Un’altra frontiera da immaginare

Intervista ad Alessandro Gogna
Touring Giovani – Dove sei nato e quando hai iniziato ad arrampicare?
A Genova nel ’46, e a 16 anni, a dispetto dei genitori, mi graffiavo le mani sulle paretine calcaree di Sestri Ponente (oggi distrutte dalle cave). Mi sono iscritto ad ingegneria per accondiscendere a mia nonna, ma io preferivo filosofia o lettere: dopo il liceo scientifico, in quegli anni per accedere a facoltà umanistiche si doveva sostenere un esame di greco proprio nell’agosto della maturità. Ovviamente rinunciai e partii per le vacanze. Fui iscritto all’università per qualche anno, poi abbandonai perché sentivo che non era la mia strada. Ricordo che in quegli anni ogni mio pensiero era orientato a trovare nuove pareti e tracciarvi delle vie sempre più difficili.

La copertina di La Parete
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E così arrivò la fama…
Era la fine del 1967, con l’invernale al Badile la stampa mi scoprì. Va detto che in quegli anni c’era bisogno di eroi e di coraggio e l’opinione pubblica era molto attenta a questo genere di imprese. Oggi, invece, c’è una sorta di idolatria “usa e getta”. Il consumismo è arrivato anche qui. Guarda come tanti personaggi vengono portati sugli altari e poi da tutti dimenticati o peggio gettati nel fango. Eppure anche oggi ci sono gli “eroi”, è solo che sono più nascosti, più confusi tra la gente.

Tra “eroismi” e riconoscimenti: come vivevi il ’68?
In montagna. Allora, nel movimento, o eri operaio o universitario, io non fingevo più di appartenere ai secondi e non ero mai stato tra i primi. A 22 anni ho lasciato la mia famiglia per trasferirmi a Milano, senza un soldo. Vivevo di serate di diapositive e qualche rappresentanza, ma appena possibile andavo a scalare. Nel movimento del ’68 io non c’ero.

E il Nuovo Mattino?
Il Nuovo Mattino è stato un nuovo modo di andare in montagna che potrebbe, un po’ forzando la mano, essere identificato come il ’68 nell’alpinismo. Eravamo un po’ stanchi di quell’aria eroica ed amplificata che caratterizzava il nostro ambiente. Dalla California arrivò il free climbing, che proclamava più rispetto per le pareti e meno infissioni nella roccia. Cercavamo più semplicità e leggerezza nell’andare in montagna: non più pesanti scarponi ma pedule per aderire alla roccia, si andava in Valle dell’Orco e qualcuno, come l’amico Patrick Cordier, si ritirò a fare il pastore in cerca di se stesso. C’era però, ci tengo a dirlo, poco ideologismo, e molta praticità. Il Nuovo Mattino si viveva arrampicando tutto il giorno per poi rimpinzarsi di mirtilli alla base delle pareti. Ma non c’erano “miti indiani” o simili. Per carità, in India ho girato un anno intero nel ’74 con mia moglie, ma non da “hippy”. Il Nuovo Mattino si viveva soprattutto con le mani attaccate al granito. Io andai in California, primo italiano, a fare la Salathe sul Capitan ed il confronto tra la nostra mentalità europea e quella americana fu molto importante.

Patrick Cordier
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Mi ha molto colpito leggendo La Parete il conflitto interno molto umano e coraggioso ed un relativo passaggio dalla “prima linea” ad una posizione più defilata cambiando anche i compagni di cordata. Per intenderci, in quel periodo hai quasi smesso di andare in montagna…
In mezzo ci sono un po’ di spedizioni tra cui il K2. Ho rallentato la mia attività perché sentivo di non avere più gli stimoli per stare là davanti, non mi riconoscevo più in un certo ambiente, cercavo nuove frontiere.

La copertina di 100 Nuovi Mattini
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C’è un libro di Andrea Gobetti Una frontiera da immaginare
Più o meno. Continuavo ad arrampicare, ma stavo riscoprendo anche le montagne meno famose. Iniziavo, cioè, a trovare l’avventura anche nel raggiungere la base di una parete in Sardegna, inventandomi il sentiero e poi la via sulla roccia. È di questo periodo Cento Nuovi Mattini, in cui descrivo cento vie di roccia che ho salito con amici.

Ed oggi? Cosa fai?
Pur essendo guida non esercito, oggi scrivo libri, articoli, tengo conferenze, mi hanno anche chiamato per seguire dei progetti di rispetto dell’ambiente. Ci sono tante sfide aperte. Nelle mie conferenze parlo di Montagna usata o vissuta? proprio per evidenziare come si debba riposizionare il nostro rapporto con l’ambiente. Il 90% delle Alpi è considerato di serie B, zona superflue. Nel ’96 sono partito da Ivrea a piedi per raggiungere il Monte Rosa. È giusto che i giovani siano più attratti dalle pareti vertiginose o dai couloir ghiacciati, ma l’avventura e la bellezza sono anche in tanti altri posti. Dobbiamo ridare dignità all’accessorio, riscoprire con creatività la natura sotto casa. Quando parlo di “Alpinismo del terzo tipo” intendo proprio la riscoperta di una “natura più bassa” ma soprattutto, al di là dell’altitudine, intendo un approccio alla montagna radicalmente diverso da quello odierno e molto più teso alla fusione con la wilderness. Oggi ci sono scalatori che infiggono spit nella roccia in quantità impressionante, anche dove non serve perché in vicinanza di fessure. Spit che resteranno per sempre o che dovranno essere rimossi con grande lavoro e dubbio risultato. Scalatori che chiodano dovunque, magari aprono vie a pochi metri l’una dall’altra. Vogliono solo gesti atletici, mentre la paura di cadere è parte integrante dell’alpinismo. Ci sono valli che si potrebbero chiudere alle macchine gestendo un sistema di trasporto pubblico molto meno inquinante. Ci vorrebbero piani regolatori, studi di fattibilità, formazione degli esercenti ad un turismo pulito. Per non parlare dell’eliturismo e dell’eliski che costringono gli animali a continue fughe oltre a disturbare chi cerca nelle camminate pace e tranquillità.
A dispetto delle proposte dei pieghevoli promozionali o di molte tra le guide alpinistiche, in una mia conferenza ana­lizzo i limiti ed i pericoli dell’“uso” che si fa della montagna e presento una concreta alternativa a tanti luoghi comuni che impe­discono di vivere l’ambiente alpino con rispetto sia della natura che di se stessi. È un’occasione per “entrare” in un alpinismo autentico e può diventare un momento di riflessione su come uno sport, l’alpinismo, possa appassionare e coinvolgere fino a diventare il proprio mestiere.

Nel ’88 con Mountain Wilderness vi siete calati dalla funivia del Monte Bianco per protesta. Lo rifaresti?
Non oggi. Allora era necessario lanciare un messaggio forte e chiaro, ma oggi servono soprattutto gesti quotidiani, esperienze individuali, concrete.

Un augurio?
Che i ragazzi escano da certi schemi con le loro forze e spingano al massimo la creatività positiva che hanno. La vita all’aria aperta aiuta molto a conoscersi, ricordo delle notti appeso in parete con un senso di essere vivo raramente provato altrove. Vorrei sentissero dentro che per vivere la natura bisogna prima di tutto conoscerla ed amarla senza compromessi.

postato il 28 aprile 2014

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Un’altra frontiera da immaginare ultima modifica: 2014-04-28T08:03:36+00:00 da Alessandro Gogna

5 thoughts on “Un’altra frontiera da immaginare”

  1. 5
    Domenico Gandolfo says:

    Alessandro Gogna è vissuto al di fuori degli schemi: è un grande.

  2. 4
    Riccardo says:

    Gogna esprime un pensiero certamente non rivoluzionario, ma di grandissimo buon senso; grazie Alessandro.

  3. 3
    Alberto Benassi says:

    del resto Gogna più che di “ripetizione” ha sempre parlato di “Ricreazione”…

  4. 2
    Karim says:

    “Alpinismo del terzo tipo”, proprio così, bellissimo articolo

  5. 1
    Alberto Benassi says:

    …”nuove frontiere”…

    credo che in queste due parole sia racchiuso l’essere alpinisti. Anche se tutto deve essere fatto nel rispetto della storia e della tradizione.

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