.

Personalmente, ho praticato diversi stili d’arrampicata in parete, ma l’arrampicata pulita, definita oggi con un termine d’oltreoceano “Clean Climbing”, è sempre stato lo stile che più mi ha attratto.
Non certo si può dire che io sia ferreamente preussiano, ma tento di accettare i compromessi solo quando il limite va oltre il classico ed impone maggiori attenzioni.

Negli anni ’80, quando entrai a far parte di questo mondo, il tendere a migliorare e quindi superare i limiti classici, portando se possibile il livello tecnico raggiunto in falesia anche in montagna, era una “sfida” molto gettonata e uno stile che ovviamente mi ha segnato e ha segnato di conseguenza, le mie soddisfazioni e delusioni alpinistiche.

Il “Nuovo Mattino” e tutto ciò che fu rivoluzione in questo senso, era per me qualcosa di sconosciuto.

Martina Cufar su Vizija (8c), nella falesia di Misja Pec (Slovenia)
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A Trieste, dove sono nato e dove ho appreso i rudimenti di quella che considero un’arte non riconosciuta, non era mai passato, vivevamo da sempre in un universo “privato” che si è sviluppato per conto suo e ciò che da altre parti fu rivoluzione, da noi non fu altro che continuazione di qualcosa nato molto tempo prima, ma che nessuno aveva mai pensato di valutare, codificare, e nel caso esportare, come fu invece per il free climbing o altri stili apparsi sulla scena proprio con questi stravolgimenti di obiettivi etici.
Non a caso, miei concittadini, come ad esempio Enzo Cozzolino, appaiono oggi (ma anche ieri…) vent’anni avanti.

E’ forse stato il fatto, che dalle mie parti, l’alpinismo è sempre stato considerato un gioco e quindi, complice un isolamento morfologico, questa cultura si è sviluppata per conto suo? Probabile…

In alpinismo, l’antagonismo, debolezza presente più o meno in ogni attività umana, si è manifestato per lungo tempo nella corsa alle pareti, la realizzazione cioè di nuovi itinerari su cime o pareti vergini, poi la scarsità di obiettivi, ha maturato nuovi modi di intendere questa sfida “al migliore”, i concatenamenti sono un esempio ben calzante.

La componente sportiva insita in questa disciplina molto più complessa, ha cominciato quindi a non avere un risultato da raggiungere o, molto scarso.

L’avvento dell’arrampicata sportiva e il conseguente aumento dei livelli di capacità tecnica, è stato quindi un toccasana in questo senso. Portatore di nuovi obiettivi che si sono espressi nella ricerca di sempre maggiori difficoltà, differenziate magari dallo stile di esecuzione.

Ma oggi…?
Sembra chiaro che, se l’arrampicata sportiva ha cominciato a risentire del limite fisico umano, l’alpinismo (viste le sue caratteristiche di impatto psicologico e non solo) non abbia più molte carte da giocare in questo senso…
Rimangono ancora pareti vergini e addirittura cime inviolate, ma spesso l’impegno in termini di tempo e investimenti ci mette un paravento davanti e non vengono più considerati obiettivi primari.

Quindi, dove approderà ora l’alpinismo, ritornando alla domanda di base, aldilà delle solite polemiche che lo mantengono vivo da sempre?

Il rischio dell’estinzione c’è, è presente specialmente in quel contesto di manipolazione culturale che ogni giorno si presenta in termini di articoli sulla sicurezza, sulla difesa della vita, e vari altri argomenti che personalmente considero di bigottismo umano generale e di timore di vivere (se abbiamo paura di vivere come facciamo a non averne di morire?)…

TraSognoeRealta-CORSO D'ALPINISMO AVANZATO (AR1)
C’è il rischio che l’alpinismo con la sua concezione di accettazione del rischio e quindi di ciò che umanamente non è controllabile, con la sua componente onirica assolvente a quel bisogno di libertà del quale l’animo umano necessita, per non sentirsi al pari di una macchina, scompaia dal vocabolario delle future generazioni, per lasciare spazio a surrogati controllati da una società, la quale sta rendendo tutto sempre più simile ad un paradiso artificiale, nella quale tutto viene mercificato e dove ormai già si vedono i segnali di una considerazione dell’essere umano al pari di un numero di matricola.

Non è questa la vera morte dell’Uomo?

Forse l’istinto di conservazione, insito in ognuno di noi, alla fine avrà la meglio e si troveranno spiagge diverse dove dirottare il sogno, ma credo che siamo noi stessi, oggi, a dover dare stimoli nuovi alle nuove generazioni affinché non abbandonino quel bisogno ancestrale di illusioni e fantasie e perché no… utopie.

postato il 3 luglio 2014

 

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Tra sogno e realtà ultima modifica: 2014-07-03T07:32:36+00:00 da Alessandro Gogna

6 thoughts on “Tra sogno e realtà”

  1. Roberto Stocco, se guardo fuori dal tradizionale mondo dell’alpinismo non è che personalemtne riesca a vedere qualcosa di nuovo.
    Penso ad esempio alle spedizioni commerciali in Hymalaia dove la formazione dei locali è atta ad uno sfruttamento consenziente a titolo di servi, ad un business world che sta nascendo in Sud-America ancor prima di una concezione sia tecnica che culturale (parlo sempre di alpinismo o in questo caso andinismo) o ancor peggio quello thailandese con parecchi morti ogni anno tra i nativi che vengono catapultati senza alcuna esperienza in un’attività del quale nulla sanno se non che può essere fonte di guadagno e pagano le conseguenze di un attrezzatura delle pareti spesso senza alcun criterio…
    Se questi sono gli esempi del nuovo, non si discostano dal vecchio che tentano invece di imitare e pure malamente…
    Se innovazione ci sarà come è logico ed umano che sia, arriverà ancora una volta dalle Alpi e credo che il nuovo potrebbe essere una nuova concezione del vivere l’ambiente, non più come conquistadores ma come rispettosi visitatori.
    Già lentamente si sta facendo spazio a nuovi concetti di arrampicata pulita e vi è da diverse parti lo stimolo a mantenere il più possibile integro il territorio senza vietarne per questo la frequentazione…piccoli passi verso una nuova realtà?
    Staremo a vedere…

  2. Buonasera Stefano, complimenti per la precisione, condivisibile la tua posizione. Il discorso e’ valido per l’occidente, dove l’alpinismo e’ nato e si e’ trasformato in sport. La storia oggi pero’ la scrivono anche altre tradizioni e culture, forse la rinascita; il nuovo mattino potra’ arrivare da contesti fino ad oggi impensati. Carissimi saluti.

  3. Era molto tempo che non leggevo uno scritto cosi preciso sull’ alpinismo e arrampicata sportiva…..una profonda analisi di tutte due attivita’…chapeau Stefano!!!!!

  4. … “Oggi, in un periodo che vede l’andare ai monti ridursi a un’attività sportiva come le altre – legata al numero e, quindi alla materia – questo libro vorrebbe trasmettere l’esigenza di recuperare la spiritualità e la tradizione, nella consapevolezza che rivoluzione significhi RE-VOLVERE (tornare indietro)… “:

    Marileno Dianda, “La Focolaccia: dal’68 al ripido” racconto.

  5. Quanto al fatto che l’essere umano è considerato pari a un numero di matricola:
    in effetti siamo già tutti targati… ci impongono il codice fiscale.

    Mi chiamo Benassi Alberto. No! ti sbagli… il tuo nome è: BNSLRT60A……

  6. Stefano posso solo condividere ogni parola di questo tuo ottimo scritto.

    L’alpinismo è un “gioco” e come tutti i giochi ha delle regole da rispettare: rischio, incertezza, rinuncia, avventura, sogno, storia.

    Tutto questo oggi con la mania e l’ossessione della sicurezza (le relazioni danno anche la copertura cellulare…) e con la pretesa che tutti devono fare tutto, rischia di essere cancellato e l’ alpinismo ridotto a una ginnastica verticale mercificata.

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