Un nuovo risveglio. Appunti all’ossigeno

Un nuovo risveglio. Appunti all’ossigeno
di Federico Amanzio
(già pubblicato su http://www.verticales.it/news/cultura/un-risveglio-appunti-allossigeno/ il 27 febbraio 2017)

“Occorre far capire alle persone il rispetto verso la montagna”.
“Bisogna immedesimarsi nel suo aspro ambiente naturale”.
Quante volte non si sono sentiti questi slogan?

Questa specie di etica della montagna sembra oggi la cifra che i teorici delle alture propongono imprescindibilmente a coloro che entrano in contatto con il mondo verticale. Al turista, occasionale o non, spetterebbe bene ascoltare e riflettere sul corretto comportamento da tenere in questi luoghi così difficili e così fragili, e tanto diversi dall’ambiente urbano della pianura. E ricordarsi, all’occorrenza, che l’idea di un approccio umano alla montagna, dove tanta importanza è data al corretto rapporto con la natura, non è retorica dell’ultim’ora.

L’altare sciamanico a Vetan, Saint Pierre, Valle d’Aosta

Già negli anni Settanta era nata in Valle Orco, nel contesto del Parco Nazionale del Gran Paradiso, il fenomeno del Nuovo Mattino sotto l’egida di Gian Piero Motti. Così i paesaggi alpestri piemontesi o la Val di Mello, in provincia di Sondrio, non furono più attraversati solo da ruvidi e taciturni montanari, ma anche da giovani hippies magri e seminudi con la testa infarcita di filosofie orientali e degli scritti più noti dei teorici della beat generation, da Sulla strada di Jack Kerouac a Juboxe all’idrogeno di Allen Ginsberg. L’interessante di queste esperienze era che l’idea della rivoluzione venne convogliata nel rapporto alpinistico del sotto col sopra, del micro e del macro cosmo, dando vita a vie sulla roccia, che nella Val di Mello presero nomi mistici come Scoglio delle metamorfosi, Kundalini, Oceano irrazionale.

Tibet? No, Valle d’Aosta, bandierine del rifugio Mantova

Si trattava di un’arrampicata nuova, nata da una nuova filosofia di vita. Come ci ricorda Marco Albino Ferrari in Alpi segrete, queste ascese non erano spettacolari per l’altezza, ma presupponevano un equilibrio e una tensione del corpo in cui solo una mente calma e concentrata poteva determinare il giusto movimento. Tale concentrazione prescindeva dalla mera forza muscolare ed era necessaria perché quei ragazzi arrampicavano senza chiodi di protezione per portare su un’ascesa eticamente pulita. Se la parete diventava impossibile non piantavano chiodi a pressione, semplicemente si tornava giù.

La Grivola

Questa cultura misticheggiante ed esoterica, sbrindellata, giovane e pseudo sciamanica seppe reinventare il modo di vivere la montagna. Lo fece partendo non dai materiali o dal richiamo di mete altisonanti (queste semmai vengono dopo), ma da un corretto atteggiamento mentale volto alla fusione dell’uomo con la natura, dove l’arrampicata, o il trekking domenicale di chi vive in città, non sono scopi, ma mezzi per “star dentro” la natura.

Così il messaggio che ci lasciarono i giovani del Nuovo Mattino e tutti gli “hippies montanari” di quegli anni fu semplice e audace come la loro vita. Per loro poteva essere più gratificante arrampicare su di un masso di sei metri (o non arrampicare affatto) piuttosto che su una parete di seicento; e per noi? Una camminata rinunciando all’auto, e magari all’assillo dello smartphone e dei social, può valere una cima?

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Un nuovo risveglio. Appunti all’ossigeno ultima modifica: 2017-05-11T05:32:43+00:00 da Alessandro Gogna

12 thoughts on “Un nuovo risveglio. Appunti all’ossigeno”

  1. Sono d’accordo!
    Siamo della stessa opinione e pareva invece che cosí non fosse.

  2. Fabio, secondo me ha torto chi critica l’alpinismo classico (anche perchè bisognerebbe prima definirlo). Quella di “Nuovo mattino” può essere vista come una proposta tra le tante. Chi vuol farsi un’idea storica potrà approfondire libri specifici: e lì potrai convenire che ci sono miserie e nobiltà sia tra gli “hippies” che tra i classici.
    Alla fine l’idea di fondo è proporre (attraverso le immagini di “sassisti” e rocciatori) un’alternativa alla “classica” (ahimé) mentalità “mordi e fuggi” del turista cittadino, col rischio di ridurre il particolare ambiente montano ad un’estensione della città. La città dove purtroppo spesso la legge del “tutto e subito” sembra applicarsi anche all’ambiente naturale. Penso che la molteplicità degli approcci interpretativi alla montagna, la arricchiscano, a beneficio di tutti.

  3. Vi riporto un estratto dalla guida “Val di Mello – 9000 metri sopra i prati” di Paolo Masa e Jacopo Merizzi. Il brano si riallaccia al mio precedente commento.
    “[…] due anni dopo Ivan [Guerini] decise di realizzare il suo sogno e il 2 luglio del 1977 in compagnia di Mario Villa tracciò una via meravigliosa chiamata “Oceano Irrazionale”. […] La retorica delle belle favole suggerirebbe di tacere i penosi risvolti di questa prima salita, ma il gusto del pettegolezzo supera in questo momento la nostra volontà. Lo stesso giorno della prima ascensione anche Antonio Boscacci e Jacopo Merizzi salirono sul “Precipizio”, provenienti dalla parte bassa (L’Altare) dove avevano tracciato la via “Il Cerchio di Gesso”, dopo un bivacco proseguirono seguendo a pochi metri di distanza i primi salitori. Amici da sempre, Antonio, Jacopo, Ivan e Mario, da quel momento non lo furono più per lungo tempo, oscuri retaggi di alpinismo classico e di assurda competizione impedirono loro di unirsi nel gioco. Da questa esperienza, che di certo non fa onore ai padri del sassismo, emerse un’altrettanto squallida polemica sulle difficoltà della via e sul nome della struttura. Per Ivan e Mario quest’ultima rimaneva il Precipizio degli Asteroidi, per Jacopo e Antonio avrebbe dovuto chiamarsi con nome più casereccio: Abisso. Dopo vari e reciproci interventi, a volte minacciosi ed altri provocanti, sulla tanto vituperata stampa alpinistica, le parti giunsero ad un compromesso: per “Abisso” si sarebbe d’ora in avanti inteso l’insieme della struttura, “Precipizio”, avrebbe indicato solo la parte superiore, “Altare” invece si sarebbe chiamata la parte bassa. Fortunatamente la roccia è più solida della mente umana […].”
    Il brano si trova anche in http://www.sassbaloss.com/pagine/uscite/mello11/mello11.htm
    … … …
    Non ho assolutamente nulla contro i sassisti. C’è posto anche per loro.
    Però sono stanco della continua denigrazione nei confronti dell’alpinismo classico.
    I sassisti e gli alpinisti vanno giudicati per ciò che fanno, e non in base ai nostri pregiudizi.
    Questo vale per chiunque.

  4. Il fatto che le montagne siano spazi di libertà, non credo che significhi che ognuno possa piantarci quel che gli pare… E’ bastato un Buddha sul Badile per scatenare un putiferio… Figurati se io ci piantassi il busto di Putin solo perché a me piace…
    Quanto ai libertari, la vicenda del Buddha-sul-Badile dimostra invece che i più oltranzisti e censori sono i “cattolici” (gli stessi che si sono appropriati delle ANCHE mie cime)!

  5. Posso concordare sul nuovo modo di entrare in contatto con la montagna ma, a parte il grande Motti, attenzione a non mitizzare in eccesso il Nuovo Mattino a cui riconosco senz’altro l’apporto innovativo,trasgressivo ,di rottura.
    Riguardo ai simboli indubbiamente alcuni corrono il rishio di stonare perche’ fuori contesto .Ma non ne demonizzo la presenza

  6. Mah… Su decine di cime alpine non ho mai trovato bandiere… Sono soprattutto dove ci sono i rifugi. Ma comunque, se ne piantano qualcuna, che fastidio danno? Mica per apprezzarle bisogna essere esperti mondiali di buddismo tibetano (se fosse, solo i teologi potrebbero piantare una croce su una vetta, e quanti alpinisti lo sono?).
    Quello che è certo, sono i molti atteggiamenti che di libertario hanno solo la facciata.

  7. Aggiunta. A coloro che mettono tutte quelle svolazzanti bandierine, consiglierei di informarsi un po’ sul buddismo tibetano e su come si è imposto nel paese himalayano. Come le croci, non è tutto oro quel luccica…

  8. Non è un problema di essere credenti o atei materialisti ma sono d’accordo con Marco Vegetti. Prima abbiamo riempito le montagne e le vette di croci ora anche di bandierine colorate…

  9. Non entro nel merito, anche se anche per me “vecchio” e “nuovo” di per sé non significano nulla. Ma una cosa mi scoccia: qualcuno mi spiega che legame c’è tra montagne o sassi (italiche) e quelle cavolo di bandierine tibetane/nepalesi? Stanno diventando come croci, spuntano ovunque. Io sono e resto un rozzo ateo materialista. Non mi darebbero fastidio in Nepal o in Tibet (è la loro cultura), ma qui mi disturbano la vista esattamente come croci e madonne. Sono loro il “nuovo”? Bah…

  10. bah….anche Cassin si è avvicinato di nascosto e in silenzio all’attacco della Ovest di Lavaredo per precedere i tedeschi che erano accampati li sotto .

    “….Una camminata rinunciando all’auto, e magari all’assillo dello smartphone e dei social, può valere una cima? ”

    io il cellulare in montagna cerco di portarlo il meno possibuile. E quando qualcuno mi dice: “ma come fai senza? ” Come ho sempre fatto: quando arrivo al rifugio se ho bisogno telefono.

  11. Caro Fabio, questo articolo non voleva essere una disamina critico-storica sul movimento di Nuovo Mattino. Per farlo occorre un lavoro ragionato sulle fonti che tenga conto di tutte le voci, e converrai che non basta dire “ricordo di aver letto a suo tempo che….” per giudicare un movimento! Molto più modestamente, è una riflessione su un certo modo di interpretare la montagna, ponendosi come alternativa all’alpinismo finalizzato soltanto alla vetta. Per cui “l’uomo nuovo” non è il più recente e il più alla moda, ma colui che in montagna “si rinnova” e mette in discussione i suoi stereotipi.
    Saluti

  12. Posso continuare a preferire una parete di seicento metri senza sentirmi in colpa? Grazie.
    … … …
    In quanto al «corretto atteggiamento mentale volto alla fusione dell’uomo con la natura», ricordo di aver letto a suo tempo che l’apertura di Oceano Irrazionale fu costellata di sotterfugi, stratagemmi, partenze antelucane per precedere gli altri pretendenti, sorpassi in parete, discussioni in cordata sul diritto di precedenza e altre amenità.
    Perciò non scriviamo corbellerie , non travisiamo i fatti, non falsifichiamo la storia. La competizione sfrenata esisteva anche nel mondo dei sassisti. Come ben constatò Popi Miotti, il criterio valido per stabilire le gerarchie arrampicatorie non era piú la via Cassin sulla parete nord-est del Pizzo Badile, ma la via Pinco Palla (o quella che preferite) sul Sasso di Remenno.
    Arrampicare sui “sassi” non ha generato di per sé l’«uomo nuovo».
    Il «nuovo» di per sé non è necessariamente positivo, il «vecchio» di per sé non è necessariamente negativo.
    Preferisco di gran lunga uomini – oltre che alpinisti – come Emilio Comici e Giusto Gervasutti a tanti odierni campioni (non tutti, beninteso).

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