Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro)

L’Accademico del CAI Pietro Crivellaro ha pubblicato sul Sole 24 Ore del 20 luglio 2014 un articolo che mi ha fatto balzare sulla sedia: Brividi al capolinea. Come al solito, al seguito, le mie considerazioni. Infine, la risposta di Carlo Zanantoni.

Ingredienti principali di questo pezzo giornalistico sono stati due: la serata al Festival di Trento in cui era ospite Alex Honnold e il compito di recensire un manuale di Filippo Gamba, peraltro uscito alla fine dell’anno scorso, Libertà di rischiare. Gestione del rischio in alpinismo, arrampicata e negli sport d’avventura (Versante Sud, Milano, pagg. 232, € 29,50).

Pietro Crivellaro
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Relativamente a questo secondo argomento, Crivellaro si limita a dare al libro il vago giudizio di “ottimo”, riassumendone correttamente il fine, cioè quello di “ribaltare i vecchi criteri della sicurezza in alpinismo, arrampicata e altri sport d’avventura applicando con rigore ingegneristico anche all’outdoor i metodi di “gestione del rischio” adottati in ambito aziendale”. Crivellaro inoltre coglie qualcosa di forse non detto espressamente nel libro, ma lasciato intuire: l’escalation dell’attenzione razionale alla sicurezza al fine di “non destare scandalo nell’opinione pubblica e quindi scongiurare il rischio (!) che il legislatore si intrometta con norme e divieti”.

Dobbiamo dedurre dal punto esclamativo che Crivellaro dia per scontato che il lettore sia della sua idea, cioè che sia giusta e sacrosanta l’invasione della magistratura in uno degli ultimi campi di libertà fisica e culturale.

Quanto al diritto culturale alla libertà Crivellaro ammette che è sacrosanto, poi però si contraddice introducendo il primo argomento, cioè Alex Honnold e i suoi free solo spettacolari. Dopo una spiegazione al popolo di cosa è il free solo, e di quanto in effetti sia pericoloso, il nostro esprime “seri dubbi” sulla liceità di praticarlo, e soprattutto sulla liceità di filmarlo e venderlo (sempre allo stesso popolo).

Alex Honnold
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Per Crivellaro il free solo di Honnold e di altri è “una deliberata follia, una danza macabra”: ma la cosa che più lo sconvolge è la semplicità di questo ragazzo americano, completamente privo della nostra retorica e delle nostre memorie romantiche, Preuss in testa. Perché alla domanda finale «Tua madre e la tua ragazza che dicono del tuo stile?», il nostro Alex No big deal (Alex niente di speciale) risponde ingenuo e laconico «Questo per me non è un problema», provocando gli applausi scroscianti dei più di 850 spettatori.

E’ questa standing ovation a far ribellare Crivellaro, che a quel punto condanna i club alpini che non scoraggiano abbastanza il free solo, condanna i media che non vedono che siamo di fronte a “un moderno gioco gladiatorio” e bacchetta l’opinione pubblica che si lascia cadere in una “rimozione collettiva”, anzi, meglio, si lascia ingannare da una “dissonanza cognitiva” come suggerisce il manuale dell’ingegner Gamba, che però “risulta del tutto inutile di fronte al rischio del free solo”.

E conclude: «Il giovane Alex che vive girando l’America con il suo furgone per arrampicare in free solo come se fosse una necessità naturale non è piuttosto un vistoso caso clinico? la vittima di una dipendenza fenomenale che deve suscitarci più dubbi che ammirazione?».

Alex Honnold sorpassa una cordata mentre in free solo sale il diedro di 5.10d sopra al passo chiave della Regular North Face del Rostrum, Yosemite National Park, California. Nerllo stesso giorno aveva salito in free solo Astroman (5.11c, 300 m). Foto: Asa Firestone
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Considerazioni
La licenza di rischiare, è vero, può portare al free solo, magari anche solo per girare video chiaramente commerciali. Ma siamo o non siamo coscienti di cosa avverrebbe se davvero una pratica così estrema dovesse essere abolita perché impedita, ostacolata dalla società e soprattutto dalla giurisprudenza? Siamo coscienti che se ne inventerebbe un’altra dopo poco tempo? Che la creatività non può in alcun modo essere ostacolata? Possibile che la pratica alpinistica di Pietro Crivellaro, peraltro di grande spessore, non gli suggerisca nulla sul valore interiore dell’esperienza e su ciò che il solitario ha dentro?

Per Crivellaro, con il free solo “l’arrampicata è prossima al capolinea”. Per me e per molti altri è il punto di partenza suggerito dal capolinea stesso. La posizione bigotta di Crivellaro in questo articolo non gli rende giustizia, non s’inquadra con la grande capacità di analisi storica da lui in molte pregevoli occasioni dimostrata.

Il manuale di Filippo Gamba è invece un’oscenità dal punto di vista culturale, perché esclude dalla propria visuale l’intera visione della fragilità e della morte che al contrario ci sono compagne da sempre e per sempre. E con le quali dobbiamo fare i conti ogni giorno, sul lavoro o in vacanza, quando scriviamo o leggiamo, nello sport e in amore.

Il manuale di Gamba è un’operazione chirurgica riuscita solo dal punto di vista clinico, a paziente morto. Senza arricchimenti, senza incertezze, senza vita. Non credo proprio che l’alpinismo di Crivellaro sia nato e fiorito in quella dimensione: sarebbe stato un matrimonio che “non s’ha da fare”.

Risposta di Carlo Zanantoni
Spero che venga data diffusione all’articolo di Crivellaro sul Sole 24 Ore, perché gli alpinisti dovrebbero considererlo con attenzione.
Si tratta, forse al di là delle intenzioni dell’autore, di un contributo alle minacce alla libertà di avventura che nella moderna “società della sicurezza” stanno addensandosi attorno all’alpinismo. Una delle più gravi viene dalla scarsa limpidezza di idee con cui l’uomo della strada – e, ahimè, anche qualche alpinista – affronta il problema della libertà di avventura, caratteristica essenziale dell’alpinismo. C’è solo una differenza apparente fra l’opinione della brava massaia che dice: “bisognerebbe porre freni all’attività alpinistica, insensata e pericolosa” e quello che dice Crivellaro. Leggetelo: “.. diritto ad affrontare senza intralci le incognite della natura selvaggia, come un diritto culturale…Il principio mi sembra sacrosanto, ma quando la licenza di rischiare si spinge alla pratica del free solo mi sorgono seri dubbi… Questo mi sembra una deliberata follia, una danza macabra“.

Sembra che Crivellaro voglia porre una specie di barriera logica fra le salite in completa libera di Alex Honnold e le tante arrampicate solitarie – anche se non sempre in libera totale – che hanno destato ammirazione, e lui probabilmente non ha criticato: da Comici a Bonatti, da Cozzolino a Manolo, da Maestri ad Aste, da Edlinger alla Destivelle, da Ivan Guerini a Marco Anghileri, da Messner ad Alex Huber, ecc.. E in quale categoria classificherà poi il rischio nelle grandi imprese himalyane, per esempio le solitarie di Messner?

Crivellaro ha un buon curriculum alpinistico, è Accademico del CAI, scrive di montagna, commenta libri, è consulente del “24 Ore”per i problemi alpinistici. Dice di sapere che cosa è il rischio in parete. Ma il rischio che correva lui non meritava critiche? L’alpinismo estremo ha motivazioni meno nobili di quello dei più ? Argomento delicatissimo, perché una certa dose di ambizione è caratteristica di tutto l’alpinismo. L’averlo scelto come professione rende forse meno seria e ammirevole la dedizione che il raggiungere l’autocontrollo e il dominio dei proprî mezzi richiesti da salite impegnative richiede? Mi sembra povera logica quella che tende a porre un limite al rischio rispettabile.

È una logica che porta diritto a comportamenti collettivi come quello che portò l’URSS a limitare l’alpinismo a chi poteva esercitarlo ad alto livello, e magari portare gloria alla patria.

Da ultimo Crivellaro solleva un problema fino ad ora non apparso nelle tante critiche all’alpinismo che ho letto; non è apparso perché molto delicato, riguarda rapporti umani, aprirebbe una voragine di considerazioni che vanno al di là dei problemi dell’alpinismo. Mi riferisco allo stupore di Crivellaro rispetto alla risposta data alla domanda: “che dicono tua madre e la tua ragazza dei tuoi comportamenti?” Stupore per la risposta laconica: “non è un problema”. E se ne stupisce? Un risposta sprezzante per una domanda che in un contesto alpinistico può, con buona dose di generosità, essere definita ingenua.

postato il 4 settembre 2014

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Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro) ultima modifica: 2014-09-04T07:30:39+00:00 da Alessandro Gogna

27 thoughts on “Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro)”

  1. 27
    Alberto Benassi says:

    Il problema caro Marco è che per certi… “personaggi”, Honnold è pericoloso perché dà… un cattivo esempio.

  2. 26

    Ma volete lasciar fare alla gente quello che pensa, basta che non leda la libertà altrui e dopo dove sta il problema?
    Honnold è forte, anzi è il più forte attualmente e non penso sia pazzo.
    Scriveva il Greco: “conobbi un solitario forte anzi fortissimo, speravo durasse ma non durò”: speriamo non capiti anche a lui

  3. 25
    Carlo Bonardi - Brescia says:

    Honnold è “eccellente”: deve avere fatto il master alla Bocconi.

  4. 24
    Paola says:

    Alex Honnold ha grandi doti atletiche ed un eccellente equilibrio psico-fisico.
    E’ semplicemente straordinario!
    Certamente una persona come lui con le sue qualità non può accontentarsi di andare in montagna a girare per rifugi e ad ingozzarsi di polenta e funghi.

  5. 23
    Bonardi Carlo - Brescia says:

    Giusto (io l’avevo imparato, + o -, dalle scimmie pelose quando si spulciano tra loro)!

  6. 22
    Massimo bursi says:

    Carlo hai ragione!!! Double check puzza tanto da risk manager… ma continuerò’ a controllare il “groppo” mio e del mio compagno, negli anni e’ stata una cosa utile!

  7. 21
    Carlo Bonardi - Brescia says:

    E’ bastato il “double check”.

  8. 20
    vittorio lega says:

    Il pericolo è inscindibile dall’alpinismo e dal suo fascino, tutti cerchiamo di prepararci a fronteggiarlo nel migliore dei modi ma pretendere di ridurlo con “metodi aziendali” è davvero un obbrobrio. L’alpinismo deve essere libero non perché “ciascuno deve poter fare come gli pare”, sarebbe ingiusto e anche egoista e presterebbe il fianco a chi ci sta addosso con il conto delle spese del soccorso, ma perché è l’ultima delle attività dove si gioca a toglierci di dosso tutte le incrostazioni di civiltà. Queste ci viziano e addormentano la nostra sensibilità primaria, che è quella di una fragilità esistenziale dove la continua esposizione alla morte è una fonte di senso, (l'”essere per la morte” di Heidegger?) e non qualcosa da eliminare. Riguardo a questo trovo un po’ deludente la risposta di Honnold, perché è da lì, dal non toccarsi le palle in modo scaramantico e dal ficcare lo sguardo nell’abisso, che nasce la parte più interessante dell’altrimenti generico, spesso noioso – per non dire pornografico – racconto d’alpinismo.

  9. 19
    Massimo Bursi says:

    Risk Manager io??? cosa te lo fa pensare?

  10. 18
    BONARDI CARLO - BRESCIA says:

    Per me anche Bursi ha del Risk manager.

  11. 17
    Alberto Benassi says:

    Il fatto di essere accademico c’incastra eccome.
    Oltre la fondamento principale di essere un dilettante della montagna. Devono essere fondamenti: l’avventura, il gusto della scoperta, il non vloler eliminare il rischio, il non voler inquadrare l’alpinismo / l’arrampicata dentro regole preconfezionate dettate da qualcuno….se non quelle regole del rispetto storico.

    Al fatto che scriva sul Sole 24 Ore me lo rende poco simpatico….ecchè ci vuoi fare.

    Quanto ai video e per me anche le foto, ” PRECONFEZIONATE!!! ” sulle riviste e siti di montagna sono d’accordo con te.

  12. 16
    Maurizio Oviglia says:

    Agli inizi della mia attività ho fatto molte free solo. Mi piaceva, era eccitante, mi sentivo di farlo. Facili, difficili non importa, perchè il concetto di difficoltà è relativo al proprio livello, come spesso si dimentica. Di certo non filmavo nè fotografavo, perchè allora non si usava, forse per una sorta di pudore. Scrivevo qualche riga, ma solo per il mio diario. Forse un giorno le pubblicherò e allora concettualmente non sarà diverso che farne un video. Per cui non mi sento di condannare Honnold perchè oggi prova a ricavare qualcosa dalla sua attività. Il prossimo passo sarà inviare twit nel mentre si arrampica slegati, e ci sarà chi ancora griderà allo scandalo. In generale, psicanalizzare l’alpinismo, non porta a grandi risultati. E’ una scelta per certi versi irrazionale, è una delle tante pulsioni umane, che va accettata come tale.

  13. 15
    Massimo Bursi says:

    Premetto che sono completamente allineato con l’orientamento di pensiero della banda del GognaBlog sulla massima libertà di espressione dell’arrampicata in free solo non mi è piaciuto l’accanirsi, come lupi in branco, contro Pietro Crivellaro.
    In fin dei conti tutte le solitarie che hanno fatto storie hanno sempre diviso sia l’opinione pubblica che gli alpinisti pensando che forse ci si è spinti troppo in là e che bisogna darsi una regolata: c’è sempre stato chi ha pensato così e chi invece lavorava per preparare una solitaria ancora più sconvolgente.
    Anche Messner era stato definito un aspirante suicida. Quindi ci sta che qualcuno si sottragga alla standing ovation, questa volta è stato Pietro Crivellaro.
    Che poi sia accademico e scriva per il Sole 24 Ore a me sembra che non centri proprio nulla!
    Vorrei invece porre di nuovo l’accento sul ruolo dei video che amplificano l’impresa. I primi video di solitarie che ci hanno fatto sudare le mani sono stati i classici film di Edlinger, ma da allora è stato anno su anno un continuo crescendo. Il video serve è ed funzionale per la solitaria. Ad esempio Hansjorg Auer quando ha fatto il Pesce in solitaria, è stato celebrato, invitato a Trento … ma mancava quel senso di emozione che avrebbe dato la stura ad emozioni, inclusive di mani sudate, o all’opposto ad articoli di esperti, giornalisti, accademici che non ci stanno più con queste evoluzioni ed invocano i divieti.
    A me sembra che oramai con tutti questi video addirittura non abbia più senso parlare di salita a vista quando ti sei visto oramai decine di volte i video della tua salita… ma questo è un altro discorso che esula da Honnold e l’attuale capolinea!
    Ultimo punto che voglio toccare sono le motivazioni di Honnold : a mio avviso la sua risposta alla domanda cosa dice tua madre e la tua ragazza “non è un problema mio” è la classica non risposta molto simile a quella di Mallory perché scali l’Everest? perché è li oppure a quello di Ed Viesturs Perchè vai in montagna? Se me lo chiedi non lo saprai mai…
    E’ difficile spiegare l’egoismo di un solitario, bisogna aprire il proprio io più profondo… meglio tagliar corto con una non-risposta che non ti mette in auto-analisi. Secondo me Honnold è stato astuto non è affatto un sempliciotto superficiale come potrebbe sembrare.

  14. 14
    sandro says:

    PS – Bravo/a all’editor. Non avevo proprio il tempo di lavorare il pezzo. 🙂

  15. 13
    Alberto Benassi says:

    E’ una società sempre più finta, sempre più falsa che vuole sempre più controllare tutto e tutti.

  16. 12

    Caro Marco, come anticipato nella prima riga del mio post, la diplomazia la uso e la considero valida solo nei casi di reale necessità e di estremo interesse collettivo. Se voglio so usarla molto bene, ma in un caso come questo… dov’è la diplomazia di Crivellaro nel suo articolo? Diplomazia non significa evitare parole volgari, quello al massimo può essere buona educazione o magari eleganza (in questo caso mi sfugge il paragone…).
    Il suo è un attacco bello e buono ad una situazione che ovviamente non è per lui comprensibile, prendendo come capro espiatorio un ragazzo che al momento sovrasta tutti in questo stile, e quindi facile bersaglio, anche se come visto, la semplicità che lo contraddistingue, essendo appunto un ragazzo e quindi certamente meno malizioso di un vecchio barbagianni, ha fatto secco il polemico paladino della vita altrui… pensasse un po’ alla sua non sarebbe male…
    Quindi dietro a questo show da rivista di periferia decadente, come ben fa intuire l’articolo, si cela il tentativo di infilare da dietro la porta un business che già sta prendendo piede in vario modo (la sicurezza e le varie regolamentazioni…), giocando insulsamente sul rischio dell’avvento di un altro business, in odore di realizzazione (lo spettacolo mediatizzato del free-solo).
    Leggendo:
    “ribaltare i vecchi criteri della sicurezza in alpinismo, arrampicata e altri sport d’avventura applicando con rigore ingegneristico anche all’outdoor i metodi di “gestione del rischio” adottati in ambito aziendale”;
    non credo si possano intuire altre intenzioni e soprattutto buone intenzioni…

  17. 11
    sandro says:

    Due righe al volo. Ammetto di non aver letto l’articolo di Crivellaro. Lo farò nel pomeriggio. Quanto alla liceità del rischio, se ricordo alcune delle mie salite in montagna [confrontandole alla manciata di free solo che ho fatto, su gradi moderati], non noto poi questa grande differenza.

    In entrambe le situazioni un volo avrebbe avuto esiti simili e non proprio piacevoli. Anche se con la corda e assicurato dal socio su sosta a prova di bomba, con 20 m di corda fuori sul V-V+, su un tiro magari non perfettamente verticale, avoja ad atterrare senza romperti.

    Problematica l’enfasi sulla sicurezza?

    Dipende…

    Forse no, nella misura in cui questa enfasi ricorda a tutti noi che – come scrive il ben più titolato Sandro qui sopra – la morte ci è sempre a fianco.

    Di sicuro sì, nella misura in cui, su questa ombra che ci sussurra da dietro la spalla sinistra, già oscura di per sé, si vorrebbe stendere il velo della dimenticanza ricorrendo alla chimera dell’arrampicata senza rischio.

    Dubito che arriveranno a dichiarare proibiti gli sport cosiddetti estremi, specie l’himalaysmo di massa: bisnis is bisnis.

    E penso che, sotto sotto, ci possa essere una scelta tattica orientata a far diventare ISO 9001 anche l’alpinismo [e quindi ad alimentare il bisnis della sicurezza].
    Vuoi andare in montagna? Caccia i soldi per il patentino, il materiale certificato, il permesso ad accedere all’area x.
    Bisnis is bisnis.

    Però resto dell’idea che l’alpinismo come avventura, come ricerca e contemplazione dell’oltre, sfuggirà per quello che è a ogni tentativo di omologazione, magari se saprà sfuggire alla trappola del selfie coattivo.

    Ok, chiudo e torno a lavorare.
    Bel post.

  18. 10
    Marco Lanzavecchia says:

    Michelazzo come sempre sei un campione della diplomazia… 😉 Però il tema richiamato dall’amico Penotti (Payns) ha qualcosa di vero… il ruolo del gladiatore nell’arena funziona se fa correre un brivido sulla schiena del pubblico guardone… ed in fondo ipotizzare un futuro dove ci sia “mercato” per “snuff movies” in cui arrampicatori cadono e si schiantano sul serio non è così assurdo. Ma insisto: l’arrampicata è un pretesto, il mezzo, non il fine del rapporto gladiatore verso spettatore. Honnold si diverte… è palese… e trova il modo di sostentarsi facendolo invece di chiedere soldi al papà. Respect come si dice. Sulle pulsioni dello spettatore… ovvio che c’è di tutto ed il contrario di tutto. Si dice che quando il torero si spinge nello spazio del toro nell’arena si respiri la tragedia… e che solo il Dominguin degli anni migliori fosse capace di condurre l’intera corrida in quello spazio spettacolare. Honnold affascina perchè scala nello spazio del toro…

  19. 9

    Beh…l’articolo si commenta da solo, ma visto che personalmente non sono atto a diplomazie forzate (ove non ve ne sia una reale e collettivamente positiva necessità), direi che Crivellaro è uno sfigato… sì, sì avete letto bene SFIGATO!
    Accademico ma di che?
    Un personaggio che ci marcia su situazioni d’attualità, che risultano certamente politiche piuttosto che alpinistiche, scrivendo per un pubblico ignaro di ciò che l’alpinismo rappresenta (deve addirittura spiegare ciò che scrive) e ponendo alla gogna (Alessandro qui non c’entr… 🙂 ) uno dei nomi più facili da ricercare nel pianeta virtuale… Un ragazzo che con una frase lo decapita senza nemmeno rendersi conto di ciò che sta facendo perché la sua vita non è quella dello sfigato che lo accusa, cioè business e facili successi mediatici del momento…!
    Chi è Crivellaro? Il nuovo Guru della montagna?
    Patetico ecco come si può definire…
    E non sto neanche a perdere tempo a scrivere statistiche su quanti morti vi siano su semplici sentieri e quanti (ben pochi) nel free-solo…
    L’invidia dello sfigato è evidente come è evidente il suo tentativo di marciarci!
    Come dice bene Alberto sarebbe il caso che desse le dimissioni da qualcosa che non gli appartiene più (o forse non gli è mai appartenuto…) ma credo sia difficile che esprima un gesto così importante… gli sfigati non lo fanno!!!

  20. 8
    Alberto Benassi says:

    per Gabriele Meraviglia:
    “etica contorta”…. nessuno ti obbliga ad andare su vie “vecchie e/o nuove” dove se cadi ti ammazzi. Una via è l’espressione di chi l’ha aperta. Rispecchia la abilità, il suo modo di concepire la scalata, il suo coraggio e le sue paure. Quindi rispettare lo stile della via è rispettare che la prima concepita poi aperta.
    ETICA = RISPETTO . Forse è il rispetto che manca nella società di oggi.
    “vezzo italiano discutere sull’etica” …..Forse si discute perchè in Italia non si rispetta. Mai stato a scalare in inghilterra???

    Per Giuseppe Penotti:
    sulla eccessiva esposizione mediatica sono d’accordo. ma non c’è solo per il free solo. basta guardare sui vari siti si montagna dove vengono pubblicate le prime salite. Mica si mettono le foto dell’effettiva apertura, dove magari il fortissimo arrampicatore è attaccato ad un cliff e dove si vedrebbero quasi sempre dei culi. No! si mettono quelle fatte successivamente, dopo aver provato e riprovato i passaggi. E le foto non sono fatte da amatori ma da cordata di fotografi professionisti, piazzati nei punti strategici. Insomma sono mediaticamente perfette.

    Per Matteo:

    posso solo concordare con te. Guarda caso Crivellaro scrive per il Sole 24 Ore…..e per questo giornale il PIL è Dio Onnipotente.

  21. 7
    matteo says:

    Io dissentirei da Crivellaro più che altro per un motivo sociologico, più che alpinistico.
    Semplicemente perché la sua posizione mi pare esprima esattamente il mondo che non voglio.
    In generale e non solo in campo alpinistico.
    Io voglio un mondo in cui chiunque possa fare tutto quello che vuole, senza che nessuno possa dirgli cosa può e cosa non può, cosa è giusto e cosa sbagliato e in cui si proibisca solo ciò che danneggia gli altri.
    Purtroppo pare che il mondo in generale stia andando al contrario.
    Se oggi si proibisse il free solo, domani con le medesime ragioni si potrebbe proibire l’alpinismo estremo o l’himalayaismo, per poi passare all’apertura di nuove vie o all’arrampicata su vie non spittate. Magari per giungere ad imporre un’apposita patente per qualunque attività al di fuori delle zone gestite dalle autorità deputate alla salute pubblica e al benessere.
    Così saremo tutti belli omologati e facilmente raggiungibili da chi, avendo a cuore il nostro vero interesse, ci deve fornire tutto ciò che serve per uno svago sano e responsabile.
    Al massimo (e solo per i casi peggiori) si potrà permettere l’andare in montagna sotto la tutela di seri professionisti e a pagamento.
    Così anche questa nostra folle devianza finalmente potrà servire all’onnipotente Dio PIL!

  22. 6
    Giuseppe Penotti says:

    Premesso che approvo e sono in piena sintonia con il post di Gogna e i commenti di Benassi, e sopratutto Marco Lanzavecchia; su una piccola, piccolissima parte concordo con Crivellaro. Egli afferma testuale: “…se la licenza di rischiare porta al free solo sistematico solo per girare dei video, temo che l’evoluzione dell’arrampicata sia prossima al suo capolinea…”
    Quindi egli non condanna o critica il free solo tout cort ma solo la sua eccessiva esposizione mediatica.
    Chiunque abbia mai arrampicato o fatto alpinismo ha passato un momento in cui l’impulso di salire da solo e slegato . Alcuni hanno seguito questo impulso, altri l’hanno soffocato, è una pratica intima che ha sempre contraddistinto l’alpinismo. Credo che Crivellaro di questo sia ben consapevole.

  23. 5
    gabriele meraviglia says:

    Ho sempre desiderato nel mio piccolo di fare free solo ma non ne ho avuto il coraggio e nemmeno le capacità. Mi capita ancora di aver paura legato, dopo tanti anni, figuriamoci slegato. Bonatti, Maestri, Messner, Casarotto, Pedrini, Manolo, ecc, un sacco di alpinisti insomma in solo, magari autoassicurati, per quanto può valere l’autoassicurazione, ma in solo. Ci sono ancora un sacco di vie dove, anche da legato, se cadi sei morto. Un sacco di etica contorta, per mettere spit o chiodi sulle vie storiche, poi in cima ti trovi croci di 4 metri. E’ un vezzo italiano quello di discutere sull’etica, poi volano elicotteri che ti portano in cima e tu scendi con gli sci, oppure motoslitte sui percorsi invernali.

  24. 4
    Bonardi Carlo - Brescia says:

    Ciao Marco, sono proprio io.
    Per fortuna ci sono ancora certi vecchi!

  25. 3
    Marco Lanzavecchia says:

    Il Carlo Bonardi che conoscevo io? Che ci ho fatto insieme, mi pare ad esempio, la Barbara al Colodri? Se sì saluti dalla notte dei tempi. A me Honnold è simpatico e poi ha una bellissima voce… Che giustamente se ne freghi di quello che gli altri dicono. Secondo me si diverte. Magari schiatterà giovane ma non si sarà annoiato molto. E poi tutti prima o poi schiattano. Che ognuno faccia un po’ quello che gli pare. Ho fatto qualcosina (di infimo ovviamente) in free solo da ragazzetto. Ero incosciente, ovvio, ma chi non lo è? Lo farei ancora? No. Come non farei ripido con gli sci, perchè a quasi sessant’anni riflessi, prestanza e prontezza sono solo dei ricordi. Sono contento di averlo fatto? Sì. E mi ero divertito. E sono tutt’ora convinto che ho rischiato di più in giro in auto per lavoro che in quelle occasioni. Ma anche se non fosse così siamo o non siamo padroni della nostra vita? Ogni “laico” nel senso lato del termine, non può che rispondere affermativamente.

  26. 2
    Bonardi Carlo - Brescia says:

    Gogna ora ci inquadra esattamente il tema della differenza concettuale tra pericolo e rischio: gli alpinisti in genere si limitano a trasmettersi il nuovo verbo della “gestione del rischio”, del quale non hanno ancora percepito la portata, per loro negativa.
    *
    Il libro di Gamba ancora non sono riuscito a leggerlo, prima o poi mi ci violenterò, ma penso di avere già capito da prima che fosse prodotto.
    Nella riportata opinione Crivellaro sembra Roger Abravanel; vedendo che scrive per il Sole 24 Ore, se ne ha la conferma.
    Importante è non farsi prendere in giro.

  27. 1
    Alberto Benassi says:

    Vorrei domandare a Crivellaro che senso ha per lui essere accademico? Perchè è voluto diventare accademico?
    Nella sua critica all’alpinismo/arrampicata in “free solo” non c’ è nulla dello “Spirito accademico” caratteristica fontamentale per essere accademici.
    Quindi se fossi in lui, sarebbe bene che desse le dimissioni visto che il senso di avventura e di libertà, basi fontamentali per essere alpinisti accademici, non gli appartengono più!

    L’arrampicata in free solo è pericolosa, molto pericolosa, su questo non ci sono dubbi. Ma come dimostra il recente incidente avvenuto sul monte Disgrazia a 4 persone tutte legate insieme!! quindi non in free solo, l’alpinismo in generale è pericoloso. Forse se fossero state in “free solo” non ci sarebbero stati 4 morti.

    Il pericolo, l’avventura, la liberta di pratica sono il sale dell’alpinismo. E’ veramente incredibile che sia un accademico che mette in dubbio questi fondamenti.

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