Turismo invernale e ambiente alpino

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort*, disimpegno-entertainment*

Turismo invernale e ambiente alpino
(scritto nel 1998)

Gli antichi viaggiatori si chiedevano cosa ci fosse lassù. Sembrava così miraco­loso che lungo le Alpi ci fossero dei varchi: nacque così la leggenda di Gargantua: durante uno dei suoi numerosi viaggi al di qua e al di là delle Alpi, egli, per facilitarsi il pas­sag­gio della catena degli Aravis, con potenti manate scavò quello che oggi è il Col des Aravis. Un’impresa titanica come altre sue, per esempio la costruzione del Cervino o lo scavo del Lago di Ginevra.

Oggi nessuno parla di leggende, a meno che non siano quelle sportive. Il fenomeno Alberto Tomba è noto in tutto il mondo per la sua bravura, per la sua goliardesca simpatia. Ma non può essere il nuovo Gargantua.

La scoperta delle Alpi e la crescita del fenomeno turismo non hanno portato soltanto la fine delle leggende: alcuni effetti sono giganteschi proprio come Gargantua.

La Meije è stata l’ultima grande montagna delle Alpi ad essere salita, da Pierre Gaspard padre e figlio con Emmanuel Boileau de Castelnau, nel 1877: dodici anni dopo il Cervino. Si erge fiera e gigantesca al di sopra di La Grave, sembra ancora inaccessibile. Poco più a ovest, gli impianti di risalita la sfiorano, ma nel contesto generale scompaiono, come dettagli senza importanza. Ma nelle Alpi non è sempre così.

Fino agli anni ’20 ovunque esisteva solo turismo estivo: le prime Olimpiadi invernali furono a Chamonix nel 1924, ma già nel 1933 metà di tutto il turismo in Tirolo era invernale. Ma la vera esplosione avvenne dopo il secondo conflitto mondiale, specie negli anni ’50. Nel 1980 si registrarono nelle Alpi 40 milioni di villeggianti e 60 milioni di presenze giornaliere. In Austria ci furono 118 milioni di pernottamenti e in Svizzera 75 milioni. Nel 1982 la Francia registrò 40 milioni di pernottamenti invernali e 94 milioni estivi solo di turismo francese, cui si devono aggiungere le presenze estere. A dispetto di alcune oscillazioni, dovute alla crisi petrolifera degli anni ’70, ad alcuni inverni senza neve degli anni ’80 e ad altre variabili economiche, l’espansione è stata costante, particolarmente d’inverno. Ne è prova l’invasione di ski-lift ed altri impianti di risalita che si verificò dagli anni ’60 in poi, anche alle quote più alte. Oggi ci sono circa 40.000 piste da sci sulle Alpi. La tecnologia permette di sopperire alla carenza di neve con gli impianti di innevamento artificiale, di raggiungere i luoghi più lontani e solitari con l’elicottero e di percorrere i boschi a piacimento grazie alle slitte a motore.

La costruzione di seconde case è stata irrefrenabile ed è ancora ben lontana da un arresto. In alcune località, come Courchevel e l’Alpe d’Huez in Francia, le seconde case rappresentano oltre il 50% di tutti gli stabili. Questa politica di espansione edilizia è stata incoraggiata dalle autorità locali, i contadini e i montanari hanno venduto la loro terra e quindi cessato le loro attività agricole e pastorali. Spesso il turismo è ormai l’unica fonte di reddito.

Il turismo ha drasticamento mutato l’aspetto degli abitati. Anche se in qualche località si vedono ancora mucche pascolare, l’intero tessuto delle tradizioni e dei modi di vita montanari si è quasi dappertutto sgretolato. Il traffico e le strutture per snellirlo hanno aggredito il paesaggio, il contadino non è più fiero di essere tale e dipende sempre di più dalla cultura cittadina. Soltanto nel museo all’aperto di Ballenberg, in Svizzera, si ha una piena visione di come era la vita una volta. Come risultato di questa trasformazione sono apparsi nuovi tipi di strutture sociali.

Per esempio, Les Arcs e La Plagne, in Francia, costruite di proposito come stations intégrées per lo sci, hanno rivoluzionato la filosofia turistica di stazioni già avanzate come Cervinia, con un nucleo ridottissimo di residenti e almeno 10.000 letti per turisti. Ma anche posti apparentemente più tradizionali, come Crans-Montana, denunciano una maggioranza di non residenti. Molti di questi centri di turismo invernale, diffusi per lo più nelle Alpi Occidentali, sono stati costruiti ad alta quota, nella zona assai delicata tra gli ultimi boschi e i pascoli.

Per contro, nelle Alpi Orientali lo sviluppo turistico si è frazionato maggiormente nelle località preesistenti, a parte alcuni esempi come Obergurgl, in Austria, o Madonna di Campiglio e Fassa Laurina, in provincia di Trento. È interessante osservare come il turismo nelle Alpi Orientali abbia in genere preferito essere “parte” di una cultura locale piuttosto che essere rinchiuso nel ghetto per sciatori delle stations intégrées. Le comunità locali d’Austria e Svizzera sono assai più presenti nella gestione e pianificazione: in Francia ed Italia la libera iniziativa ha le più grandi possibilità, a parte qualche eccezione.

Questo differente approccio al turismo ha determinato conseguenze diverse sui territori. È molto più frequente l’abbandono delle terre alte e delle malghe nelle Alpi Occidentali, con conseguente emigrazione alla pianura dei montanari. Lo standard di vita delle popolazioni delle Alpi Orientali è in media superiore, appunto per il fatto di non aver abbandonato lo stile di vita precedente al turismo. Anche l’inquinamento è assai inferiore nelle vallate orientali.

Come se non bastasse, tutto è aggravato dalla frequentazione turistica concentrata in alcuni periodi dell’inverno. Tutti vanno nello stesso posto, allo stesso tempo e per la stessa ragione. Vacanze scolastiche e weekend completano un quadro preoccupante di traffico e di concentrazione: è sempre più comune che una famiglia trascorra in montagna singole giornate e questo ha conseguenze temibili, soprattutto per i residenti, mentre l’esplosione del fenomeno multi-residence, con la spersonalizzazione dell’ospitalità, segna la negazione di ogni tipo di contatto tra le culture cittadina e montanara.

Proprio come per l’epopea del Far West, finita e strafinita, i film sono l’unico mezzo per riviverne le atmosfere, adattandole di volta in volta alle sensibilità e alle mode del nostro tempo, così per avere accesso alla cultura montanara dell’Ottocento i libri sono il solo passaporto: talvolta, come nel caso del bellissimo film Gaspard de la Meije, anche le pellicole riescono a far sognare ancora.

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Turismo invernale e ambiente alpino ultima modifica: 2018-03-06T05:24:23+00:00 da GognaBlog

35 pensieri su “Turismo invernale e ambiente alpino”

  1. 35
    Alberto Bonino says:

    Alcuni di voi sono gli unici depositari della realtà. perchè non andatew a protestare alle 4 Vallèes in Francia, vi caccerebbero a pedate, a Tignes, a Verbier, a Ischgl, a Kitz, a lec a Soelden, tutti posti dove continuano a nascere nuovi impianti che danno ricchezza e lavoro.

    Ma alcuni di voi preferiscono la decrescita infelice per soddisfare le loro volontà. Per fortuna siete pochi e il turismo dello sci continua comunque, nonostanter voi e anche il Ds  migliora ogni anno.

  2. 34
    Giacomo G says:

    Non ho in mano dati, per cui gli esperti mi corregano. A me pare che in questo momento il pericolo non venga da nuove stazioni ma da estensioni. E non credo affatto che sia per una crisi ‘commerciale’ dello sci di pista, o tantomeno per un cambio culturale ( che mi pare piu’ un desiderio o un sogno ) verso forme di turismo a minore impatto. Anzi, credo che i paesi ‘fuori dal giro’ del turismo di massa, se potessero, attingerebbero a piene mani. Ma lo sci di pista per aver successo richiede comprensori grandi o enormi. Le stazioncine fanno fatica. Quindi servono molti soldi e appoggi politici con le spalle larghe. Mica facile. Invece, se un paese e’ situato vicino ad un grosso comprensorio, il discorso e’ diverso. Per ‘attaccarsi’ bastano magari pochi impianti. E qui e’ dove ci provano!

    E spesso ci sono riusciti. Ho in mente le Dolomiti citate da interventi precedenti. La bellissima Val Giumela devastata per poter collegare  i gia’ fuori di luogo impianti del Catinaccio.  Tutto per cosa? Qualche ‘presenza’ in piu’ nei residence? E c’e’ roba anche molto recente.  Insomma, se negli anni 80 si poteva trovare una giustificazione di rinascita economica, ora e’ indifendibile. E forse, a costo di causare spostamenti e spopolamenti, si deve preservare con leggi di protezione le aree ancora indenni.

  3. 33
    LUIGI GALLY says:

    Per la precisione a Cervières  esiste un anello di fondo in Val Les Fonds gestito da gente che non abita sul posto, il rifugio in fondo valle in inverno é chiuso, é aperta la parte invernale + un alberghetto permanente.

    Le Laus ha un altro anello di fondo, con un alberghetto permanente + una famiglia che pratica pastorizia ed agricoltura dove compro le patate.

    L’attività turistica invernale é saltuaria, durante le vacanze invernali lungo la giornata é pieno di turisti che la sera rientrano. Cordialmente,

    GALLY LUIGI

  4. 32
    paolo panzeri says:

    Carlo, allora speriamo che arrivi una nuova era glaciale con tanta neve in basso e troppa in alto per poter costruire impianti di salita. Non si riesce, la Natura deve intervenire direttamente, noi non siamo capaci di capirLa.

  5. 31
    Carlo Crovella says:

    No, no, non confondo i luoghi, stai pure traquillo. Io facevo riferimento proprio a Cervières, perchè era uscito uno speciale su RdM negli anni ’70, con riferimento alla scelta controcorrente. L’ultima volta che ci sono stato per fare una gita ho visto che il Foyer era ancora attivo, con un sacco di gente.

    Cmq anche Nevache è un ottimo esempio di turismo alternativo, anzi con riferimento all’attualità è ancora più calzante e ti ringrazio di averlo citato (dimostrazione che si può fare turismo alternativo a poca distanza dalle megastazioni).

    Circa Cervières e il suo spopolamento, mi è veuto in mente  che può darsi che gli operatori del Foyer si siano trasferiti a vivere a Briancon, considerato che ci sono 20 min di distanza.

    In ogni caso, la polemica è sterile, perchè io non sto sostenendo (vedasi interventi sottostanti) che vanno smonate le stazioni sciistiche esistenti.

    Sostengo, invece, che a questo punto non ne vanno costruite di nuove (e che non vanno ampliate le esistenti), per lasciare adeguato spazio anche a chi ama il turismo alterativo.

    Nevache, la Val Maira nel cuneese, le vallate aostane del Gran Paradiso dimostrano che non è necessario impiatare nuove stazioni.

    Saluti a tutti.

  6. 30
    LUIGI GALLY says:

    Probabilmente Carlo Crovella confonde Nevache con Cervières. Nevache e la sua Valle si dedicano a  un turismo alternativo, sci di fondo, sci alpinismo e alpinismo.

    In questo quadro ho dato una mano anche io , aprendo con Gerarde Fiaschi delle vie all’Eguille de Querellin, vie moderne finanziate dal C.A.F.

    LUIGI GALLY

  7. 29
    Carlo Crovella says:

    In effetti sono due/tre anni che non metto piede a Cervières, ma l’ultima volta ho ancora visto il Foyer molto attivo, per cui non mi riconosco perfettamente in quello che dice Gally, che però vive in zona…. In ogni caso, visto che ci sono gli impianti che affollano l’altra vallata di Briancon, non mi pare sbagliato che si lascino spazi a chi desidera un altro tipo di montagna.

  8. 28
    LUIGI GALLY says:

    Vivo a Briançon e pratico giornalmente, salute permettendo lo sci da pista e alpinismo.Preciso a Carlo Crovella che Cervières é diventato il paesino piu’ povero del Briançonnais, ci sono due o tre famiglie che vivono tutto l’anno e l’unica attività é la coltura delle patate

    A Serre Chevalier Vallé gli impianti danno lavoro a 800 persone nel periodo invernale, le presenze  giornaliere sugli impianti sono mediamente 15000/20000 a 50euro a persona. Grazie anche al turismo all’ospedale di Briançon lavorano circa 30 medici Italiani. Vi sono guide alpine, architetti, operai italiani che lavorano qui.Un tempo il B. era cosiderata la zona piu’ povera e periferica di Francia l’equivalente della nostra Basilicata o Calabria.

    Saluti cordiali a tutti,

    GALLY LUIGI

     

     

  9. 27
    Daniele Pigoni says:

    Lo sci da pista sta in piedi perchè è un mercato drogato. Vorrei che i comprensori sciistici pagassero la corrente elettrica come qualsiasi altro piccolo artigiano che lavora, pagassero l’acqua che usano per quallo che vale, spendessero realmente soldi loro per i riprinstini ambientali quando gli impianti vengono dismessi. Purtroppo questi costi vengono ripartiti sulle tasche pubbliche. Non so in giro, ma almeno qui in zona Dolomiti, dove @Alberto Bonino giustamente dice che gli impianti sono all’avanguardia, lo sono perchè vengono usati i soldi di tutti. Capace anche io di fare l’imprenditore se poi arriva il pubblico a ripianare i miei debiti, a pagarmi la bolletta, ecc. ecc.!!!

  10. 26
    Carlo Crovella says:

    Caro alberto bonino, si vede ce non leggiattentamente tutti i commenti degli altri. Ho già scritto in due momenti diversi (commenti n. 9 e n. 16) che si può alimentare l’economia montana senza bisogno di costruire nuove stazioni sciistiche. Non dico che si debbono smotare quelle esistenti, ma dico che non si deve espandere ulteriormente lo spazio “imbullonato” da cavi, pali e cemento. E i residenti possono vivere bene lo stesso. Gli esempi che ho già citato (vedi sotto) lo confermano senza discussioni. Avendo constatato con mano i citati esempi, affermo che io vivo nella realtà molto più di chi sogna nuovi impianti ogni anno.

  11. 25
  12. 24
    Giacomo G says:

    Alberto Bonino:

    Nelle Dolomiti non ci sarebbe davvero alcuna giustificazione di tipo economico all’espansione degli impianti. Puro delirio, non so per gusto polemico o mania compulsiva… Se non ci vedi un crimine, siamo su binari talmente distanti che non si capisce perche’ vuoi partecipare alla discussione.

  13. 23
    Alberto Benassi says:

    “ma non potete impedire l’espansione delle stazioni sciistiche”

    questo lo dici te!!

     

    mica tutti sono disposti a porgere l’altra guancia.

  14. 22
    Alberto Bonino says:

    Molti di voi vivono in un mondo fuori della rwaltà. Io son contento di vivere nel mondo reale. Mi piace lo sci lo apprezzo, vado a sciare, una quindicina di giornate all’anno, nelle Dolomiti, un paradiso per lo sci, impianti moderni e comodi, piste bellissime, novità ogni anno. Questo chiede il mercato e questo si da. Voi andate con le pelli, liberissimi, ci mancherebbe, ma non potete impedire l’espansione delle stazioni sciistiche, anche perchè la vostra economica è pari a zero.

  15. 21
    paolo panzeri says:

    Alberto, sono gialle e nere, sono out, e con i lacci e i tiranti che hanno non si riesce a montarle bene sugli sci moderni …. in più ballano perchè non si possono incollare nemmeno un po’ e con la neve marcia diventano delle zoccole mostruose. 🙂

  16. 20
    Alberto Benassi says:

    Paolo non esagerare con le pelli di foca… è roba da radicalchic.

  17. 19
    paolo panzeri says:

    A Selvino propongono e magari costruiranno una pista sotterranea con parete di ghiaccio annessa per i cascatisti …. da usare tutto l’anno come negli Emirati. Ma erano anni che qua intorno non c’era neve e magari ci ripensano. Qui i giornalieri costano 30-40 euro e mi sembra un bel prezzo. Io però scio pochissimo e da anni se lo faccio vado o in Dolomiti sulle piste o in giro con le pelli (sempre due, ma non più di foca).

  18. 18
    Alberto Benassi says:

    “Sia in settimana che durante le vacanze di scuola. Beh mi pare tutt’altro che in crisi! Posteggi strapieni, code ovunque e atmosfera satura di gente.”

    Bene non c’è crisi nello sci da pista. Sono contento per loro: Operatori e sciatori pistaioli.

    Ma proprio per questo. Che bisogno c’è allora di pretendere di invadere zone di territorio ancora libere?

    Chi vuole sciare su pista, stia sulle piste che ci sono. Vada a farsi le sue belle mangiate nei ristoranti sulle piste. I suo bagni termali. Ect. Ect. Di tutto questo ce ne è d’avanzo.

    Agli altri si lasci la possibilità di vivere la natura senza piste e  tralicci.

    Invece NO! Si vuole anche questi territori. La legge del più forte impone la sua prepotenza.

  19. 17
    Carlo Crovella says:

    Grande Capo,

    visto che spesso recuperi articoli dalla Rivista della Montagna (RdM), molto belli tra l’altro, sarebbe interessante pubblicare lo speciale che fu pubblicato su RdM a metà anni ’70 (cito a memoria). Riguardava la scelta, allora decisamente controcorrente (eravamo nel pieno delle costruzioni di nuove stazioni, con condomini a schiera, insomma cemento ovunque) dai residenti del paesino di Cervières, presso Briancon, poco oltre il confine italo-francese. Già allora la comunità rifiutò l’ipotesi dell’ennesima stazione sciistica (che in prospettiva avrebbe potuto collegarsi con le altre intorno a Briancon) e puntarono tutto sullo sci da fondo, con km e km di piste ed un Foyer nuovo di zecca (unica costruzine), che ancora oggi funziona e che, nel corso di questi ultimi decenni, funziona anche da punto di appoggio per tutte quelle attività di outdoor che coprono ormai tutte le stagioni. In sintesi con questo esempio (e i precedenti, vedi commento n. 9), io sostengo che non è necessario costruire nuove stazioni di sci da pista per alimentare l’economia montana, anzi… Ben altre sono le esigenze del pubblico, esigenze oggi consolidate dal nuovo corso del turismo rispettoso e slow, e di cavi e cemento ne abbiamo tutti fin sopra ai capelli…

  20. 16
    luigi says:

    ho preso qualche link, sono tutti siti gioralistici (tranne “il giornale”). Indicano comunque il trend che prosegue da qualche anno e che evidenzia la difficoltà, almeno in italia, dello sci su pista; molti dicono anche che come antidoto a tale crisi le società stanno investendo con nuovi impianti e piste. tralasciando natale capodanno e qualche festività locale,  le piste fanno il tutto esaurito solo qualche weekend, le settimane bianche sono un ricordo o un lusso che possono permettersi solo i ricconi italiani o i russi, la neve purtroppo cade  un anno si e 3 no, noleggi skipass e lezioni di maestri hanno prezzi esorbitanti… io vado a sciare 2-3giorni all’anno in pista, se posso scelgo stazioni “minori” con pochi impianti, pochi “vip” e molta più autenticità. ma di sicuro la classe media non scia più, quantitativamente  parlando,come una volta, molti preferiscono una ciaspolata o mettere le pelli, sia per un discorso di soldi ma anche di piacere di fare un’esperienza autentica, nella natura e non a gardaland, tra code, costi, urla, schiamazzi, odore di gas di scarico nei parcheggi  ed edilizia selvaggia. non critico chi scia solo in pista, ma dico che i loro spazi li hanno già e che non è buttando del cemento e acciaio ovunque che ci si riprende dalla crisi.

    http://www.ilgiornale.it/news/interni/costano-molto-e-sullaffitto-tante-promozioni-963899.html

    http://www1.adnkronos.com/IGN/Sostenibilita/Risorse/Con-i-cambiamenti-climatici-sci-in-crisi-aumentano-i-costi-di-gestione_314228322770.html

    https://www.laprovinciadisondrio.it/stories/Economia/sci-in-crisi-una-nuova-strategia_1220073_11/

    https://www.tio.ch/finanza/consumi-e-risparmi/1056415/sport-invernali-in-crisi–vendite-di-sci-dimezzate-in-trent-anni

    http://www.sciaremag.it/attualita-sci/andamento-turistico-in-forte-crisi/

    https://www.ilpost.it/2016/03/09/la-crisi-mondiale-snowboard/

  21. 15
    Giacomo G says:

    @luigi

    ci sono dati credibili sulla crisi dello sci di pista? Lo chiedo non per polemica, visto che in questo caso “ci sarebbe meno da preoccuparsi” in relazione a quanto scritto sull’articolo. Io vado in pista 3-4 volte all’anno ( Alta Savoia e Svizzera occidentale), per accompagnare i miei bimbi. Sia in settimana che durante le vacanze di scuola. Beh mi pare tutt’altro che in crisi! Posteggi strapieni, code ovunque e atmosfera satura di gente. Il fatto che i marchi di articoli sportivi producano materiale per l’off piste non e’ indicativo in quanto in generale la domanda di outdoor e’ in espansione… Non so , pensare ( sperare ) che la conversione ad un turismo con meno infrastrutture sia iniziata mi pare irrealistico.

  22. 14
    luigi says:

    @alberto bonino, per tua informazione lo sci in pista è in crisi nera e lo dimostra il fatto che tutti i marchi storici si sono messi a fare sci scarponi e attacchi da scialpinismo, le stazioni sciistiche sono in perdita perenne e (sopra)vivono grazie contributi statali a pioggia, e come noto io quel giorno o due che vado a sciare in pista,  se non ci fossero russi polacchi e altri dell’est ricchi, la situazione sarebbe ancor più drammatica. lo sci in pista è divertente, ma penso che di impianti e piste ce ne sono a sufficienza, l’economia sta dimostrando che il turismo slow è sempre più economicamente competitivo mentre parlando di modello austriaco, si dismettono sempre più impianti e si dedicano questi spazi alle discipline outdoor. il mondo della montagna non finisce a sestriere o madonna di campiglio… anzi inizia proprio fuori dai posti “in”

  23. 13
    Alberto Benassi says:

    Sig. Alberto Bonino. Che ce ne frega a noi del Sig. Cognetti e del suo libro? Non è mica lui e il suo pensiero che fanno la differenza.

    A noi interessa che gli ultimi (pochissimi) territori ancora con un pò di natura vengano salvaguardati.

    Di km. di cavi, plinti di cemento, tralicci e costruzioni varie ce ne sono anche troppi.

    Volete TUTTO ?

    Quando poi avrete consumato TUTTO quello che c’è da prendere, snaturando completamemente il territorio, sia ambientalmente che culturalmente,  cosa farete? Cosa vi inventerete?

  24. 12
    Giovanni Tafuro says:

    Quando da viaggiatore diventi turista ciò di cui stai godendo è solo uno spettacolo montato ad arte. Questo succede sulle Alpi, sugli Appennini o al mitico “mare”.
    Da facebook, 7 marzo ore 21.44

  25. 11
    Alberto Bonino says:

    Sig, Corrado de Francesco, chi vitupera il collegamento Cervinia champoluc è come il radicalchic, cognetti, scrittore banale,il libro 8 montagne vale poco, dice di non fare ilcollegamento. poi ha comprato una baita in mezzo alle piste a Estoul dsopra Brusson e si lamenta dei gatti che battono. Una montagna la sua, povera che purtroppo non da nulla, io non sono per il cemento ma per l’architettura integrata, modello austriaco, impianti e benessere. Una palla chi dice che il mercato dello sci è in crisi, le presenze aumentano, quelli delli pelli e del freeride, liberissimi di farlo sono persone che non danno utili, consumano nulla e rendono poco, poi bisogna andare a salvarli quando escono anche quando non dovrebbero.

  26. 10
    paolo panzeri says:

    Senza una visione di lungo periodo del “che fare” si continua a litigare sulle impostazioni e le realizzazioni o sono di breve durata o creano scompensi.

    Dato che viviamo nel benessere, checchè se ne dica, non siamo interessati ad un  futuro più lontano del nostro naso.

    Adesso vedremo se i nuovi giovani giunti al potere riusciranno a cambiare la mentalità della società, ma io penso che senza un ridimensionamento del benessere, e non un innalzamento, non riusciranno a modificare granché.

  27. 9
    Carlo Crovella says:

    Ciao, concordo anche io con quanto scritto da Alberto Paleari. Mi viene in mente che i residenti nelle valli valdostane, che rientrano nel Parco del Gran Paradiso, trent’anni o quarat’anni fa protestavano perchè le valli a Nord avevano la libertà di costruire mega stazioni sciistiche (Cervinia etc) e loro erano invece condannati alla povertà….

    Da frequetatore di tali  valli io sono felicissimo che il Parco abbia tutelato quei luoghi (per i suoi fini istituzionali), ma ho registrato che anche le nuove generazioni di residenti la pensano diversamente rspetto ai loro padri e oggi sono complessivamente felici di poter puntare su un turismo più consapevole e rispettoso della natura (a seconda della stagione: MTB, ciaspole, gite in sci, paseggiate a cavallo, trekking, etc). E’ un turismo che attira moltissimo gli europei del Centro Nord (austriaci, tedeschi, olandesi, etc), ma non sono pochi i turisti italiani che lo prediligono, anzi… sono in netto aumento…

    Lo stesso dicasi per altre vallate piementesi, cito ad esempio la Val Maira nel cuneese, dove negli ultimi 10-15 anni circa sono state riattivate molte delle “locande” andate in rovina, location che stanno letteralmente acquistando una fama internazionale (fra i turisti del Centro Nord Europa), sia per la gradevezza del soggiorno, sia per le attività che si possono svolgere intorno ad esse e che si inseriscono in un turismo rispettoso e “slow”…

    Ciao!

  28. 8
    AndreaD says:

    Ho trovato l’articolo molto interessante. Da semplice appassionato sono d’accordo con il commento di Alberto Paleari.

  29. 7
    Giancarlo Venturini says:

    Una lettura.che fa riflettere. !!

  30. 6
    luigi says:

    alberto, il cemento a tutti i costi è una soluzione anacronistica che non va incontro alle necessità di tutela e salvaguardia dell’ambiente, io per primo non sopporto i “contro a tutti i costi” e i fighetti radical-chic con le braghe montura, ma qui è diverso. e visto che la mettiamo sul piano economico, come forse ti sarai accorto se frequenti la montagna (che, per inciso,  in italia va dal nord tedescofono alla sicilia)  le attività che “tirano” sono sempre più quelle  delle pelli di foca, del freeride, delle ciaspole, delle  cascate di ghiaccio ecc. il mercato dello sci da pista è in crisi nera ormai da anni, un po’ per la neve che si fa spesso timida, ma anche per una questione di prezzi e  di gusti del pubblico.  è come investire in un’azienda di fax nell’era del web 5.0

  31. 5

    Alberto Senza Cognome stai calmo e non starnazzare. Lo sci di pista con la neve dei cannoni che ti piace tanto non te lo toglie nessuno. Il problema è non togliere a chi verrà dopo di noi i pochi luoghi non stuprati da tralicci, piste, cannoni e cavi (penso al collegamento Valtournenche-Ayas dal Colle delle Cime bianche).

     

  32. 4
    Alberto Benassi says:

    il problema è questa imprenditoria turistica  vorace ed affamata. Non si accontenta di quello che à. Che è già tanto. No, vuole di più, sempre di più. Vuole anche quelle poche aree che sono rimaste incontaminate. Non capendo (o meglio facendo finta) che quelle aeree di natura, sono un patrimonio da salvaguardare.

    Purtroppo la miopia e l’ingordigia  di certa imprenditoria turistica, appoggiata da altrettanta politica, non ha limiti. Vuole crescere all’infinito e, per fare questo, non guarda in faccia a nulla e a nessuno.

     

    Un radicalchic con le mani callose.

  33. 3
    Alberto Paleari says:

    La risalita con le pelli o anche con le racchette da neve, nei boschi, o su alte montagne, nella natura incontaminata, in grandi spazi, penso che sia qualcosa di molto bello che debba continuare a essere possibile. Penso anche che debbano rimanere le zone dove si fa lo sci da pista,  in modo che ci sia la possibilità per tutti di praticare sia l’una che l’altra attività. Ma quando per esempio lo sci da pista vuole invadere zone a protezione speciale (ZPS) o siti di interesse comunitario (SIC) o parchi regionali (è il caso del progetto di unire con impianti sciistici la località di San Domenico con l’Alpe Devero) allora mi sembra legittimo che noi, (pseudoambientalisti – radicalchic?) diciamo fermamente la nostra opposizione.

  34. 2
    Alberto says:

    Ma possibile che tutto sia negativo per voi? Siete gli alfieri del pauperismo e della decrescita (infelice), siete fuori dal mondo, con tro tutti, ma la volete piantare e lasciare che le persone normali, con lka volontà del fare, diano lavoro e ricchezza? Basta con questi pseudopasmbientalisti e radicalchic, nel nord per fortuna le elezioni vi hanno spazzato via, resta il sud che non vuole operare ma solo essere assistito. La montagna è al nord e quindi voi, oper fortuna, parlate, ma non contate nulla. Lo sci pè bello, è ricchezza, è lavoro, è operosità. Voi cosa proponete,la risalita con le pelli?

  35. 1
    Nicola Pech says:

    Scritto 20 anni fa e da allora nulla è cambiato se non un peggio. Anche le Dolomiti, patrimonio Unesco, sono definitivamente diventate una grande Disneyland. Vuol forse dire che il trend è inarrestabile e conviene farsene una ragione abbandonando ogni velleità di lotta?

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