Un’estate, una prima, un amico

A Torino, il 6 agosto 1946, nasceva Gian Piero Motti. Nel settantesimo anniversario pubblichiamo un suo scritto poco conosciuto.

 

Un’estate, una prima, un amico (GPM 008)
di Gian Piero Motti
(dedicato a Guglielmo Rubinetto, pubblicato su Rivista Mensile del CAI, febbraio 1969)

La primavera stava finalmente per cedere il posto all’estate; nell’inverno non avevo realizzato tutti i “grandi” progetti di ogni anno, ma in sostanza non mi potevo lamentare. L’allenamento era proprio a puntino e, con qualche rapida puntata in Dolomiti, ero già riuscito a concretare alcune delle mie più ambite aspirazioni.

Anche il tempo sembrava promettere un’estate se non eccezionale, per lo meno discreta. Un sabato pomeriggio della prima decade di giugno mi vede bighellonare piuttosto imbronciato per le vie centrali della città. E’ proprio una bella giornata di sole, e io devo starmene qui, in città, a fremere di rabbia al solo pensiero che gli amici ora staranno portandosi all’attacco della via Gervasutti al Pic Gaspard.

Non posso fare a meno di maledire lo stupido contrattempo che mi imprigiona in città. Improvvisamente si impossessa della mia mente un’idea un po’ pazza, ma che, malgrado tutto, mi affascina parecchio. È vero, tutti ormai se ne saranno andati, ma uno disposto a seguirmi lo potrei ancora trovare.

Mi precipito al negozio di Ravelli e subito assalgo Michelino Ghirardi con il mio progetto.

«Senti un po’ Michelino, ti interesserebbe la Perego al Valsoera? Bene. Allora domani mattina trovati alle quattro sotto casa mia, bardato di tutto punto; quattro e due sei, e siamo alla diga, sei e due otto, e siamo all’attacco. Semplice, no? Otto e sette quindici, e siamo in vetta. Possiamo rientrare al rifugio per l’ora del tè».

Se Michelino non mi conoscesse bene e non sapesse che ho già salito la Perego due volte, penserebbe senz’altro che io sia stato colpito da un improvviso colpo di calore. Invece, serafico come sempre, commenta:

«Sì, è un po’ un massacro, ma si può fare».

«Molto bene – aggiungo – e poi… e poi voglio dare uno sguardo un po’ a destra. Bene, hai già capito tutto».

Gian Piero Motti sullo sperone Renaud alle Tenailles de Montbrison, 1971
Gian Piero Motti, spigolo Renaud, Tenailles de Montbrison, 1971

 

Proprio così. Chi abbia una certa conoscenza del Becco di Valsoera, avrà notato che la via Perego-Mellano-Cavalieri è un po’ spostata a sinistra rispetto al grande, formidabile spigolo che occupa il settore centrale della parete. E di sguardi a quello spigolo ne erano stati rivolti parecchi, da me, e non solo da me. Ormai il problema era palese, la voce si era diffusa e già si incominciavano a temere certe concorrenze genovesi o forse canavesane.

Quel giorno tutto filò liscio. Liquidammo la Perego in poco più di cinque ore e ci fu data la possibilità di scrutare il nostro problema nei minimi particolari.

La linea ideale di salita era naturalmente lo spigolo, ma il suo superamento ci lasciava alquanto perplessi. Non dico che non si possa salire, ma chi vorrà accingersi all’impresa è bene che si organizzi per svaligiare tutti i negozianti di chiodi (espansione compresi) della città. A noi premeva invece realizzare un itinerario logico e ripetibile, e poi che ci impegnasse al massimo per due giorni e infine che non richiedesse una grande attrezzatura.

Guardando un po’ più a destra, ci affascinò la magnifica Torre Staccata: un monolito di quattrocento metri con placche, tetti, fessure, il tutto su una roccia rossa, compatta e così attraente da far venire l’acquolina in bocca solo a vederla.

Non che la Torre Staccata fosse una scemenzuola; anzi, dato il gran numero di tetti e di strapiombi, ci attendevamo una progressione artificiale per lunghi tratti. Ma in complesso ci appariva più convincente. Restava ancora un punto da chiarire: infatti, giunti in vetta alla Torre Staccata, era necessario superare ancora cento metri di placconi lisci e panciuti che, a un esame da lontano, apparivano piuttosto scoraggianti. Però, se il loro superamento fosse stato possibile, ne sarebbe uscito un itinerario diretto e della massima eleganza.

La domenica successiva, Michelino, salendo l’adiacente via Leonessa, ha modo di studiare a fondo la parete e così di dissipare alcuni dubbi. “Potabili” i cento metri finali, forse arrampicabili anche in libera, un osso piuttosto duro la Torre Staccata, con alcuni tratti risolvibili solo con un esame “in loco”.

Questa fu la sentenza.

Diversi contrattempi ci obbligarono a procrastinare il giorno dell’attacco – con mio gran disappunto, data la temuta concorrenza canavesana. Comunque, tanto per indorare la pillola, riuscii con Ilio Pivano a “rubare” – tra un giorno di pioggia e l’altro – la via Gervasutti al Pic Gugliermina, un itinerario spettacoloso, con un’arrampicata libera di una continuità e di una sostenutezza veramente eccezionali.

Finalmente si presentò l’occasione tanto attesa: due giorni festivi consecutivi, un lasso di tempo che ci permetteva uno o due bivacchi lungo la salita, e quindi tutto il tempo necessario per portarla a termine. Anche le condizioni meteorologiche sembravano favorevoli, e facemmo voti affinché tali volessero restare.

Chi un certo sabato di luglio, a una determinata ora, fosse giunto alla diga del Piantonetto, avrebbe assistito a uno spettacolo inconsueto.

Tre individui, più adatti con il loro abbigliamento a qualche nota località balneare, rovesciavano in terra enormi quantità di chiodi, moschettoni, staffe e corde, e poi, sedutisi in atteggiamento pagano attorno al mucchio, cominciavano a scegliere ora questo, ora quello e stipavano il tutto nei loro miseri sacchi, inadeguati a ricevere tutta quella roba.

Naturalmente uno di loro, con la scusa di essere il capocordata, barava con somma astuzia, prendendo la mazzetta dei chiodi piccoli e sottili, dando il fornello a uno e la pentola all’altro e tenendo i… fiammiferi per sé.

Ma guardiamoli un po’ bene i nostri eroi.

Uno, alto, possente, porta con somma disinvoltura il pesante fardello. È detto… Calimero, ed è niente po’ po’ di meno che… Gian Carlo Grassi. Sarà (come sempre) duramente sbeffeggiato durante tutta la salita, il bivacco e anche la discesa.

L’altro è Guglielmo Rubinetto, l’allievo più forte e più preparato della nostra scuola. Ora incomincia a venire con noi ogni domenica; fisicamente è eccezionale e tecnicamente ci sorprende ogni volta di più. Taciturno, se parla è solo per zittire alquanto rudemente il loquace Gian Carlo che ci subissa con i suoi soliloqui sul sesto, sui chiodi, sugli strapiombi, sulle differenze tra un sesto e un quinto superiore, e con pettegolezzi di ogni sorta, degni della più incallita popolana.

Il terzo diciamo semplicemente che è il sottoscritto.

E Michelino Ghirardi? Tempo!

Si dà il caso che Michelino lavori fino al sabato sera tardi. Ci raggiungerà domani al rifugio alle prime luci.

Qualcosa non funziona, perché queste prime luci saranno poi le sette e mezza; il ritardo però non ci contraria molto, infatti ora siamo tutti e quattro radunati davanti al rifugio indecisi sul da farsi. Soffia un ventaccio antipatico e il cielo è nero come l’inchiostro. Ogni tanto nevischia.

Decidiamo comunque di andare fino all’attacco a vedere. Tra l’altro sono reduce da un’angina piuttosto fastidiosa e tutto questo ventaccio non può farmi che male. Mi riparo alla meglio la gola con un “fularino” di chiffon che ho rubato a mia sorella.

I commenti degli amici non sono trascrivibili…

Il Becco di Valsoera con il tracciato della via della Torre Staccata (via di Guglielmo)
EstatePrimaAmico-20080809161029

Così, passin passetto, sotto leggerissimi sacchi, giungiamo all’attacco. All’improvviso il tempo migliora e ci regala una fredda ma bella giornata di sole. Un po’ di fortuna non guasta mai!

Il punto di attacco è facilmente individuabile. Infatti la fessura che ci sovrasta è la sola che ci dia la speranza di infilarci tra quei tettacci minacciosi. Comunque, per essere la prima lunghezza di corda, non c’è male! Roccia fredda, appigli piccoli e lontani, fessura leggermente strapiombante, tuttavia arrampicata

magnifica ed entusiasmante. In breve giungo sotto i tetti e qui per una buona mezz’ora mi accanisco nel tentativo di superare in libera uno strapiombo che dovrebbe condurmi fuori dai tetti. È solo un passo, ma bisogna vedere come andrebbe a finire se la placca al di sopra fosse priva di appigli… Forse a destra uno strapiombo nero si lascerà piegare in artificiale. Chiodi malsicuri, una staffa appoggiata a uno spuntoncino provvidenziale, un po’ di grugniti, una splendida uscita in libera, e il gioco è fatto; il tutto in una esposizione veramente deliziosa…

Per alcune lunghezze procediamo lungo lo spigolo così raggiunto. Ed è veramente un bell’arrampicare: quasi sempre in libera, su roccia rossa, con pochi appigli, ma franchi e sicuri. Inoltre il terreno ci permette di seguire un itinerario diretto e logico senza deviazioni di particolare importanza.

Negli ultimi centocinquanta metri la torre si raddrizza e si impone il problema del superamento di una fascia di strapiombi con una soluzione elegante e possibilmente in libera. Davanti a me un diedro costituisce il proseguimento più logico e naturale. Salgo lungo il suo fondo, incontro un tettino bonario, due chiodi americani («Guglielmo, mi raccomando il loro recupero…»), una staffa, un entusiasmante tratto in opposizione e sono sotto i tetti. Attraverso a sinistra su una ruvida placca rossastra, un passo delicato per girare lo spigolo e mi accoglie il più favoloso dei terrazzi.

Michelino frattanto attende che Calimero, al comando della seconda cordata, gli porti alcuni cunei che mi saranno utili per superare il tratto seguente.

Ho modo così di starmene un po’ tranquillo, di pensare a chi è sempre dolce pensare in questi istanti, mentre i miei occhi scendono lentamente lungo le rocce, ai prati, fin giù alla macchia azzurra del lago.

Il silenzio è rotto dai secchi comandi, dai colpi di martello, dal tintinnìo dei chiodi appesi alla cintura di chi sale. Sta per cogliermi una punta di melanconia quando la voce di Michelino, in procinto di salire, mi richiama alla realtà.

Una fessura incide un muro liscio e verticale. È il solo punto di passaggio. Ancora chiodi cunei e staffe, ancora tratti in libera con passaggi elegantissimi. Ora, in un diedro che ci obbliga ad alcuni passaggi di forza, conduce Michelino per due lunghezze di corda. Ma Michelino sa il fatto suo e se la cava egregiamente; fin troppo, dal momento che un chiodino o due non avrebbero guastato…

Ancora trenta metri su roccia sempre bella e sempre verticale, e quasi improvvisamente metto piede sulla sommità della Torre Staccata. È già un po’ tardi, un rapido abboccamento con la borraccia, e via di nuovo.

Per ora l’unica possibilità di salita che si presenta negli ultimi cento metri è una fessura verticale dagli appigli piccoli e mal disposti. Attorno non scorgo altro che enormi placche lisce e prive di fessure. La prima parte della fessura è piuttosto secca, poi le cose migliorano fino a un ottimo punto di sosta. Quasi di corsa superiamo le ultime due lunghezze di corda, arrampicando su rocce divertenti e ricoperte da grossi cristalli di quarzo. Gli ultimi facili blocchi ci portano in vetta allo spigolo.

I soliti gesti di sempre, ma che ogni volta assumono un significato intenso e diverso.

È quasi sera, e ancora non è terminata la nostra fatica. Raggiungiamo la via Leonessa e superiamo gli ultimi cento metri che ci separano dalla vetta.

Ora abbiamo proprio finito. Laggiù nelle valli si accendono le luci degli uomini; quassù, in una suggestiva armonia di colori, il sole va spegnendosi in una luce fredda e irreale.

Poi non sono solo più i nostri occhi a brillare di gioia, ma anche qualche stellina che viene a tenerci compagnia.

Gian Carlo Grassi
Gian Carlo Grassi

 

Ci sistemiamo alla meglio sotto un pietrone e diamo inizio a un bivacco che troveremo piuttosto lungo per il freddo che si farà sempre più pungente, specialmente con il nostro abbigliamento leggero.

Anche nelle prime ore del bivacco, quando il calore del corpo ci potrebbe consentire un discreto riposo, ci deve essere il solito Calimero che “rivive” ad alta voce tutta la salita, e si accanisce in diatribe interminabili sul gravissimo dilemma se i chiodi piantati furono trenta o magari trentuno…

L’alba si fa attendere. Guglielmo, Michelino e io ci stringiamo in una piccola nicchia, lasciando Gian Carlo più in là, dedito alle sue meditazioni.

Guglielmo intona qualche canzone, e noi due lo seguiamo, anche se ci trema un po’ la voce per il freddo. E così, accompagnati dalle tristi e melanconiche note dei canti di montagna, riceviamo il gradito saluto dei primi caldi raggi del sole.

Poi scenderemo a valle… Ognuno di noi partirà e andrà verso monti lontani e diversi, cercherà di realizzare qualche sogno e qualche desiderio accarezzato da tempo. Io andrò in Dolomiti… troverò pioggia, nebbia, tristezza. Sarà la sorte di questa strana estate.

In una sera di gioia, di allegria e di spensieratezza, mi diranno che tu, Guglielmo, sei perito in un incidente stradale mentre eri diretto verso le Dolomiti.

Non posso fare altro che andarmene via, andarmene via da questo mondo di pietra che ora mi pare freddo, ostile, senza senso. Eppure dovevamo fare tante salite insieme… proprio qui, in Dolomiti.

Tra di noi non vi erano molte parole, ma l’amicizia vera e sincera non nasce tanto dalle parole, quanto dai fatti concreti. Non posso credere che tu oggi non ci sia più… ancora rivedo la piccola nicchia, le migliaia di stelle nel cielo, ancora mi par di sentire la tua voce profonda e intonata.

Purtroppo non mi resta che questo ricordo.

Lo so, forse è poco. Ma viviamo in un turbine che ci assale, ci confonde e ci cancella.

Ed è bello a volte, scoprire in mezzo alle nubi un angolo di cielo sereno.

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Un’estate, una prima, un amico ultima modifica: 2016-08-06T05:44:43+00:00 da Alessandro Gogna

4 thoughts on “Un’estate, una prima, un amico”

  1. 4
    Marco Furlani says:

    Il Gianpiero è sempre potente bello

  2. 3
    Linda Cottino says:

    Leggerezza e magica semplicità. Un vero regalo…di compleanno!

  3. 2
    Massimo Flaccavento says:

    Un pezzo bellissimo, capace di rendere nostalgici anche chi come me, quegli anni e quei tempi non li ha vissuti. Sarebbe bello adesso, poter vedere negli scalatori una così spiccata, anche se a volte tormentata sensibilità, ma tant’è! Gian Piero Motti, un mito? No, semplicemente un grande uomo, che viveva, amava e soffriva, e che allo stesso tempo non sapeva che le stelle avrebbero illuminato a lungo il suo cammino…

  4. 1
    Roberto Valiensi says:

    Coinvolgente, profondo, introspettivo…! Traspare una velata malinconia, lo sforzo titanico di salire per cercare, per dare un senso ad una esistenza; è tutto sopra le righe, paesaggio maestoso, verticalità, impegno fisico e intellettivo totale, amicizia vera, condivisa, vissuta. Ma nonostante tutto, sembra non bastare, il demone interiore rosica, morde…..ancora…!
    Come la nostra perenne ammirazione per il suo spirito inquieto..!

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